Come le calcinare hanno devastato statue e monumenti dell'antica Roma

 

 

 

Tratto da http://www.romanoimpero.com/2012/03/devastazione-di-roma-calcinare-16.html


Ai tempi dell'impero romano, palazzi, monumenti e tombe avevano spesso marmi di gran pregio che li adornavano, spesso decorati con figure varie, oltre a tante statue. Tuttavia ben poco è giunto a noi, la stragrande maggioranza del materiale è andata distrutta anziché essere finita in musei o chiese come materiale di rimpiego.
I motivi sono una prima distruzione di massa delle statue, bassorilievi e templi che riguardavano culti pagani da parte dei cristiani, e poi, con la caduta dell'impero romano, per secoli e secoli ci fu l'abitudine di sbriciolare e cuocere i marmi romani al fine di ricavarne calce.
E una fine simile, come si può immaginare, fecero i bronzi romani.


De Marchi ne discorre cosi: "Nel principio di papa Paulo III quelli che facevano calcina in Roma pigliavano tutti li torsi di marmore che potevano avere delle anticaglie, e ne facevano calcina, et per aventura alcuni ignoranti li havria poste una statua, perchè trovavano che faceva calcina miracolosa, massime il marmore orientale: questi pezzi di marmore erano trovati sotterra nel fare le cantine, e nelli cavamenti delle vigne, et altri luoghi che si fanno a posta per cavare pietre in Roma e fuori, ma Paolo III fece fare una provisione grandissima sopra delle anticaglie, massime sopra delle statue, etiamdio delli torsi . . . che non se ne ponesse in fornace sotto pena della vita; donde ne avvenne in poco tempo che cominciò a multiplicare le anticaglie in Roma, e cominciarono a montare in pretio ». E più sotto: - Prima chi voleva portar via anticaglie senza difficoltà; li cavatori di pietra da far calcina pigliavano delli tursi di statue e de ogni altre antigaglie e ne facevano calcina, et io l'ho veduto con li miei occhj: e li ripresi e feci cavare fuori certi trusi della fornace a Roma appresso Ripetta (la calcara dell' Agosta), in su la ripa del Tevere. Hora papa Paulo pose bandi crudelissimi che nessuno dovesse disfare pietra antica ne portar fuori di Roma etc.."

Questi bandi di scomuniche non sortirono effetto: la distruzione dei capolavori della plastica greco-romana diminuì forse, ma non cessò: perchè la distruzione degli edifici continuò sino alla fine del cinquecento più violenta che mai.

La loro industria non ebbe a soffrire dalla provisione paolina: tanto più che essa era divenuta un cespite di entrata per le tasse. Dal libro mastro di messer Antonio Amadio per la tassa del ponte di s. Maria (1548-1549) apparisce che i calcarari erano tassati a calcara, cioè secondo la quantità del materiale archeologico da loro distrutto:

- « adi 21 luglio 1549 da bernardino de laco magiore calcararo al buon conto dele sue calcare scudi 3:
- (26 luglio dal med°) scudi 2, per resto dele sue calcare ».

Vengono appresso Paolo Pianetta, Vincenzo Romuli, etc. alcuni dei quali furon fatti pagare « per mano di Donato executor del baricello. Tioveremo appresso altri nomi famosi di calcarari nei pontificati di Paolo III. Giulio III.


Così per tutta Roma fiorirono le calcinare, cantieri dove si spaccavano statue, bassorilievi, cornicioni, archi, lastre, colonne, capitelli, erme e cippi, naturalmente per conto della Chiesa che vi individuava diversi vantaggi:

- un risparmio di materiali, sia marmi che calce,
- una tassazione sui calcinatori privati,
- un'esportazione di calce,
- la distruzione di qualsiasi reminiscenza pagana.


Il termine "pagano" nacque in funzione denigratoria nei confronti di coloro che aderivano ancora alle religioni tradizionali, indicati come persone abitanti nei pagi (termine latino per i villaggi di campagna), più arretrati degli abitanti delle grandi città. Essere pagani era indice di arretratezza e ignoranza.

A Roma vennero individuate 26 calcare nel sec. XIX, ma ce ne sono ancora chissà quante, visto che sono state scoperte tutte per puro caso.

Sappiamo dalle fonti scritte, che già in età medio-repubblicana (IV-III sec. a.c.) l’erezione di statue in luoghi pubblici fosse ormai la norma. La famosa testa nota come “Bruto Capitolino” potrebbe avere fatto parte di uno di questi numerosissimi monumenti all'aperto. Le sculture in bronzo o in altri metalli sono rare nei ritrovamenti, perchè selvaggiamente fusi per fare cannoni o armi da guerra papaline e così le statue di marmo, calcinate per le stesse ragioni.

La calce veniva cotta sul posto, adoperandovi pezzi di marmi e di travertini presi dalle fabbriche rovinate, ma anche infiniti rottami di tante statue, che stavano ovunque, nelle vie, nelle piazze, sui palazzi, e nelle edicole, qualcuna rotta anche a bella posta.

Le antiche leggi punivano coloro che vendevano e coloro che compravano marmi di sepolcri per la calcara, ma non per il resto. Costante commutò la pena di capitale in pecuniaria, nella legge seconda diretta a Limenio a. 349. Ma solo se distruggevano sepolcri perchè i sarcofaghi andavano riciclati.

Le opere dei marmorarii di Roma e delle province si collegano alla storia degli scavi per tre motivi. In primo luogo essi "prescelsero per le fasce ed i meandri dell' opus tessellatum dei pavimenti, degli amboni e d' ogni altra marmorea decorazione, le pietre cemeteriali, e ne fecero lo sciupo e la strage che nelle romane basiliche tuttora vediamo. La varia sottigliezza di quelle lastre e la loro forma oblunga assai si prestavano all' uopo dell'opera predetta. Così alle romane catacombe in tanti modi spogliate e devastate toccò anche la sventura d'essere ai marmorarii romani quasi miniera di lastre"

E non si pensi che col volgere dei secoli la situazione sia mutata, semmai anzi peggiorò. Tutto ciò che era non ecclesiastico doveva essere distrutto, un po' come i Talebani distrussero anni fa le due gigantesche statue del Budda, che non era neppure una religione antagonista, ma era "altro" dalla loro fede. Così i talebani distrussero le radio, i giradischi, il ballo, la cura nel radersi, il sesso, tutto ciò che non era glorificare il loro Dio era peccato. Altrettanto fece il cristianesimo.

La strage non cessò nei tempi di mezzo, anzi divenne più feroce col risorgimento delle arti. Siamo nel XV sec., una delle più autorevoli testimonianze su questo fatto è quella del Chrysoloras, il maestro del Poggio, che stette nel suolo italico nei primi del '400: "le statue giacciono infrante oppure sono ridotte in calce o impiegate in funzione di pietre: per buona ventura ancora se ne adoperano in officio di predella per montare a cavallo, o di zoccoli di muraglie, o di mangiatoie nelle stalle" Già perchè era una fortuna se un pezzo di statua o un marmo lavorato veniva usato come supporto o come riempimento di un terreno, altrimenti finiva calcinato o frammentato.


Il Fea dice che i calciaiuoli e i fornitori di marmi si attaccavano specialmente ai sepolcri « per il comodo che si aveva nelle proprie vigne di rovinarli senz'essere scoperti »: ma le calcare clandestine dei tempi di mezzo e del risorgimento devono credersi piuttosto strana eccezione alla regola: i materiali si ricercavano, gli edificii si demolivano, i marmi si calcinavano alla piena luce del sole, sotto l' occhio indifferente delle autorità ecclesiastiche, anzi col consenso di questa e con partecipazione degli utili.

Nel 1433 Ciriaco Pizzicolli d'Ancona, facendosi guida all'imp. Sigismondo per Roma, si duole con lui "della zotichezza dei Romani i quali, delle ruine e delle statue della città facevano calce". Cyriaci Itin. ed. Mehus., p. 21.

Narra de Marchii: "Nel principio di papa Paulo III quelli che facevano calcina in Roma pigliavano tutti li torsi di marmore che potevano avere delle anticaglie, e ne facevano calcina, et per aventura alcuni ignoranti li havria poste una statua, perchè trovavano che faceva calcina miracolosa, massime il marmore orientale: questi pezzi di marmore erano trovati sotterra nel fare le cantine, e nelli cavamenti delle vigne, et altri luoghi che si fanno a posta per cavare pietre in Roma e fuori, ma Paolo III fece fare una provisione grandissima sopra delle anticaglie, massime sopra delle statue, etiamdio delli torsi . . . che non se ne ponesse in fornace sotto pena della vita; donde ne avvenne in poco tempo che cominciò a multiplicare le anticaglie in Roma, e cominciarono a montare in pretio ». E più sotto: "Prima chi voleva portar via anticaglie senza difficoltà; li cavatori di pietra da far calcina pigliavano delli tursi di statue e de ogni altre antigaglie e ne facevano calcina, et io l'ho veduto con li miei occhj: e li ripresi e feci cavare fuori certi trusi della fornace a Roma appresso Ripetta (la calcara dell'Agosta), in su la ripa del Tevere. Hora papa Paulo pose bandi crudelissimi che nessuno dovesse disfare pietra antica ne portar fuori di Roma etc.."

Questi bandi di scomuniche non sortirono effetto: la distruzione dei capolavori della plastica greco-romana diminuì forse, ma non cessò: perchè la distruzione degli edifici continuò sino alla fine del cinquecento più violenta che mai.

La loro industria non ebbe a soffrire dalla provisione paolina: tanto più che essa era divenuta un cespite di entrata per le tasse. Dal libro mastro di messer Antonio Amadio per la tassa del ponte di s. Maria (1548-1549) apparisce che i calcarari erano tassati a calcara, cioè secondo la quantità del materiale archeologico da loro distrutto.

Ma naturalmente non vennero distrutti solo i marmi, I metà del 600, Papa Barberini ordina al Bernini di spogliare di tutti i suoi bronzi il portico del Panteon, onde costruire il baldacchino in S Pietro; questo nonostante il Pantheon sia già stato trasformato in chiesa cristiana, ma il Panthein conserva sempre la sua impronta pagana e ai Papi non piace. "Quod non fecerunt barbares fecero Barberini", fu il commento dei romani.

Dal libro mastro di messer Antonio Amadio per la tassa del ponte di s. Maria (1548-1549) apparisce che i calcarari erano tassati a calcara, cioè secondo la quantità del materiale archeologico da loro distrutto: « adi 21 luglio 1549 da bernardino de laco magiore calcararo al buon conto dele sue calcare scudi 3: (26 luglio dal med°) scudi 2, per resto dele sue calcare ». Vengono appresso Paolo Pianetta, Vincenzo Romuli, etc. alcuni dei quali furon fatti pagare « per mano di Donato executor del baricello. Tioveremo appresso altri nomi famosi di calcarari nei pontificati di Paolo III. Giulio III.

Roma da città che strabiliava i visitatori, ricolma di marmi colorati, bronzi, mosaici, porticati, fontane, palazzi sontuosi e giardini, divenne come una terra devastata da un enorme ciclone o da una bomba atomica, al punto che tanti illustri personaggi ebbero dei malori nel vedere i resti di quel mondo distrutto. Ancora nel '900 Sigmund Freud, giunto in Italia venne sopraffatto dalle emozioni di tanta bellezza devastata, si che non ebbe la forza di entrare a Roma, per non doverne piangere troppo la bellezza perduta.

Quando i patrizi romani posero le mani sul nuovo potere ebbero nostalgia dell'arte e della bellezza, volevano palazzi simili a regge, e allora si accorsero che occorrevano tutti quei marmi che avevano seppellito. dissotterrando le vigne e altro vennero alla luce i resti dei magnifici ornamenti e delle bellissime statue, il che stupì e colpì i nuovi artisti che su quest'arte ritrovata fondarono il Rinascimento.

1433 Ciriaco Pizzicolli d'Ancona, facendosi guida all'imp. Sigismondo per Roma, si duole con lui della zotichezza dei Romani i quali, delle ruine e delle statue della città facevano calce. Cyriaci Itin. ed. Mehus., p. 21.

1443 « Molti edifitii di palazzi trionfali, di ressidentie, di sepulture. di tempj et altri ornamenti ci sono (in Roma), et copia infinita, ma tutti rovinati, porfidi et marmi assai, e quali marmi tutto giorno per calcina si disfanno » [Alberto Averardo de Albertis ap.]. Nel corso di questi lavori sarebbero stati ritrovati « la conca di porfido e uno dei due leoni di basalte (trasportati da Sisto V alla sua fonte Felice alle Terme, e da Gregorio XVI al museo egizio vaticano) e anche un pezzo di ruota di carro ».



LE CALCARE

- 1492.I documenti relativi alla fabbrica di s. Maria delle Grazie si trovano, e nel prot. 1671 A. S. del notaio Giampaolo Setonici, e presso il Pericoli « Ospedale della Consolazione " cap. III. p. 49 sg. La fabbrica si estese sull'orto grande comperato sino dal 1483 dalla moglie di Valeriano dei Frangipani. Su questo terreno e sugli altri adiacenti alle Grazie e alla Consolazione fu data licenza di scavare il 14 aprile 1496, il 30 luglio 1500, il 17 febbraio 1511 e il 9 ottobre 1512. Vedi Bull. Com. 1891, p. 229, e 1899, p. 170, ove sono riferiti i documenti originali di concessione.


AMPHITHEATRUM

« Adesso è molto rovinato e distrutto per farne calce » (commenta dal Poggio)

- "Coliseum. . ob stultitiam Romanorum, malori exparte ad calcem deletum "

Anno 1426, la Camera, concedendo ad una compagnia di calciaiuoli i travertini del Colosseo, si riserva la metà del prodotto.

- Si fece ricerca dei sedili marmorei per uso delle scale di s. Pietro, ed è perciò che i registri usano costantemente la formula "a cauar marmi à coliseo". Nel giugno si attaccarooo di nuovo i travertini, per uso delle calcare, e per la selciatura a bastardoni della piazza di s. Pietro e della via Alessandrina. Conduttore degli scavi « maestro petro marmoraro » detto Goputo. Durarono sino al gennaio 1462.

- « Al a. 20 nell'armario I, mazzo 111, n. 17, ritrovasi una condonazione fatta ai 28 giugno 1604 da...

guardiani della... Compagnia (del ss. Salvatore ad ss.) al popolo romano del prezzo di alcune pietre del Colosseo, condotte in Campidoglio per la fabbrica del nuovo palagio.. » Insomma fu il popolo romano ad offrire al papa le pietre del Colosseo, naturalmente omaggio pagato, come se il popolo fosse autorizzato a scavare di suo.

- 1450 - Si riprendono gli scavi e le devastazioni del Colosseo per le opere di Pio II. I conti di camera parlano di marmi e di travertini cavati di sotterra, spezzati, rotti sul posto, e trasportati con carrette a s. Pietro per la piazza... per la fabrica delle scale di san Pietro. « Adesso è molto rovinato e distrutto per farne calce » (commenta dal Poggio)

- Sotto lo stimolo dei lamenti di Gregorio XIII, il giorno 12 marzo 1573, fu pubblicato il bando per l'appalto, in scudi 25000, per la ricostruzione di due archi. Il banchiere Antonio Ubaldini fornì il danaro per le prime opere, acquistando dal Comune 50 cartelle della gabella della Carne. Altri 10000 scudi furono votati il 6 agosto 1574 sui residui del prestito forzoso di 100000 scudi imposto dal papa per la guerra contro il Turco: ma mancando con tutto ciò il materiale occorrente e specialmente i travertini, il conservatore G. B. Cecchini, nella seduta del 13 ottobre, propose che fossero presi dalle rovine del Colosseo "cascati et no sono in opera". La deliberazione merita essere riferita "Lapides marmorei et Tiburtini existentes in ruuinis Amphiteatri Domitianj detto il Coliséo et diruti tantù, et nullo pacto dicto Amphiteatro coniuncti et applicati, sed ab oper' et fundamentis separati, et nò solù indico Ampliiteatro sed et possint effodi in óibus aliis locis publicis, prò supplemento operis Pontis S Marie, sine tamen iuditio aedificior. antiquor., prò quibus exequendis cura habere debeat magr Matthaeus Architectus: q omnes statuae et antiquitates quae in dictis locis inuenientur sint et esse debeant Ro.Po.».

- 1451, 5 settembre. AMPHITHEATRVM. Si scavano, si spezzano e si mandano alle fornaci da calce di Nicolao V i travertini, gli asproni ed i marmi del Colosseo. Appaltatore principale Mons Giovanni di Foglia lombardo.

- AMPHITHEATRVM. Si fece ricerca dei sedili marmorei per uso delle scale di s. Pietro, ed è perciò che i registri usano costantemente la formula - a cauar marmi à coliseo ». Nel giugno si attaccarono di nuovo i travertini, per uso delle calcare, e per la selciatura a bastardoni della piazza di s. Pietro e della via Alessandrina. Conduttore degli scavi « maestro petro marmoraro » detto Goputo. Durarono sino al gennaio 1462.


BASILICA IULIA

- Un cantiere venne ritrovato nella basilica Giulia, ove, nei primi scavi del 1871, si trovò il pavimento antico coperto da un sottile strato di terriccio, e su questo un banco di scaglie minute di travertino grosso circa m. 1.50. Sembra trattisi della società per la produzione della calce quivi stabilitasi nel 1426. Vedi Bull. List. 1871, p. 243. Infatti, nell'anno 1426, la Camera, concedendo ad una compagnia di calciaiuoli i travertini della basilica Giulia, si riserva la metà del prodotto, che poi cede a favore del cardinale di s. Eustachio, Giacomo Isolani.

- Dopo ricordato il rinvenimento « di alcune miserabili costruzioni dei secoli VIII o IX, alle quali il piano della basilica serviva di fondamento, ed i suoi pilastri di intelaiatura e di appoggio » il Bull, prosegue: « forse avran dato ricovero agli operai addetti a ridurre in calce le più stupende produzioni dell'arte decorativa romana: poiché nel centro dell'ultima navata verso ponente, il giorno 10 settembre, si scoprì una calcara circolare, La vetrificazione dei mattoni che ne formavan le sponde, e la calcinazione del terreno circostante provano la violenza del fuoco. Il pavimento era coperto tutt'attorno da un cumulo prodigioso di frammenti di statue, bassorilievi, fregi epistilii, cornici, capitelli, antefisse, spezzati con la mazza ».


BERNARDINO

- « adi 21 luglio 1549 da bernardino de laco magiore calcararo al buon conto dele sue calcare scudi 3: (26 luglio dal med°) scudi 2, per resto dele sue calcare ». Vengono appresso Paolo Pianetta, Vincenzo Romuli, etc. alcuni dei quali furon fatti pagare « per mano di Donato executor del baricello.


CARD. RIARIO

- Il più notevole fra i cantieri di recente scoperta è quello dei marmorari di Raffaele Riario card, di s. Giorgio, il costruttore del palazzo della Cancelleria. Si sa che il nipote di Sisto IV mise a contribuzione parecchie petraie, e contribuì alla distruzione del tempio del Sole e di un ignoto edifizio vicino a s. Eusebio del Colosseo (?) e sopratutto dell'arco creduto di Gordiano al Castro pretorio. Per ridurre ai nuovi usi i marmi di quest'ultimo, si costruì una tettoia in un punto che oggi corrisponde a metà di via Gaeta, lungo e sotto il muro di cinta della villa della Somaglia. Qui l'officina fu ritrovata il 21 ottobre 1871. I massi del cornicione e le sculture figurate dell'arco giacevano, non sul piano antico profondo 6 metri, ma sopra un piano di scarico, 2 - 3 metri sotto il marciapiede di via Gaeta: e non erano ammassati e confusi insieme come se precipitati dall'alto, ma regolarmente adagiati sopra conci di pietra, nel modo stesso col quale i nostri scalpellini sogliono collocare i massi da sottoporre alla sega.

Gli artefici del card. di s. Giorgio e l'architetto della Cancelleria, Antonio da Sangallo il vecchio hanno dunque scelto un sito non molto discosto da quello dell'arco per lavorarne i marmi architettonici, i bassorilievi, e le iscrizioni, affine di risparmiare il trasporto alla Cancelleria stessa delle parti non opportune alla nuova destinazione. Questa officina è dell'anno 1485 o 1486.


CIRCO MASSIMO

- nell'anno 1426, la Camera, concedendo ad una compagnia di calciaiuoli i travertini del circo Massimo, se ne riserva la metà del prodotto per la fabbrica di s. Pietro, dei palazzi di s. Marco, Riario, Farnese etc. Si tratta di centinaia di migliaia di rubbia di calce. I privati ne consumavano in proporzione.

- Scavandosi nel lato del Circo, che soggiace all'Aventino, si ritrova l'iscrizione di Severo Alessandro, CIL. VI. 1083, relativa alla ricostruzione di un edifìcio pubblico. Ligorio afferma che il marmo finì nelle calcare del circo Flaminio.


CLAVDIVM

- (Nella chiesa e nel palazzo di s. Marco) 1467 « andò una infinità di travertini che furono cavati, secondo che si dice, di certe vigne vicine all'arco di Costantino, che venivano a essere contrafforti de fondamenti di quella parte del Colosseo eh'è oggi rovinata, forse per aver allentato quell'edifizio » Si tratta delle sostruzioni del Claudium, fatte a grossi macigni di travertino, e poste sul confine tra le vigne Cornovaglia e dei ss. Giovanni e Paolo, vicine all'arco di Costantino. L'ultima memoria di scavi per il palazzo di s. Marco è del dicembre 1467, quando si ricordano opere impiegate « in excoprendo, fodiendo, et auriédo tevertinas in salis magnis dictii palatii, et fodiendo terracium de sub voltis »..


CRIPTA BALBI

- Oltre a rinvenirvi un pezzo della Forma Urbi vi venne rinvenuta una nutrita calcara, il che fa supporre che gran parte della Forma Urbis, cioè quella mancante, venne calcinata.


DOMUS AUGUSTANA

- Un cantiere fu scoperto l'anno 1878 nello xisto della casa augnstana sul Palatino. Anche qui il piano era coperto da uno strato di scaglie di materiale statuario e di arena da segatore grosso m. 1,25. Su questo strato, sostenuta da due baggioli o cuscini di pietra, giaceva la bella statua di Hera del museo Nazionale.


FORNICE DI LENTULO

- nell'anno 1426, la Camera, concedendo ad una compagnia di calciaiuoli i travertini del Fornice di Lentulo, se ne riserva la metà del prodotto. « Vetustissimos arcus marmoreos ut in calcem decoquerentur dolentes uidimus a fundamentis excidi ". Biondo, I, 18. Lanciani, I Comm. di Frontino, p. 101.


FORO ROMANO

RESTI DI UNA CALCINARA

Alla fine della cosiddetta "Cattività Avignonese", col ritorno della sede papale a Roma, il Foro romano condivise ancora una volta il triste destino del Colosseo, diventando come questo un'enorme cava per il reperimento gratuito di marmi e pietre da costruzione per le ville e i palazzi della curia romana. Ciò determinò la completa distruzione di molteplici monumenti antichi, di cui ci rimangono solo le illustrazioni dei disegnatori di epoca rinascimentale. Il Foro dunque, il più grande complesso di monumenti dell'antica Roma a noi pervenuto, rimase coperto per secoli sotto uno spesso strato di terreno, per lo più adibito a pascolo, conosciuto come Campo Vaccino. Questa pratica finì nel XVII secolo, anche perché terminò la materia prima da prelevare e del foro ormai rimaneva ben poco, non solo per i materiali riutilizzati, ma soprattutto per quelli distrutti nelle calcinare.


ISOLA TIBERINA

- Venne distrutta tutta la parte marmorea dell'isola tiberina, che appariva come una grande nave in travertino, coi suoi edifici e i suoi templi in marmo, certamente ci fu una calcara sul posto per distruggere una nave di travertino grande quanto un'isola.


MAVSOLEVM HADRIANI

- Bartolomeo da Como, e compagni ricevono il saldo « ratione fabricae factae in castro sancto angelo de Urbe ». Bertolotti, 1. e, tomo I, p. 20. 1458. La fabrica è la calcinara.


MINERVIVM

- Vedesi ancora la forma di quello ne gli horti dei frati predicatori di san Dominico, il quale, abbandonato et guasto già molti anni sono, non ha servito ad altro che à sporchezze: et hoggi vi sono edificate le celle di essi frati, aggiunte à l'antiche à spese di Clemente VII. - Dopo aver scavati gli horti e ridottili a calcara nessuno più li coltivò.

MONTE DI S. SPIRITO

- Ambrogio da Milano e compagni cavano pietre e pozzolana nel « monte de Nerone ». Questo monte cambiò nome in quello di s. Spirito. Anche nella nota iscrizione carolingica di s. Michele in Borgo, la chiesa si dice fabbricata "supra cripta(m) iuxta Neronis palatium", nel sotterraneo del palazzo di Nerone, insomma dalla Domus Aurea. Demolite le architetture furono demoliti anche i nomi, possibilmente sostituiti con nomi religiosi. Vi fu posta direttamente una calcara.


OSTIA

- Poggio Bracciolini e Cosimo de Medici visitano Ostia e Porto. Il viaggio è descritto nella lettera a Nicolao Nicoli, il tempio è quello detto di Vulcano, in capo al foro di Ostia, i marmi del quale sono stati certamente distrutti dai calciaiuoli. Vedi sopra a pag. 26. Nello stesso anno 1427 devono essere avvenuti scavi per la costruzione del maschio della rocca, rifatto al tempo di Sisto IV ed ingrandito da Baccio Pontelli. Sono poi nominati il cippo del Tevere 1240 a « in muro iuxta Tiberim prope pontem qui est interruptus " : il piedistallo di statua di Betitio Perpetuo Arzygio, n. 1 702, indizio di scavi fatti nell' area della casa di costui, fra l'alta Semita e il vicus Longus (Bull. com. 1888, p. 391).


PAPA GREGORIO II

- Gregorio II (715-731) restaurando le mura vicine alla porta di s. Lorenzo si servì di reperti antichi e di una calcinara..


PAPA GREGORIO III

- Lo stesso ancora fece il suo successore Gregorio III, somministrando alla città le spese per gli operai e per la compera della calce.


PAPA SISINNIO

- Di grandi provviste di calce si parla sino dal secolo VIII. Sisinnio, che fu papa nel 708, accingendosi a riparare le mura di Roma contro gli assalti dei Longobardi, ordinò a tale effetto che si apparecchiassero le calcare.


QUATTRO CANTONI

- P. E. Visconti, descrivendo le scoperte del 1823 ai Quattro Cantoni, crede che la bottega appartenesse a restauratori di statue « di tempi più ai nostri che agli antichi vicini» e «che sia andata a male nelle luttuose calamità che afflissero Roma nel secolo XVI » cioè nel sacco del 1527. Che cosa abbian da fare le luttuose calamità di quei tempi con le sei statue scoperte agli Otto Cantoni è difficile di indagare: ma è giusto ricordare a sostegno dell' opinione del Visconti che, a poca distanza dal sito di quella bottega, il card, di s. Angelo, Giuliano Cesarini, aveva inaugurato il 20 maggio 1500, il primo museo-giardino statuario aperto al pubblico in Roma.


SS QUATTRO CORONATI

"Questa parte del Celio, su cui sorgono la chiesa e il monastero dei ss. Quattro Coronati, fu largamente scavata nel secolo XVI. « Cavandosi innanzi ai ss. Quattro in certi canneti, si scopersero quantità di epitafi, tra i quali sentii dire, che ve ne era uno di Ponzio Pilato, ed appresso a questo luogo vi era ima vigna piena di frammenti di ligure, e opere di quadro accatastate; e cavando il padrone vi scoperse molte calcare fatte da antichi moderni; e credo che detti frammenti fossero ivi per farne calce ».


SCALA SANTA

- Un cantiere pieno di marmi per uso di chiese e di chiostri fu trovato nel 1885 quando si tagliava l'orto dei Passionisti alla Scala Santa per lo sbocco del viale Emmanuele Filiberto in piazza di s. Giovanni. E delineato nella tav. XXII della Forma Urbis.


S NICOLA DE CALCARIS

- A piazza di Torre Argentina sorgeva, ora ce ne sono scarsi resti, la chiesa di S. Nicola de Calcarariis, così chiamata perché nella zona sorgevano i forni per la calce.


S PIETRO

- Dopo ricordato il rinvenimento « di alcune miserabili costruzioni dei secoli VIII o IX, alle quali il piano della basilica serviva di fondamento, ed i suoi pilastri di intelaiatura e di appoggio, il Bull, prosegue: « forse avran dato ricovero agli operai addetti a ridurre in calce le più stupende produzioni dell'arte decorativa romana: poiché nel centro dell'ultima navata verso ponente, il giorno 10 settembre, si scoprì uua calcara circolare, La vetrificazione dei mattoni che ne formavan le sponde, e la calcinazione del terreno circostante provano la violenza del fuoco. 11 pavimento era coperto tutt'attorno da un cumulo prodigioso di frammenti di statue, bassorilievi, fregi epistilii, cornici, capitelli, antefisse, spezzati con la mazza ».

- Lo stesso è avvenuto pei travertini del Colosseo, del fornice di Lentulo, del circo Massimo e di cento altri monumenti consumati in servigio della fabbrica di s. Pietro, dei palazzi di s. Marco, Riario, Farnese etc. Si tratta di centinaia di migliaia di rubbia di calce. I privati ne consumavano in proporzione. 1427. lean de la Rochetaille, arcivescovo di Rouen, restaura chiesa e palazzo di san Lorenzo in Lucina. Circa questo tempo il card. Alfonso Carillo restaura le « palacia » dei ss. Quattro « veteri prostrata ruina, obruta verbenis, ederis, dumisque » . Vedi Forcella, t. Vili, p. 290, n. 720. Altri cardinali imitarono 1' esempio degli amici d' Augusto, con la differenza che, mentre Plance, Cornificio, Filippo si servirono di marmi di cava, i cardinali di Martino V spogliavano le rovine di Roma.


TABULARIUM

- Una grande calcara fu fatta non lontana dal Tabularium, esattamente tra il Tempio della Vittoria e il Tempio della Concordia, un luogo adatto alla demolizione e spoglio di vari edifici del Foro.


TEMPLVM SACRAE VRBIS

- Il tempio è quello di Romolo, Pietro marmorario e compagni incominciano "a cavar travertini a santi Cosme et Damiano" dal templum Sacrae Urbis o dal vicino foro della Pace. A loro succedono un Giovanni e un Filippo « per lavorare e cavare et fendere travertini a sancto Cosmo » Servivano dunque per la calcara.


TEMPLUM SATURNI

- « Capitolio contigua forum versus superest porticus aedis Concordiae, quam, cum primum ad urbem accessi vidi fere integram, opere marmoreo admodum specioso; Romani postmodum, ad calcem, aedem totam et porticus partem, disjectis columnis, sunt demoliti. In porticu adhuc literae sunt: S. P. Q. R. incendio consumptam restituisse".


VIA DE CERCHI

-1493, 24 febbraro. L'egregio dottore in legge Agostino di Martino concede licenza a Lorenzo Berti, chierico fiorentino, di scavare nel canneto della propria vigna detta Schifanoia, a tutte spese dello scavatore. I materiali da costruzione ele pietre e scaglie da far calce saranno del medesimo: un terzo degli oggetti d" arte e di valore sarà del proprietario, Not. Egidio de Fonte, prot. 591 e. 8' in A. S. C.


Il documento si riferisce a quella lunga fila di grottonituttora esistenti in via de' Cerchi, e precisamente alla parte compresa tra la vigna di Mario Mellini, e quella di maestro Guidone da Viterbo. Se ne può riconoscere la località per mezzo di quella certa « ecclesia existens subtus dictum terrenum « la quale non può essere s. Lucia del Settizonio, diaconia illustre, che fronteggiava s. Gregorio in Clivoscauri, ma s. Maria de Gradellis, rimodernata dai Cenci nel seicento, sotto il titolo di s. Maria de' Cerchi, e ridotta a mascalcia nel 1886. Si vede rappresentata, coi grottoni vicini (magazzini ouer botteghe di mercanti) nella tav. 9 di Stefano du Perac. Vedi tav. I, 9 di Alò Giovannoli, la IX di du Cerceau etc. Per ciò che spetta al locatario Gabriele de Rossi, esso tornerà in iscena nel 1515 come appassionato collettore di antichità.


VIGNA BARBERINI

- Il giardino severiano fu sconvolto in epoca rinascimentale per la ricerca dei materiali. Al centro della piccola area è un blocco irregolare di marmo, superstite del complesso monumentale severiano, quello che rimane del lavoro di marmorari e scalpellini che dovevano completare i palazzi delle grandi famiglie romane e preparare il materiale per le famigerate "caldare" usate per sciogliere i marmi di Roma antica e farne calce".


VILLA DEI QUINTILI

- Nelle vetrine dell'Antiquarium sono esposti i pezzi trovati al VII miglio della via Appia Nuova, nell'incrocio con l'Appia Pignatelli. Le statue erano ammassate insieme, sicuramente una calcara. Le calcare erano delle fornaci nelle quali i pezzi di marmo erano cotti e trasformati in calce, ed erano frequenti nel medioevo nei luoghi dove il marmo era facilmente reperibile, come poteva essere una villa. Addirittura nel '400 la villa era conosciuta come "villa dello statuario", proprio per i continui rinvenimenti di statue che in origine decoravano i vari ambienti.

Alcuni di questi pezzi hanno la superficie del marmo deteriorata, per il processo di calcinazione già avviato. Le statue sono quasi tutte destinate al culto, e dovevano provenire da un santuario annesso alla villa dei Quintili che non è stato identificato.

 

 

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