I dimenticati crimini di guerra giapponesi

 

 

 

Premessa: per tutelare i più sensibili, è stato scelto di non mettere materiale fotografico impressionante che documenta i crimini descritti.

 

Se c’è stato qualcuno per eccellenza che invase, fu conquistatore, ma soprattutto tronfio, arrogante, razzista, spietato e crudele, offrendo massacri gratuiti e facendo scorrere sangue senza scrupoli, furono proprio i giapponesi del periodo imperiale. Nessuno però parla dei loro crimini di guerra, fa la minima invettiva verso di loro, nessuno celebra la memoria del massacro di Nanking o si scandalizza per ciò che l’unità 731.


Esiste una parte importante della storia recente che si è tentato di far sparire dalla memoria e dai libri, per tutelare fin da subito l'immagine dei preziosi alleati giapponesi, ed in particolare ci riferiamo ai loro incredibili crimini di guerra risalenti al periodo della seconda guerra mondiale, che riuscirono perfino a superare quelli dei nazisti.

I giapponesi, soprattutto i soldati, all'epoca avevano una cultura enormemente diversa dagli altri popoli, si consideravano esseri superiori e consideravano gli altri popoli come esseri inferiori a cui si poteva fare qualsiasi cosa restando impuniti, per non parlare della visione dei prigionieri che per loro erano considerati peggio degli insetti perché li consideravano come persone che avevano rinunciato a lottare e quindi meritavano solo sofferenze e morte. Per i giapponesi la vita e le sofferenze di popoli vinti e di prigionieri non avevano alcun valore.

Proprio per la considerazione di essere superiori agli altri, i giapponesi spesso non rispettavano i diritti e le convenzioni di altri popoli, attuando attacchi militari che violavano per l'appunto le convenzioni militari ed umanitarie: per loro si poteva impunemente fare di tutto e gli altri non avevano alcun diritto.

L'accanimento e la ferocia contro i prigionieri ed civili dei Paesi occupati non ha uguali, e non ha neanche una motivazione valida.

 

Il soldato giapponese inoltre era una macchina assassina inarrestabile, disposta a sacrificare se stesso pur di combattere il nemico, ed anche la popolazione civile aveva ideali simili. Tra l'altro, l'arrendersi era considerato qualcosa di impensabile, si combatteva fin quando ce ne era la minima possibilità, anche quando si era praticamente certi della sconfitta. I tedeschi se accerchiati si arrendevano, i giapponesi invece continuavano a combattere fino a quando non venivano tutti ammazzati.

Gli stessi civili giapponesi piuttosto che arrendersi o comunque cadere in mano nemica preferivano uccidersi. Infine, l'imperatore era considerato discendente di una divinità e questo motivava molto le persone a battersi e fare sacrifici incredibili per le guerre da lui volute.

Dato tutto questo, i giapponesi erano un popolo estremamente temibile, atto a compiere atrocità inaudite con una leggerezza impressionante, ed inoltre erano praticamente invincibile perché non era contemplata l'opzione della resa.

Non stupisce che gli USA dovettero ricorrere all'eccezionalità della bomba atomica per avere la resa del Giappone che, nonostante innumerevoli sconfitte e danni gravissimi, non mostrava segno di volersi arrendere, senza contare che l'invasione e l'occupazione violenta della nazione avrebbe portato ad un numero di morti molto più elevato delle bombe atomiche.

Grazie alla mentalità giapponese di quel tempo, furono compiuti i crimini di massa più orribili della storia, ma solo pochissimi hanno pagato per tutto questo, il Giappone non ha mai chiesto scusa ed il mondo ha preferito dimenticare il tutto per difendere l'immagine del Giappone. È stato invece dato molto risalto ai crimini dei nazisti, perché tanto la Germania nazista non esisteva più e quindi si poteva procedere senza problemi politici e di immagine.

 

Quello che segue è testimonianza dei principali crimini di guerra giapponesi, ed è molto indicativo su come la pensavano: si rimarrà sbalorditi e ci si chiederà come sia possibile che nella storia recente degli esseri umani civilizzati possano aver fatto tutto ciò.

Gran parte degli orrori ruota intorno ai prigionieri di guerra ed ai civili sotto occupazione giapponese,  tra l'altro i giapponesi uccisero ben 30 milioni di filippini, malesi, vietnamiti, cambogiani, indonesiani e birmani, ed almeno 23 milioni di loro erano di etnia cinese.

La strategia giapponese era quella della terra bruciata: "Kill All, Burn All, and Loot All", ossia uccidere tutti, bruciare tutto, depredare tutto.

Inoltre, il Giappone non aderiva alle convenzioni internazionale per il rispetto dei diritti del prigioniero, ed infatti se ne approfittavano torturandoli ed ammazzandoli a piacimento, nè si aderiva a convenzioni internazionali che ad esempio limitavano l'uso di armi chimiche, ed anche qui i giapponesi se ne approfittarono impiegando gas tossici in guerra anche su civili.

 

 


 

Lo stupro di Nanchino

 

Premessa: tratto in parte da qui, qui e da wikipedia

 

Quando il 13 dicembre 1937, nell’ambito del conflitto cino-giapponese, l’esercito nipponico occupò l’allora capitale cinese Nanchino, dopo aver già massacrato civili inermi durante la marcia di avvicinamento alla città da Shangai, le stragi e gli stupri furono all’ordine del giorno.

Mentre i militari cinesi scappavano la popolazione civile cadde in balia di un esercito intriso di presunzione di superiorità nei confronti dei cinesi giudicati una razza inferiore. Ad eccezione di una “Zona di protezione internazionale”, gestita da europei e americani, alla cui realizzazione contribuì notevolmente John Rabe, uomo d’affari tedesco e rappresentante a Nanchino del partito nazista, nessun luogo della città fu immune dalle stragi.

Le vittime furono da 260.000 a 350.000, fino a 500.000 secondo fonti del Governo federale USA recentemente rese pubbliche se si comprendono anche i morti nei dintorni della città. Le crudeltà perpetrate furono inaudite. Solo gli stupri furono tra i 20.000 e gli 80.000.

E a subirli furono anche bambine e anziane. Numerose donne vennero rapite anche dalla zona di protezione internazionale e violentate. Tantissimi coloro che furono sbranati dai cani, bruciati insieme alle proprie case, seviziati fino alla morte, sepolti vivi.

 

Gli ufficiali giapponesi inscenavano addirittura delle gare su chi era più bravo a mozzare le teste con un sol colpo di spada e i giornali in patria riportavano notizie e fotografie. Alcuni soldati inviavano alle proprie fidanzate fotografie delle stragi, altri conservano teste mozzate come trofei.

Molti cinesi vennero usati per addestrare allenamento all’attacco delle baionette, altri furono evirati e i loro peni venduti tra i soldati perché ritenuti cibo afrodisiaco. Si registrarono anche casi di cannibalismo. Nel diario di un soldato giapponese si legge: “quando ci annoiavamo, passavamo il tempo ammazzando dei cinesi.

Li seppellivamo vivi, o li buttavamo nel fuoco, o li picchiavamo a morte con le mazze, o li uccidevamo in altri modi crudeli”.

I massacri e gli stupri continuarono per 6 settimane.

I cadaveri vennero seppelliti in fosse comuni o gettati nel fiume Yangtze. Molti vennero bruciati. Alla fine i cani randagi banchettavano tra i resti dei soldati e dei civili cinesi.

Le testimonianze del tempo e i resoconti degli stranieri (come i diari di John Rabe e Minnie Vautrin) concordano tutti sull’efferatezza dei crimini commessi.

Anche i corrispondenti dei giornali europei e i diari da campo dei membri del personale militare ci offrono un quadro apocalittico.

Un missionario americano, John Magee, riuscì addirittura a girare un filmato in 16 mm e a scattare alcune fotografie dei massacri.

Gli stupri furono un elemento centrale delle violenze. Ogni notte se ne contavano più di mille mentre di giorno avvenivano in pubblico, spessissimo di fronte agli stessi mariti e familiari costretti a guardare.

I soldati giapponesi cercavano le donne penetrando in ogni casa e portando fuori le proprie vittime per violentarle in gruppo. Dopo si procedeva a recidere i seni o ad altre mutilazioni per poi trafiggerle con canne di bambù o baionette.

Molte donne vennero avviate nei bordelli militari giapponesi.

 

Così ricordò quelle violenze un militare nipponico:

“Mentre ne abusavamo, le donne venivano considerate esseri umani, ma quando le uccidevamo non erano che maiali.

Non ce ne vergognavamo assolutamente, non ci sentivamo minimamente in colpa: altrimenti non avremmo potuto farlo.

Quando entravamo in un villaggio la prima cosa che facevamo era rubare il cibo, poi prendevamo le donne e le violentavamo, infine uccidevamo tutti gli uomini, le donne e i bambini per essere sicuri che non potessero fuggire e raccontare ai soldati cinesi dove ci trovavamo”.

 

« È una storia orribile da raccontarsi; non so come iniziare né come finire. Non avevo mai sentito o letto di una tale brutalità. Stupri: stimiamo che ce ne siano almeno 1.000 per notte e molti altri durante il giorno. In caso di resistenza o qualsiasi segno di disapprovazione arriva un colpo di baionetta o una pallottola. »
(James McCallum, in una lettera alla famiglia, 19 dicembre 1937)
 

All’interno della “zona di sicurezza” una missionaria e insegnante americana, Minnie Vautrin (1886-1941), riuscì a salvare, tra il dicembre 1937 e la primavera del 1938, migliaia di donne e bambini accogliendoli nel Ginling College, la prima istituzione destinata all’istruzione femminile universitaria in Cina.

Dalle pagine del suo diario appaiono in tutta la loro tragicità le vicende della popolazione inerme, ma anche la solidarietà degli stranieri che instancabilmente si prodigavano per salvare più vite possibili.
 

Così Minnie Vautrin:

“Mercoledì, 15 dicembre. Sono rimasta al cancello ininterrottamente dalle 8,30 di questa mattina fino alle 6 di questa sera, tranne che per il pranzo, mentre le rifugiate entravano a fiumi. I volti di molte donne esprimono terrore – la scorsa notte in città è stata tremenda e molte giovani donne sono state portate via dalle loro case da soldati giapponesi. (…) Ieri e oggi i giapponesi hanno fatto grandi saccheggi, hanno distrutto scuole, ucciso uomini e stuprato donne. (…) Giovedì, 16 dicembre. (…) Probabilmente non c’è crimine che non sia stato commesso oggi in questa città. La scorsa notte trenta ragazze sono state rapite dalla scuola di lingue e oggi ho sentito storie strazianti di ragazze portate via dalle loro case la notte scorsa: una aveva appena dodici anni. (…) Questa sera è passato un camion con 8 o 10 ragazze gridavano Giu ming, Giu ming – salvateci la vita”.

 

Continua la Vautrin:

“Venerdì, 17 dicembre. (…) Una fiumana di donne esauste e con lo sguardo stralunato stava arrivando. Hanno detto di aver passato una notte orrenda e che le loro case sono state visitate più e più volte dai soldati. (Bambine di dodici anni e donne di sessanta stuprate. Centinaia di donne costrette a lasciare le loro camere e una donna incinta minacciata con la baionetta. Se soltanto i giapponesi di buon senso conoscessero i fatti di questi giorni di orrore).

Vorrei che ci fosse una persona qui che avesse il tempo di scrivere una triste storia per ogni persona – soprattutto quella delle bambine più giovani a cui è stato annerito il viso e a cui sono stati tagliati i capelli. (…) Pomeriggio passato al cancello – non è un compito facile controllare chi va e chi viene, evitare che entrino padri e fratelli, o che entrino altre persone con cibo e altro. Ci sono più di 4.000 donne nel campus (…).   Domenica, 19 dicembre. Questa mattina di nuovo donne e bambine dallo sguardo stralunato si sono riversate dal cancello – era stata una notte di orrore. Molte si sono inginocchiate e ci hanno implorato che le lasciassimo entrare – le abbiamo fatte entrare, ma non sappiamo dove dormiranno questa notte. (…)

Ho passato il resto della mattinata ad andare da una parte all’altra dell’Università, cercando di far uscire i soldati, un gruppo dopo l’altro. Credo di essere salita tre volte a South Hill, poi al retro del campus e poi sono stata chiamata con urgenza alla vecchia Faculty House dove mi hanno detto che due soldati erano saliti al piano superiore. Là, dentro la stanza 538, ne ho trovato uno fermo davanti alla porta e uno dentro che stava già stuprando una povera bambina. La mia lettera dell’Ambasciata e la mia presenza li ha fatti scappare in fretta – nella mia rabbia vorrei avere avuto la forza di colpirli per le loro vili azioni. (…)  Martedì, 21 dicembre.

I giorni sembrano interminabili e ogni mattina mi chiedo come si potrà sopravvivere alla giornata, dodici ore. (…) Mentre camminavo verso casa con il Signor Wang – non oserei uscire da sola – si è avvicinato un uomo molto turbato e ci ha chiesto aiuto. La moglie di ventisette anni era appena rientrata a casa dal Ginling e lì si era ritrovata di fronte e tre soldati. Il marito era stato costretto ad andarsene mentre lei era rimasta nelle mani di quei tre soldati. Questa sera dovremmo avere dalle sei alle settemila (nove o diecimila?) rifugiate nel nostro campus. Chi di noi ancora ce la fa a tirare avanti è sfinito – non sappiamo quanto a lungo potremo sopportare una tale pressione. In questo momento grandi incendi stanno illuminando il cielo a nordest, a est e a sudest. Ogni notte questi incendi rischiarano il cielo e di giorno le nuvole di fumo ci rivelano che saccheggi e distruzioni stanno ancora continuando. I frutti della guerra sono morte e desolazione.

Non abbiamo assolutamente alcun contatto con il mondo esterno – non sappiamo nulla di ciò che sta accadendo e non possiamo lanciare alcun messaggio”.

 

L’esercito giapponese sottopose altri Paesi occupati a dure repressioni, usando la tortura e lo stupro come mezzo di disprezzo e controllo delle popolazioni inermi.

Particolare efferatezza venne usata nelle Filippine. Questo il racconto di un giovane camionista americano internato in un campo di prigionia nipponico dove assistette alle violenze su una ragazza filippina: “Un sergente giapponese andava in giro e colpiva gli uomini con il calcio del fucile. Era ubriaco e voleva assicurarsi che tutti sapessero che era lui il capo. Infieriva sulle donne. Trovò un pezzo di cavo e legò strette le gambe della ragazza, all’altezza delle cosce. Lei urlava a squarciagola, e allora lui estrasse la baionetta e la colpì proprio in mezzo ai seni, squarciandola davanti a tutti”.

 

Diversi stranieri residenti a Nanchino hanno testimoniato su quanto accadeva in città:

« Il massacro di civili è terrificante. Potrei proseguire per intere pagine raccontando casi di stupro e brutalità al limite del credibile. Due uomini trafitti da colpi di baionetta sono i soli sopravvissuti di un gruppo di sette spazzini che erano seduti nei loro uffici quando i giapponesi fecero irruzione senza preavviso e senza motivo, uccidendone cinque e lasciando quei due, feriti, a trascinarsi verso l'ospedale. »
(Robert Wilson , in una lettera alla famiglia, 15 dicembre)

« Non solo hanno ucciso ogni prigioniero che sono riusciti a trovare, ma anche un gran numero di cittadini di tutte le età... Proprio l'altro ieri abbiamo visto un povero infelice assassinato di fianco alla casa in cui viviamo. »
(John Magee, in una lettera alla moglie, 18 dicembre)

« (I soldati giapponesi) hanno trafitto a colpi di baionetta un ragazzino, uccidendolo, e io questa mattina ho passato un'ora e mezza ricucendo un altro bambino di otto anni che aveva cinque ferite da baionetta, una della quali aveva raggiunto lo stomaco, che gli fuoriusciva dall'addome. »
(Robert Wilson, in una lettera alla famiglia, 18 dicembre)

 

I giapponesi non si limitarono solo ai massacri ma eseguirono sui cadaveri una serie di orrende mutilazioni: stupri di massa, decapitazioni, corpi sventrati, corpi in decomposizione ammassati per giorni sulle strade. E di tutto ciò i soldati scattarono foto ricordo.
Ciò che colpisce e' la consapevolezza dell'impunita', in nessun caso ci sarebbe stata una punizione.
È la prima volta che violenze di vario genere si trovano concentrate tutte insieme, e in un lasso di tempo così breve.
Ci troviamo di fronte a una guerra asimmetrica, considerando la circostanza che il Giappone non aveva aderito alla Convenzione di Ginevra del 1929.  Ai caduti cinesi non potevano dunque essere applicate le norme di diritto internazionale che ne garantivano la protezione.

I cinesi erano considerati alla stregua di ribelli da domare, di carne da macello da distruggere. Lo scopo ultimo del massacro non fu terrorizzare, piuttosto uccidere per divertimento: la vittima considerata semplice oggetto da esibire con brutalità. E le foto accompagnano la brutalità delle esecuzioni, sono foto-ricordo che raccontano le violenze subite dai corpi.

 

Subito dopo la caduta della città le truppe giapponesi si misero a cercare con determinazione gli ex soldati cinesi, catturando migliaia di giovani uomini. Molti di questi vennero condotti sulla riva dello Yangtze e falciati con raffiche di mitragliatrice in modo che i loro corpi cadessero in acqua. Radunarono anche 1.300 soldati e civili cinesi nei pressi della porta di Taiping e li uccisero tutti facendoli saltare in aria con delle mine per poi bagnare i loro corpi con della benzina a dar loro fuoco. I pochi ancora rimasti in vita dopo questo trattamento furono finiti a colpi di baionetta, mentre altre persone furono picchiate fino alla morte. I giapponesi sottoposero inoltre ad esecuzioni sommarie anche numerosi passanti che si trovavano per la strada, generalmente con il pretesto che avrebbero potuto essere soldati travestiti da civili.
Migliaia di persone furono portate via e uccise dopo essere state condotte in una fossa, chiamata "il fosso dei diecimila cadaveri", una specie di trincea lunga circa 300 metri e larga 5. In assenza di conti ufficiali, si stima che il numero delle persone sepolte nella fossa possa essere andato da 4.000 a 20.000. La maggior parte degli storici e degli studiosi tuttavia valuta tale numero superiore alle 12.000 vittime.
Donne e bambini non furono risparmiati dagli orrori del massacro. Spesso i soldati giapponesi tagliavano i seni alle donne, le impalavano con le baionette, le sventravano o, se erano in stato interessante, strappavano loro il feto dal ventre; molte donne furono prima brutalmente violentate e poi uccise, mentre dei testimoni ricordano soldati che lanciavano bambini in aria e li riprendevano al volo con la baionetta.
Il governo diretto da Fumimaro Konoe era perfettamente a conoscenza di quanto accadeva. Il 17 gennaio il ministro degli Esteri Koki Hirota ricevette un telegramma scritto dal corrispondente del Manchester Guardian H.J. Timperley intercettato dal governo di occupazione a Shanghai. Nel telegramma Timperley aveva scritto:

« Da quando pochi giorni fa sono tornato a Shanghai ho indagato sulle atrocità commesse dall'esercito giapponese a Nanchino e altrove che mi sono state riferite. I racconti di testimoni oculari attendibili e le lettere di persone la cui credibilità è fuori discussione presentano prove convincenti del fatto che l'esercito giapponese si è comportato - e continua a comportarsi - in maniera tale da ricordare Attila e i suoi Unni. Non meno di trecentomila cinesi sono stati massacrati, in molti casi a sangue freddo. »
(H.J. Timperley)

 

Circa un terzo della città venne distrutto appiccando il fuoco. Secondo le testimonianze, le truppe giapponesi incendiarono sia i palazzi governativi di nuova costruzione sia le abitazioni di molti civili; venne ampiamente devastata anche le zona esterna alla cerchia di mura. I soldati saccheggiarono indiscriminatamente sia le abitazioni ricche che quelle povere. L'assenza di qualsiasi forma di resistenza da parte delle truppe cinesi e dei civili di Nanchino significò che i giapponesi furono liberi di spartirsi qualsiasi valore trovassero come più piaceva loro.
 

La situazione, naturalmente, peggiorò dopo lo sbarco degli Alleati. Nella loro ritirata verso nord i soldati del “sol levante” si lasciarono andare a numerose atrocità. Vennero violentate molte donne; nemmeno le suore furono risparmiate. Alla fine della Seconda Guerra Mondiale il Tribunale Internazionale di Tokyo, voluto dagli americani, si occupò anche del massacro di Nanchino, emettendo alcune condanne. Venne, tuttavia, concessa l’immunità a tutta la famiglia imperiale, compreso lo zio dell’imperatore che aveva precise responsabilità nel massacro.

 

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