Le bufale sull'abbandono dell'Euro ed il ritorno alla Lira

 

 

«La proposta di uscire dall’euro, come se questa fosse una ricetta magica, non solo è basata su premesse sbagliate, ma distoglie l’attenzione dai reali problemi del Paese e toglie alla politica la responsabilità di fare proposte concrete per risolverli»

 

Negli ultimi anni si stanno diffondendo indiscriminatamente una serie di bufale sull'Euro tese a far credere alla gente che sia la causa di molti mali che affliggono il nostro Paese e che sarebbe meglio abbandonarlo per tornare alla Lira. Purtroppo da credenze da "bar" si è passato addirittura a persone che iniziano a propagandare ovunque queste idee, visto che fanno presa sull'ignoranza in materia della gente e sono molto populiste, finendo inevitabilmente per essere adottate perfino da politici.

Purtroppo chi critica l'euro e lancia l'idea del ritorno alla lira omette dei fatti importanti che impediscono alle persone, ignoranti in materia, di capire come stanno davvero le cose. E non si tratta di fatti da poco: il ritorno alla lira nel migliore dei casi porterebbe ad un disastro per le persone meno ricche, che vedrebbero bruciata inutilmente una parte rilevante dei propri soldi.

Ripulendo l'euro dalle bufale che circolano su di esso e rivelando quello che i populisti non vogliono dirvi, si svela un quadro impressionante, che qui di seguito andremo ad esporre. Proprio perché gli effetti della disinformazione su questo tema potrebbero portare ad una catastrofe che ci coinvolgerebbe tutti, soprattutto i più deboli, non bisogna lasciar correre come si fa di solito con altre bufale.

 

 

Uscire dall'Euro: un desiderio pericolosissimo

 

Tratto da qui e firmato da  Lorenzo Bini Smaghi, Franco Bruni, Marcello De Cecco, Jean-Paul Fitoussi, Marcello Messori, Stefano Micossi, Antonio Padoa Schioppa, Fabrizio Saccomanni, Gianni Toniolo (I firmatari collaborano, a vario titolo, alla Luiss School of European Political Economy - SEP)

 

Uscire dall’euro aggraverebbe i problemi italiani, metterebbe a rischio l’integrità della costruzione europea e impedirebbe di proporre politiche alternative rispetto a quelle attuali.
L’entrata dell’Italia nell’euro non era stata il frutto di sogni astratti di alcuni idealisti o dei complotti di speculatori finanziari. Fu la scelta consapevole del Parlamento italiano per porre fine a due decenni di turbolenze monetarie e di disordine delle finanze pubbliche; la scelta di un Paese fondatore che non voleva essere escluso dal processo di integrazione.

Prima dell’unione monetaria, le periodiche svalutazioni del cambio avevano portato l’inflazione in Italia oltre il 20 per cento, senza migliorare durevolmente la competitività. Deficit di bilancio elevati e crescenti (fino a due cifre) avevano solo fatto aumentare a dismisura il debito pubblico, di cui tuttora paghiamo gli oneri gravosi, senza promuovere una crescita stabile. I tassi d’interesse erano arrivati a livelli proibitivi per i mutui delle famiglie e il credito alle imprese. Chi propone l’uscita dall’euro vuole in realtà tornare a quel modo di governare l’economia che la storia ha già condannato come fallimentare.
I vantaggi dell’autonomia monetaria si rivelerebbero illusori. Al fine di contenere brusche fluttuazioni del cambio e di evitare fughe precipitose dei capitali, i responsabili delle politiche economiche italiane sarebbero infatti costretti a inseguire le politiche scelte dalle aree dell’euro e del dollaro.

Reintrodurre la lira significherebbe imporre ai cittadini italiani la conversione dei loro risparmi nella nuova moneta, destinata a perdere di valore nei confronti dell’euro. Gli italiani subirebbero dunque una svalutazione dei risparmi. Inoltre, la conversione dall’euro alla lira non potrebbe modificare le condizioni dei prestiti contratti dai residenti italiani nei confronti del resto del mondo. La svalutazione della lira determinerebbe quindi un aumento del valore dei debiti verso l’estero degli italiani, ponendo imprese e famiglie di fronte al rischio di insolvenza, con effetti a catena sul resto del sistema economico.
Il passaggio dall’euro alla lira non risolverebbe i problemi strutturali che da anni attanagliano l’economia italiana: dalla rigidità dei mercati dei beni all’inefficiente utilizzo delle risorse umane; dal basso livello di scolarizzazione e di investimenti in ricerca alla produttività stagnante; dall’eccesso di regolamentazione burocratica che scoraggia gli investimenti produttivi all’arretratezza infrastrutturale; dalla lentezza della giustizia alla mancanza di concorrenza nei servizi locali, fino alla corruzione dilagante. Sono questi i veri nodi che occorre affrontare per ritornare alla crescita, combattere la disoccupazione, dare un futuro ai giovani. L’euro non ne ha colpa.
Al contrario: l’uscita dall’euro rafforzerebbe la parte meno competitiva del Paese, quella meno aperta all’innovazione e maggiormente arroccata a difesa di privilegi che non hanno più ragione di essere. Sarebbe una fuga all’indietro verso una società più chiusa e introversa che danneggerebbe soprattutto i più giovani e le fasce più deboli della società.

Ritenere che si possa uscire dall’euro e al contempo rimanere a far parte a pieno titolo dell’Unione è una pura illusione. Da un lato l’Italia verrebbe emarginata e isolata. Dall’altro, l’uscita dell’Italia indebolirebbe gravemente l’Europa in una fase storica cruciale in cui ha semmai bisogno di compattezza per far fronte alla nuova instabilità politica che sorge alle sue frontiere.
In conclusione, la proposta di uscire dall’euro, come se questa fosse una ricetta magica, non solo è basata su premesse sbagliate, ma distoglie l’attenzione dai reali problemi del Paese e toglie alla politica la responsabilità di fare proposte concrete per risolverli. Impedisce all’Italia di contribuire ai necessari cambiamenti della politica europea per contrastare la deflazione, la disoccupazione di massa e la stagnazione.
L’Europa, e l’euro, non sono certo costruzioni perfette. Ma si possono migliorare solo partecipandovi a pieno titolo.

 

 

Il ritorno alla Lira? No grazie

 

 

Premessa: tratto da http://www.lorenzopinna.com/?p=1354

 

Ogni tanto, in mezzo alla confusione innescata dalla crisi dell’Euro, si sente qualche proposta che vede nella ricomparsa della vecchia lira una specie di salvezza, un ritorno ai bei tempi andati, una strategia per ridare fiato alla nostra economia con qualche svalutazione competitiva e alla Banca d’Italia il potere di stampare moneta per difenderci meglio dalla crisi.
E’ davvero una buona idea questa nostalgia del “vecchio conio”, per dirla alla Bonolis? Analizzeremo in questo articolo tre punti legati a questo ipotetico ritorno. Primo punto: sarebbe veramente vantaggioso staccarsi dall’euro o si rivelerebbe una catastrofe di maggiori proporzioni? Secondo punto: saremmo stati meglio senza entrare nell’ Euro? Terzo punto: l’inquietante crisi dell’ Euro non ha qualche aspetto positivo nascosto?

Hotel California

Una cosa è certa. Nel “corpus” dei trattati che formano, di fatto, la Costituzione Europea non c’è traccia di meccanismi legali per abbandonare l’euro ( o per esserne “cacciati”). La scelta sembra quindi irrevocabile. A dire la verità nel Trattato di Lisbona del 2009 l’articolo 50 parla della possibilità per uno Stato di abbandonare l’ Unione Europea, ma dell’Unione Monetaria non si parla. Si potrebbe dedurre che abbandonare l’Unione Europea ( e quindi tutti i suoi trattati, compreso quello di Maastricht) equivalga anche ad abbandonare l’Euro.

Ma qui i pareri degli esperti divergono. Conclusione: qualsiasi Stato voglia abbandonare la moneta unica ( e l’Unione Europea) dovrà imbarcarsi in negoziati ad hoc, cioè inoltrarsi in una terra incognita, la cui traversata può durare anni. Ciò significa dare un preavviso lunghissimo agli investitori sulle proprie intenzioni, con conseguenze non facilmente valutabili. L’Euro è stato paragonato da alcuni analisti all’ Hotel California, descritto nella famosa canzone degli Eagles: perché da questo Hotel “You can check out… but you never leave” ( Puoi anche lasciare la stanza, ma non ne uscirai mai).

Default

Il meccanismo per abbandonare l’euro è quindi estremamente complesso ( ricordiamo che i membri dell’Unione sono 27 Stati Sovrani e 17 fanno parte dell’ Unione Monetaria, cioè dell’area euro), ma una volta superati questi ostacoli cosa succederebbe allo Stato “secessionista”?
Facciamo il caso dello Stato secessionista debole ( ipotesi che più si attaglia al nostro paese). Contrariamente a quello che si può credere il passaggio dall’ Euro ad una Nuova Lira non sarebbe indolore. Non è infatti un semplice problema di valuta, cioè cambiare l’Euro nella nuova moneta. Vediamo le conseguenze per lo Stato, le imprese, le famiglie ( queste analisi si basano su studi di vari Istituti Finanziari e “Think Tank” economici).

1) Lo Stato. Tutti i titoli di debito pubblico ( i famosi BOT, BTP etc) sono oggi denominati in Euro. Un abbandono della moneta unica porrebbe lo Stato di fronte a due scelte. Prima opzione: ridenominare d’imperio tutti i titoli di debito nella nuova moneta. Questo equivale, né più né meno, che a un “default” ( parola elegante per “bancarotta”, cioè impossibilità di far fronte ai propri debiti), con relativa fuga degli investitori e impossibilità di trovare, per anni e anni, ulteriori finanziamenti sui mercati. Ridenominare i debiti contratti in una valuta forte (l’euro) in una più debole ( la nuova lira) significa non pagarne una parte e infrangere i patti e i contratti con gli investitori.

Ricordiamoci che poco meno del 50% del debito pubblico italiano è in mano a investitori esteri. Perché questo disastro? Almeno secondo le stime degli analisti, la nuova moneta, nel caso dell’Italia, si svaluterebbe subito dal 30% al 50% rispetto all’ euro. In definitiva una moneta è lo specchio del sistema economico e politico, il “saldo” fra i suoi punti di forza e di debolezza.

Se il saldo ha segno “più” la moneta è forte e ricercata dagli investitori , se il saldo ha segno “meno” accade il contrario. Nella crisi finanziaria del 1992 (sempre innescata dall’ insostenibilità del debito pubblico) la vecchia lira si svalutò nei confronti del Marco tedesco di circa il 25%. Una crisi che provocasse una uscita del nostro paese dall’ euro sarebbe molto più devastante, da qui le stime di una svalutazione/deprezzamento del 30-50% della nuova lira rispetto all’euro.

Di fronte a questa prospettiva lo Stato “secessionista” potrebbe decidere allora di lasciare i Titoli di debito denominati in euro. Il destino sarebbe lo stesso: il default, ma per cause diverse. Infatti la pesante svalutazione immediata della nuova lira renderebbe impossibile allo Stato di pagare il debito denominato in Euro. Una situazione frequente, in passato, nei paesi in via di sviluppo che si indebitano in valute straniere e poi finiscono in default, quando la propria moneta si svaluta rispetto a quella in cui sono denominati i debiti.

2) Le imprese. Si ripropone, in forma addirittura più grave, il problema dei debiti contratti in Euro, specialmente con le Banche straniere. La conversione e successiva svalutazione della nuova lira renderebbe insostenibile ripagare i debiti in valuta “forte” ( cioè l’euro) con conseguenze facilmente immaginabili. Quindi non solo il ritorno alla lira non favorirebbe ( almeno nel breve termine) la competitività delle imprese, ma ne provocherebbe fallimenti di massa.

3) Le famiglie. Non appena si avesse il sospetto di una conversione forzata dei depositi da euro in nuove lire ci sarebbe una corsa agli sportelli delle banche per ritirare i propri risparmi in euro, metterli dentro una valigia e precipitarsi verso il più vicino paese ancora dell’area euro per versarli su un conto corrente. Ovviamente questa scelta “razionale” del risparmiatore verrà impedita dalle autorità con controlli molto stretti e severi alla frontiere.

Risultato : il potere di acquisto dell’italiano medio subirà un tracollo dal 30% al 50%. Uno studio dell’UBS (Unione Banche Svizzere) calcola in 9500-11500 euro la perdita media del reddito per ogni cittadino dello Stato secessionista, nel primo anno della nuova moneta. Se si considera che il reddito medio procapite degli italiani è circa 23.000 euro/anno ci rende conto della dimensione della “tosata”. Vale poi la pena di osservare che la “corsa agli sportelli” in massa, è la tecnica migliore per far fallire le banche.

4) Ma un 30-50% di svalutazione della nuova lira non renderà almeno più competitivo il nostro sistema industriale permettendoci di rimetterci rapidamente in piedi? Non è detto . Innanzitutto abbandonando l’euro e l’Unione Europea si abbandonano anche tutti i trattati sul Mercato Unico, che cioè garantiscono la libera circolazione delle merci, dei capitali e delle persone. E non si capisce perché i paesi ancora nell’euro dovrebbero accettare, di buon grado, una simile concorrenza da parte di uno Stato secessionista. Non è un’ ipotesi molto lontana dalla realtà immaginare l’imposizione di tariffe doganali , cioè pesanti dazi, alle merci in arrivo del paese “secessionista”, per compensare i prezzi più bassi dovuti alla svalutazione.

5) Naturalmente questi scenari da incubo sul ritorno della Lira, non si limiterebbero solo alla sfera economica, svalutazioni di quella portata innescherebbero un’ iperinflazione ( le importazioni, a cominciare dall’energia e l’Italia è dipendente dall’estero per oltre l’80%, costerebbero molto di più e avvierebbero una spirale perversa sui prezzi ) con conseguenze sociali difficilmente immaginabili. Le istituzioni democratiche potrebbero resistere a un simile tsunami?

6) La secessione (o l’espulsione) di uno Stato fondatore della Unione Europea, come l’Italia, probabilmente porterebbe alla spaccatura della stessa Unione, all’uscita dall’euro di altri stati e a una frammentazione generale del vecchio continente. In breve: alla fine dell’Europa come entità geopolitica. L’Europa è stata spesso definita un gigante economico ( oggi traballante ) e un nano politico per la sua incapacità di proiettare il proprio potere. Tuttavia non bisogna dimenticare che se l’Europa ha difficoltà a proiettare un potere in termini classici, cioè politico-militari, è invece molto potente in termini culturali ( il “soft power” degli analisti anglosassoni).

In grandi tematiche planetarie come l’ambiente, i diritti civili e delle minoranze, la lotta a regime tirannici e oppressivi, la promozione delle democrazia e di un sistema di welfare che protegga gli strati più deboli della società, l’Europa è un grande faro di riferimento per tutto il pianeta. Un faro che, con la fine dell’euro e dell’Unione, si spengerebbe.

7) Conclusione: un ritorno della lira? No grazie.

E se non fossimo entrati nell’Euro?

Con questa domanda ci si inoltra in quella che viene definita la storia controfattuale. Cioè ipotesi su quello che sarebbe accaduto prendendo una strada diversa, da quella effettivamente percorsa. Si tratta quindi di analisi largamente soggettive e, in pratica, non verificabili. Con queste parole di cautela inoltriamoci nella possibile risposta.
Innanzitutto bisogna osservare che una moneta unica presuppone un’ area economica largamente omogenea. Per una ragione semplice. La politica monetaria necessariamente unica, dal momento che la moneta è unica, non può andare bene a tutti, se i vari paesi non hanno situazioni economiche simili, oppure abbastanza flessibili da convergere verso un obbiettivo comune.
Se le economie si muovono in direzioni diverse o a velocità differenti è impossibile fissare una politica monetaria che vada bene per tutti. E’ quello che si è verificato con l’Euro , un’ unione dettata più da ragioni politiche che economiche ( si veda “La malattia – mortale?- dell’euro” su questo blog). Ma inizialmente con il “tempo” economico volto al bello questi problemi non sono stati affrontati, anzi in un certo senso sono stati nascosti sotto il tappeto, senza chiedere agli Stati meno “virtuosi” ( con deficit/debito troppo alti e/o crescenti) di adeguarsi alla nuova situazione. Quando il “tempo” economico, con la crisi americana, è volto al brutto i nodi sono venuti al pettine.


Era meglio allora star fuori dall’Unione Monetaria? Con un euro da “armata Brancaleone” probabilmente sì, ma per l’Italia, almeno secondo chi scrive, per motivi molto particolari.
La domanda da porsi è questa: senza l’obbiettivo di entrare nell’Euro ( e quindi una forte pressione esterna dell’Europa) l’Italia degli anni ’90 sarebbe riuscita a porre un freno ad un debito pubblico galoppante ? Molte delle riforme ( come la Amato-Dini sulle pensioni) vennero realizzate proprio in questa prospettiva. Non perché ci si rendesse conto ( a livello di classe politica “media”) della insostenibilità finanziaria del sistema, ma perché ci veniva chiesto dall’Europa , se volevamo partecipare al club “esclusivo” dell’Euro.


Senza questa spinta e questi orizzonti, la “non eccelsa” classe politica nazionale sarebbe riuscita a frenare la spesa pubblica in deficit e a ridurre il debito pubblico? La risposta è: No (non è riuscita nell’impresa nemmeno con l’euro). Con la lira l’Italia avrebbe continuato, più o meno, l’andazzo degli anni ‘70-’80, fino all’inevitabile. Secondo questa ipotesi con la lira saremmo finiti in default già da un pezzo.

Si possono infatti immaginare i tassi, a due cifre, richiesti, fin dagli anni ’90, per finanziare i deficit statali denominati in lire (perché ovviamente non avremmo goduto dei bassi tassi dei primi anni di “luna di miele” con l’euro). Ma paradossalmente il default solo della lira ( meno rischioso a livello europeo e planetario) avrebbe finalmente insegnato qualcosa agli italiani [che però intanto avrebbero pagato un prezzo terribile per questo evento].

 


 

Quanto costerebbe agli italiani l'uscita dell'Italia dell'euro? Molto, forse troppo.


C'è un dato di partenza sui cui convergono le idee degli analisti. L'addio alla moneta unica e il ritorno alla lira comporterebbe per la valuta nazionale una svalutazione intorno al 20-30 per cento. Con impatto al rialzo sul costo di materie prime come il petrolio e gas. Ed è una perdita di valore simile che gli esperti prevedono per case, terreni e simili, quelle che vengono definite attività reali.

http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2013-12-18/eurocrack-i-risparmiatori-patrimonio--105619.shtml?uuid=AB9W5mk#navigation


"Almeno i conti correnti non saranno toccati", dirà qualcuno: i soldi sono lì, in banca, che siano in euro o in lire. Ma in sostanza le cose potrebbero essere ben diverse. A parte i rischi legati alla tenuta del settore bancario tricolore sotto la spallata dell'uscita dall'euro, l'impatto sulla liquidità avverrà come calo del potere d'acquisto di questi soldi e sulla perdita di valore in termini reali. Proprio così, perché una delle conseguenza più probabili di uno strappo dell'Italia dalla moneta unica, a sentire gli economisti, sarebbe un elevato surriscaldamento dell'inflazione, impossibile da compensare da un eventuale aumento dei rendimenti della liquidità parcheggiata agli sportelli banche e posta.

http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2013-12-18/eurocrack-i-risparmiatori--conti-correnti--105747.shtml?uuid=ABLY5mk#navigation

 

E per azioni e obbligazioni in tasca degli italiani, cioè le attività finanziarie delle famiglie? Uno stimato ribasso di Piazza Affari, effetto di uscita dall'euro, del 20% impatterebbe pesantemente sulla ricchezza delle famiglie.

http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2013-12-18/eurocrack-i-risparmiatori-azioni-e-obbligazioni-105837.shtml?uuid=ABXZ5mk#navigation


C'è poi la ben nota questione di che fine faranno i molti titoli di Stato, soprattutto Btp, in tasca degli italiani. Ovvio pensare a un'inevitabile pesante svalutazione, sotto il flusso di vendite estere, dei titoli emessi dal governo tricolore. Per i titoli trentennali sarebbe un vero crollo ma anche il classico decennale potrebbe scivolare da lontana da una quotazione intorno alla parità, a 100, verso quota 80. Insomma, anche dalla componente obbligazionaria del portafoglio arriverebbe una enorme perdita.

http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2013-12-18/eurocrack-i-risparmiatori-titoli-stato-105932.shtml?uuid=ABja5mk#navigation

 

C'è poi l'impatto indiretto dato da fattori come l'esplosione del costo e dell'ammontare del debito statale, nonché l'impatto sulle rate di mutui a tasso variabili. Sia sul fronte dell'indice di riferimento, che riassume il costo del denaro, sia su quello dello spread applicato per cui è difficile ipotizzare un futuro immune da cambiamenti.

http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2013-12-18/eurocrack-i-risparmiatori-mutui-110030.shtml?uuid=ABvb5mk#navigation

 

Naturalmente non si spiega come si potrebbe evitare che a una svalutazione della lira si alzi automaticamente il prezzo delle materie prime e dell’energia (che si pagano in euro o dollari). E se forse i nostri prodotti non tecnologici e non bisognosi di materie prime dall’estero sarebbero più esportabili (ma l’esportazione è l’unica cosa che ha tenuto in questi anni di euro), tutto il resto se la passerebbe peggio. Se poi pensiamo al debito pubblico, come evitare che il sistema tracolli con il passaggio alla lira grillo-leghista? Se i conti non sono a posto, quanto si pensa che si alzerebbe il tasso di rendita dei titoli di stato? Come non pensare che un titolo di stato italiano in lire non avvantaggi ancora di più la Germania e soprattutto la Francia? Quanto costerebbe un mutuo, un investimento, con una nuova moneta italiana?

http://www.ilpost.it/gianlucabriguglia/2013/12/17/grillo-salvini-uscire-euro/


Per chiudere, tocca segnalare che una svalutazione valutaria nel passaggio da euro a una nuova lira costringerà gli italiani ad andare molto meno in vacanza all'estero. Troppo care le altre valute. Ma forse il problema è che qui se si finisce così, non sarà tanto una questione di meno vacanze all'estero, quanto invece che non ci saranno neanche i soldi per andare in vacanza in Italia.

http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2013-12-18/eurocrack-i-risparmiatori-euro-e-lira-110122.shtml?uuid=AB7c5mk#navigation

 

 

Va ricordato che il progresso verso una piena unità politica in Europa è passato per un’unione economica e monetaria, proprio perché esistevano troppi squilibri e troppe differenze. Si è disegnato quindi una specie di imbuto che obbligava tutti ad azioni volte a raggiungere un assetto economico sufficientemente stabile e bilanciato da poter effettivamente consentire il passo successivo.

Quando questo è successo, la stampa, i politici, l’opinione pubblica italiana (e non solo in Italia) plaudivano gaudenti. Avevamo allora come oggi con il Fiscal Compact preso degli impegni e uscivamo (grazie all’Europa e grandemente grazie alla Germania) da una storia di inflazione e instabilità economica che oggi si fa in fretta a dimenticare per inseguire un’età dell’oro che esiste solo nelle farneticazioni di fenomeni da baraccone, ben supportati da opposti estremismi nei partiti tradizionali.
Dopo un po’ ci siamo resi conto che lungi dal celebrare la concorrenza e il mercato, il nostro Paese si divertiva a mantenersi competitivo con manovre protezionistiche interne e progressive svalutazioni competitive ed è iniziato il mal di pancia. Il mal di pancia che come sempre compatta tutti, i sindacati e gli imprenditori, la destra e la sinistra, il barbera e lo champagne. Ma serviva un nemico e lo dobbiamo trovare non nella nostra incapacità di fare quello che promettiamo, ma nella “cattiveria” degli altri, in particolare della Germania. Abbiamo avuto più di vent’anni e Governi di ogni colore, ma non lo abbiamo fatto e ora è colpa dell’euro?

http://www.ilsussidiario.net/News/Economia-e-Finanza/2013/3/31/FINANZA-1-Tutte-le-bufale-su-euro-e-Germania/378647/

 

D'altro canto, anche la storia di uscire dall' Euro e fare un "euro del sud" non è una proposta italiana. È una proposta TEDESCA. Sin dall'inizio dell'unificazione, i tedeschi si sono SEMPRE opposti ad avere Italia, Grecia, Spagna e Portogallo dentro l' Euro, proponendo un euro a due velocità. Ma all'epoca erano i paesi del meridione europeo ad opporsi considerandolo un insulto.

È spiegato bene qui: http://www.keinpfusch.net/2013/12/la-rivolta-dei-lemming.html

o qui se il link precedente non è più funzionante: https://www.facebook.com/notes/minin-ladi/la-rivolta-dei-lemming/10151883257632872

 


 

 

Video spiegazione: conviene uscire dall'euro? Siamo sicuri? Chi lo sostiene? E COME lo sostiene?

 

 

 

È disponibile anche quest'altro interessante articolo che amplia il discorso:

Cosa succede se torna la lira: tutti i rischi di dire no all'euro
http://espresso.repubblica.it/affari/2014/04/28/news/cosa-succede-se-torna-la-lira-tutti-i-rischi-di-dire-no-all-euro-1.163061

 


 

Segue pagina 2

 

 

 

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