La verità su The China Study

 

 

Tratto da http://www.queryonline.it/2014/09/15/tutti-vegani-per-restare-in-salute-the-china-study-e-le-sue-conclusioni/

 

L’elisir di lunga vita? È la dieta vegetariana, o, meglio, vegana che garantisce una drastica riduzione dei fattori di rischio relativi a patologie diffuse quanto temibili. Parola del Dr Campbell, autore di The China Study. Ma ne siamo proprio sicuri? Per rispondere a questa domanda ricostruiamo la storia di uno tra i testi più citati a proposito del dibattito sul consumo di carne e latticini.

 

Tutto incomincia nel 1983, quando prende avvio il Progetto Cina (China Project), uno studio epidemiologico di dimensioni titaniche che mirava a indagare il rapporto tra alimentazione, ambiente, tradizioni sociali e malattie nel territorio cinese. La scelta della Cina è stata motivata da più ragioni: disponibilità di dati affidabili; relativa stabilità e, almeno a quei tempi, stanzialità della popolazione nelle contee oggetto di analisi e, soprattutto, coesistenza di tradizioni culinarie radicalmente diverse, che consentiva di raffrontare modelli alimentari differenti.

Nel 1981 erano, inoltre, stati pubblicati alcuni dati che mettevano in evidenza come il cancro, nel territorio cinese, fosse particolarmente diffuso in alcune specifiche zone, con differenze notevoli nel tasso d’incidenza tra una contea e l’altra, il che spingeva a indagare le ragioni di questa distribuzione disomogenea. Il Progetto Cina è stato condotto in collaborazione dalla Cornell University, dall’Accademia cinese di Medicina Preventiva, dall’Accademia cinese di Scienze Mediche e dall’Università di Oxford. Alla prima indagine del 1983-84 (che ha coinvolto 6.500 adulti residenti in 65 contee) ne è seguita una seconda nel 1989-90, che ha interessato 10.200 adulti (includendo 20 nuove contee nella Cina occidentale e a Taiwan e 20 famiglie in più per contea). Gli scienziati riferiscono di aver annotato con scrupolo ogni porzione di cibo ingerita dai soggetti e di aver raccolto campioni di sangue e urina.

 

The China Study, bestseller internazionale pubblicato nel 2005 da T. Colin Campbell (direttore USA del Progetto Cina) e da suo figlio Thomas M. Campbell II, è forse l’“eredità” più famosa del China Project. In quello che è diventato un vero manifesto del veganesimo si afferma che l’alimentazione caratteristica del mondo occidentale sarebbe potenzialmente foriera di terribili guai per la salute, mentre una dieta basata sul consumo di vegetali e che esclude le proteine animali risulterebbe protettiva rispetto alle malattie cardiovascolari, al diabete, al cancro e all’obesità.

Principale imputato è il tasso di colesterolo nel sangue, che costituirebbe il fattore di rischio più importante per tutte le patologie che affliggono la civiltà del benessere occidentale, a sua volta correlato con l’assunzione di proteine animali. Una drastica riduzione dell’introduzione di queste proteine risulterebbe, pertanto, la migliore arma di difesa relativamente a tutte le malattie. La situazione ottimale coinciderebbe con la scelta dell’alimentazione vegana, che prevede la totale eliminazione di tutti gli alimenti di origine animale. Purtroppo – e qui il duo Campbell & Campbell sembra indulgere al complottismo – i benefici del veganesimo sono colpevolmente messi in ombra da torbidi interessi lobbistici che coinvolgono l’industria alimentare, i governi e anche taluni studiosi senza scrupoli.

 

Prima che corriate tutti a disfarvi dei cartoni del latte e che vi precipitiate ad annullare la grigliata con gli amici, fermiamoci un momento. Le conclusioni dei Campbell, tratte dal China Project, sono davvero inoppugnabili così come vengono presentate? Sembra proprio di no.

 

Un’interessante operazione di fact-checking è stata condotta dalla blogger Denise Minger che ha deciso di lavorare sui dati grezzi forniti dal libro dei Campbell e di confrontarli con le deduzioni che i due autori ricavavano da questi. La Minger ha potuto, così, appurare come in molti casi i Campbell avessero tratto conclusioni decisamente scorrette attraverso un’indebita selezione dei dati, oppure individuando nessi causali del tutto illusori, o ancora ignorando concetti come la significatività statistica. Ne consegue che le conclusioni del libro sarebbero, per lo più, arbitrarie convinzioni degli autori.

La Minger ritiene che i Campbell si siano fatti influenzare dalle loro aspettative e, di conseguenza, siano andati in cerca di dati che confermassero le proprie idee. Perplessità sui metodi e sulle conclusioni degli autori di The China Study – in linea con le conclusioni della Minger – sono stati messi in rilievo nell’ambito della ricerca e del giornalismo scientifico. Un’interessante sintesi della questione, unitamente a una recensione del libro, a opera di Harriet Hall, medico e giornalista, può essere letta online su Science-Based Medicine.

 

E quindi qual è il parere della scienza in merito all’azione protettiva del veganesimo e, in generale, su The China Study? Come spesso accade, sembra che i Campbell abbiano indebitamente semplificato una questione in realtà molto complessa. Gli studi che correlano il consumo di carne con i tumori e le malattie cardiovascolari sono moltissimi, ma gli esiti non consentono di fare affermazioni così radicali come quelle degli autori. Se, da una parte, sembra chiaro che un consumo eccessivo di carne rossa aumenta la possibilità di sviluppare malattie cardiovascolari e tumorali, d’altra parte non è stato possibile provare in maniera sicura il ruolo protettivo dell’alimentazione vegana. Sembra, infatti, che non vi sia sostanziale differenza tra la protezione fornita dalla dieta vegana e quella che deriva da un basso consumo di carne (che peraltro non comporta i rischi degli squilibri nutritivi correlati all’alimentazione vegana).

 

Un riferimento sistematico a tutta la sconfinata letteratura scientifica sull’argomento sarebbe impossibile ed esulerebbe dai nostri scopi. Uno studio olandese condotto su 120.000 individui e una review non rilevano sostanziali differenze tra chi non consuma carne e chi la consuma di rado. Altri studi sembrerebbero, invece, più vicini alle conclusioni del China Study, evidenziando, pur senza eccessi, un certo grado di protezione derivante dal vegetarianesimo (ma non dal veganesimo). Una sintesi degli studi sul rapporto tra consumo di carne e predisposizione a sviluppare tumori è presente nell’International Encyclopedia of Public Health, in un articolo a opera di A. J. Cross e R. Sinha del National Cancer Institute di Rockville, USA.

 

In conclusione, ad oggi non vi sono buoni motivi per raccomandare l’alimentazione vegana in ragione di una prevenzione del rischio di sviluppare malattie, mentre un’alimentazione vegetariana equilibrata o un consumo ridotto di carne (in particolare di carne rossa, quella che comporta i rischi maggiori) possono aiutarci a rimanere in buona salute.

 

 

 

Il China Study e la caseina

 

Tratto da http://italiaxlascienza.it/main/2014/05/il-china-study-e-la-caseina/

 

Il progetto Cina, per chi non lo sapesse, è uno studio epidemiologico condotto circa 30 anni fa in Cina da T.Colin Campbell, che ha indagato sulla relazione esistente fra salute, alimentazione e condizioni ambientali (per maggiori informazioni su cosa sia uno studio epidemiologico consiglio di leggere questo breve articolo, questa interessante analisi e il nostro ciclo sugli errori nella lettura delle ricerche, prima di proseguire la lettura).

 

In questo articolo analizzeremo solo la parte dello studio su cui si fonda l’intera teoria di Campbell, evidenziandone errori, forzature e incoerenze. Ho preferito non svolgere un’analisi completa perché lo studio è molto lungo e ne sarebbe derivata una lettura troppo complessa e prolissa, meglio focalizzarsi sull’essenziale per ora. Nonostante questo le informazioni fornite di seguito saranno probabilmente sufficienti a far notare la fallacia della sua logica e l’evidente irrazionalità delle sue conclusioni.

Iniziamo.

 

Cosa bisogna sapere:

 

Le proteine sono macromolecole biologiche formate da una o più catene amminoacidiche e si differenziano principalmente per la sequenza degli amminoacidi che le compongono. Sono necessarie nella dieta degli animali, che, non potendo sintetizzare tutti gli amminoacidi di cui necessitano, devono ottenerne alcuni (i cosiddetti amminoacidi essenziali) dall’assunzione di cibo. Attraverso il processo di digestione, gli animali spezzano le proteine ingerite in amminoacidi liberi, che sono successivamente impiegati nella creazione di nuove proteine strutturali, enzimi, ormoni, o come fonti di energia.

Secondo la classificazione tradizionale, le proteine alimentari sono classificabili come nobili e non nobili in base alla conformazione del profilo amminoacidico e quindi alla presenza nelle giuste quantità di tutti gli amminoacidi essenziali (EAA). Gli otto amminoacidi essenziali sono così chiamati perché non possono essere sintetizzati dal corpo, ma devono essere ricavati tramite le proteine alimentari al contrario dei restanti dodici, i quali hanno la possibilità di essere sintetizzati per via endogena.

L’amminoacido limitante è quell’amminoacido tra gli essenziali la cui quantità condiziona la possibilità di sintesi di nuove proteine[1]. Detto in altri termini è il collo di bottiglia della sintesi: l’ingrediente di cui sono più carente determina la mia massima capacità di produzione.

La caseina è una proteina nobile che si trova nel latte e i suoi derivati, quindi non ha amminoacidi limitanti.

La Lisina è un amminoacido essenziale ed è l’amminoacido limitante del grano.

 

Cosa dice Campbell:

 

Un esperimento condotto su topi ha rivelato che la caseina ha una relazione così stretta con il cancro da poter essere usata come interruttore per la crescita dei tumori. Campbell ha imposto un regime alimentare costituito al 20% di caseina nel primo gruppo di topi, e del 5% in un altro. L’esito di questi esperimenti è stato sorprendente: i topi che assumevano caseina al 5% mostravano tumori significativamente più piccoli di quelli appartenenti al primo gruppo[2].

Successivi esperimenti hanno mostrato come, sostituendo la caseina con le proteine della soia e del frumento, non si evidenziasse più la stessa differenza in termini di crescita fra i due gruppi [3]. Campbell concluse che la caseina potesse essere “l’agente cancerogeno più potente mai scoperto” [4].

 

Cosa non dice Campbell:

 

Un esperimento condotto nel 1989 gli rivelò che la proteina del grano mostrava effetti cancerogeni molto simili a quelli della caseina quando veniva integrata con della Lisina, il suo amminoacido limitante[5]. Questo suggerisce che una qualunque combinazione complementare di amminoacidi stimolerà il tumore a crescere e che questo concetto è applicabile alle proteine vegetali tanto quanto alla caseina, e a quelle animali in generale.

In altre parole, la sola ragione per cui nei suoi esperimenti è sembrato che le proteine vegetali avessero un ruolo “protettivo” nei confronti dei tumori è dovuta alla deficienza di uno o più amminoacidi essenziali, situazione che difficilmente potrebbe verificarsi in un contesto reale, in cui viene assunto più di un tipo di alimento vegetale o non. Campbell stesso nota che una dieta vegana varia permette di assumere tutti gli amminoacidi essenziali di cui abbiamo bisogno, esponendoci così allo stesso fattore di rischio imputato esclusivamente alla caseina nello studio sopracitato [6].

Inoltre, Campbell si rifiuta di riconoscere tutta la nutrita letteratura scientifica che, eseguendo esperimenti analoghi ai suoi, ha dimostrato che la proteina Whey, chiamata anche “proteina del siero del latte”, ha significativi poteri anti-tumorali [7][8][9][10][11].

Questo unico esempio di proteina animale che frena la crescita dei tumori anziché stimolarla è sufficiente ad invalidare l’intera ipotesi di Campbell con la quale afferma che l’effetto della caseina sui topi possa essere generalizzato a tutte le proteine di origine animale.

 

Campbell non fornisce nessuna prova riguardo alle sue assunzioni, ad esempio:

  • Assumendo caseina, l’organismo umano subisce gli stessi effetti di quelli dei topi esposti ad aflatossina (la sostanza che ha usato per indurre i tumori);

  • La caseina ha gli stessi effetti anche quando somministrata nella sua forma naturale, all’interno di cibi veri.ì;

  • L’effetto della caseina è estendibile all’intero spettro di proteine animali.

Questo rende la sua intera teoria una serie di speculazioni completamente priva di fondamento.

Infine, pare che Campbell non si sia posto domande che dovrebbero sorgere spontanee di fronte a simili rivelazioni:

  • A sostegno della sua tesi egli riporta il seguente dato: le nazioni in cui si fa più largo uso di latte hanno una più alta incidenza di tumori al seno. Possibile che Campbell non abbia notato come queste nazioni coincidono sospettosamente con quelle in cui c’è una più alta aspettativa di vita? Non si è chiesto se in l’incidenza di tumori è in qualche modo legata all’età? Non è forse possibile che nazioni come USA, Australia e Norvegia abbiano una sanità migliore di Zimbabwe, Algeria ed Ecuador e che questo giustifichi un maggior numero di diagnosi? Perché non mostra dati aggiuntivi a riguardo?

  • Campbell è a conoscenza del fatto che il latte “umano” contiene alte concentrazioni di caseina? Le donne dovrebbero smettere di allattare i propri bambini per non esporli ad agenti cancerogeni? Possiamo ritenere possibile che la natura abbia fatto un errore del genere? Non è clamorosamente controintuitivo ritenere che un alimento largamente consumato da tutti i mammiferi in un’età in cui il sistema immunitario è fragile sia così dannoso per la salute?

Giudicate voi.

 

La lista di errori e omissioni fatte è lunghissima, per chi volesse approfondire consiglio vivamente questa pagina.

 

Alla luce di questi fatti, non posso fare a meno di credere che Campbell sia stato poco oggettivo durante lo svolgimento dei suoi studi e che abbia svolto esperimenti e analisi con l’obbiettivo di confermare, anche forzatamente, le sue teorie riguardo l’alimentazione vegana. Un tipico esempio di pessima scienza.

 

Pietro Sottile

 

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Referenze:

 

 

CEIFAN
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http://ceifan.org