Il falso storico del deicidio ebraico

 

 

Che l'ebreo venga considerato come un capro espiatorio per delle frustrazioni che nulla hanno a che vedere con l'ebraismo, è cosa evidente, ancorché ripugnante. Va comunque nettamente ostacolata l'idea, sostenuta per molto tempo dalla chiesa cattolica, secondo cui l'ebreo merita d'essere discriminato in quanto "deicida".
Nei vangeli, con cui i cristiani hanno cercato una legittimazione agli occhi del potere romano, l'antisemitismo è molto accentuato, ma a una lettura non confessionale ci si rende facilmente conto come il popolo ebraico non rappresenti altro, in quei racconti, che il simbolo del popolo in generale.

Si potrebbe già terminare la discussione facendo notare che, secondo il Vangelo, Gesù Cristo era un ebreo praticante che fa condannato ed ucciso dai romani alla crocefissione, una pena destinata ai rivoltosi contro Roma: è chiaro che sono i romani gli eventuali deicidi e non gli ebrei.

Da un punto di vista molto più dettagliato, è possibile analizzare il falso storico del deicidio ebraico nel modo che segue.

 

 

L'accusa di deicidio


Premessa: tratto da Qui 

 

Due “menzogne”, in particolare, sono la causa principale di tutte le persecuzioni che, da circa duemila anni, ha dovuto subire l’intero Popolo ebraico. Esse sono l’invenzione dell’uccisione di Gesù per “mano” dello stesso, e la maledizione divina che, a seguito della stessa, peserebbe “in eterno” sugli Ebrei.

L’uccisione di Gesù Cristo sottopone all’attenzione di tutti due distinte ma, nello stesso tempo, interconnesse tematiche. La prima riguarda la sua esecuzione come persona, la seconda è inerente all’”omicidio” di Cristo in quanto Dio (per i Cristiani).

Bisogna rilevare che, a tutt’oggi, quest’accusa infamante nei riguardi di tutto il Popolo ebraico è ancora lontana dall’essere rigettata in toto anche da una parte non piccola della stessa Curia, che non la condivide. E siamo ancora più lontani qualora si prenda in considerazione l’insegnamento sacerdotale a molti livelli e la presa di coscienza di gran parte dei cristiani che il deicidio è una falsità storica, prima ancora che teologica. Un discorso a parte meritano gli antisemiti veri e propri, gli “irriducibili”, come si suol dire.

In precedenza è stato approfondito quanto fino ad oggi la Chiesa cattolica ha fatto in ordine a questa problematica, soprattutto per quanto concerne un più corretto rapporto tra la religione ebraica e quella cristiana.

Tutto ciò premesso, sembra tuttavia sia maturo il tempo di ribadire, ancora una volta, dopo venti secoli di tribolazioni inumane, che è, sia storicamente sia giuridicamente, infondato accusare gli Ebrei per la morte di Gesù.

Addirittura “blasfemo” è incolparli di “deicidio”. Alla verità non si giunge comportandosi come fanno gli struzzi (anche se questa è un’altra credenza cui non corrisponde la verità), ma confrontandosi tra le persone.

La ricerca della “Verità” posta in relazione a questa questione, non ha nulla a che vedere con l’opporsi a quello che è il Credo della religione Cristiana. Non è assolutamente esso la causa delle “ingiustizie” perpetrate nei confronti di un intero Popolo, bensì gli uomini che (in perfetta mala fede) hanno travisato gli stessi insegnamenti di Gesù Cristo e tuttora, troppo spesso, continuano a farlo.

Se l’errore viene corretto ogni volta che viene scoperto, la strada degli errori è la strada della verità, asseriva acutamente Hans Reichembach (1891-1953), filosofo tedesco del neopositivismo.

Quando il cristiano giungerà a cogliere nella sua essenza questi concetti, egli inequivocabilmente si accorgerà di non dover addebitare alcunché agli Ebrei, né oggettivamente (a tutto il Popolo indistintamente), né soggettivamente (a coloro che hanno partecipato alla “richiesta di condanna” di Gesù, ma non l’hanno ucciso).

Il mito del popolo deicida non è solo una irragionevole credenza tramandata a milioni di fedeli della cristianità, ma ha costituito, per l’intero ebraismo, il pregiudizio che più di ogni altro gli ha procurato le più tremende sciagure. Ed in quanto tale è, ancora oggi, il più difficile da estirpare. Lo scrittore e poeta americano Richard Wright (1908-60) nel suo libro più conosciuto (che, ai suoi tempi, diventò un vero best seller) “Black boy” racconta che “Tutti i negri del quartiere detestavano gli Ebrei, non perché ci sfruttavano, ma perché ci avevano insegnato a casa e a scuola che gli Ebrei erano gli “assassini” di Cristo”. E’ intuibile che, addossando ad un intero popolo una colpa così infamante, ognuno può arrogarsi la libertà di commettere ai danni dello stesso le più ignominiose azioni poichè, in ogni caso, esse saranno giustificate in relazione al sedicente delitto di deicidio.

Non c’è pertanto da meravigliarsi in alcun modo se dalla cristianità tedesca siano potuti sorgere i militanti più fanatici e crudeli dell’antisemitismo nazista: Hitler, Himmler, Eichmann, Hoess, ecc. Essi ripresero queste calunnie, le fecero proprie e le assunsero a “dogma”. Ne nacque il “male assoluto” intriso di sangue innocente, frutto del più profondo disprezzo, odio e violenza.

L’analisi che ci si accinge a sviluppare si propone di dimostrare, evitando ogni retorica e polemica con le religioni Cristiane, che l’addebito dell’uccisione di Gesù, fatto agli Ebrei quali appartenenti al Popolo che professa la religione Israelitica, è privo di alcun fondamento, da qualunque parte lo si voglia prendere i considerazione.

Affermare, poi, che ad essi sia imputabile il reato di “deicidio” è insostenibile, ancora prima che blasfemo.

Si intende motivare l’insussistenza di questa tremenda accusa che è stata la causa prima dell’antisemitismo bimillenario, e che, pure involontariamente, ha “dato copertura” all’olocausto di quasi l’intero Popolo Ebraico. Affinché l’analisi possa apparire la meno parziale possibile, si prenderanno a base dello studio gli stessi Vangeli, pur se questi Testi Sacri non costituiscono dei documenti “storici”, nel senso letterale della parola.

Si è optato per una scelta così singolare, non tanto alla ricerca di un’originalità fine a se stessa, quanto per disporre di una solida “base teologica” condivisa soprattutto da coloro con i quali si intende intavolare un “pacato ma ragionevole” dialogo.

Al fine di, come si suol dire, “tagliare la testa al toro”, si intende confutare l’accusa di deicidio iniziando con lo smentire l’uccisione stessa di Gesù Cristo come “persona” da parte degli ebrei viventi al suo tempo in Gerusalemme.
 

 

Accusa di deicidio storicamente infondata

 

 

Si intende ricercare i veri colpevoli cui addebitare l’uccisione di Cristo basandosi sia su documentazioni storiche, sia sui testi Evangelici. Queste Sacre Scritture, come è peraltro riconosciuto da tutti gli esegeti (coloro che studiano e interpretano criticamente un testo) Cristiani, sono principalmente opere di catechesi (dal greco: istruzione a viva voce) che non si prefiggono in alcun modo l’esattezza storica.

C’è da chiedersi, in primo luogo, quali furono gli eventi che ebbero come epilogo la crocifissione di Cristo.

Per rispondere a questo quesito è necessario prima verificare che cosa rappresentasse il Sinedrio (dal greco: assemblea) di Gerusalemme ai tempi di Gesù, come esso fosse composto, quale era il suo ruolo e quali fossero i suoi reali poteri. Dopo ciò verranno analizzati questi cruciali eventi:

- quali accuse furono imputate a Gesù dal Sinedrio;

- la sua consegna a Ponzio Pilato perché fosse egli a giudicarlo;

- il processo e la condanna di Gesù,

- la Via Crucis e la crocifissione.

Seguiamo, passo per passo, sulla base del racconto dei Vangeli, le vicende storiche che portarono all’uccisione di Gesù.
 

 

Il Sinedrio e il suo ruolo
 

Ai tempi di Gesù, il Sinedrio, la cui precedente e successiva competenza è assai incerta, aveva ricevuto i suoi poteri, peraltro molto limitati, da Erode. Egli, appena conseguita la sovranità, ne aveva messo a morte la maggior parte dei membri, costituendone uno nuovo a lui più ligio. Valerio Grato (procuratore romano, 15-26 d.C.) ebbe difficoltà da principio a trovare un Sommo sacerdote con cui andare d’accordo giacché, deposto subito Ariano, gli dette in quattro anni ben tre successori, di cui l’ultimo fu Giuseppe detto Caifas. Questi personaggi figurano, come è noto, nella Passione di Gesù (Ricciotti, storia d’Israele II, 381).

Il Sinedrio ebraico era composto essenzialmente da sacerdoti, scribi e anziani. Esso costituiva la suprema assemblea amministrativa e giudiziaria ebraica.

La classe dei Sacerdoti (che comprendeva i leviti) godeva di prestigio e potere. In particolare, il Sommo sacerdote aveva la rappresentanza legale del Sinedrio, che era riconosciuta anche dai Romani fino al 70 d.C. Egli era il ministro principale del culto del Tempio, il grande interprete della Torah (cioè: Legge), il giudice supremo e capo del Sinedrio. Il Tempio di Gerusalemme fu costruito da Re Davide ed edificato da suo figlio Salomone. Fu distrutto nel 596 dal babilonese Nabuccodonosor, e riedificato dal persiano Ciro il Grande nel 548 a.C. Fu definitivamente distrutto da Tito nel 70 d.C.

Gli Scribi erano considerati gli specialisti della Torah, dottori della Legge, maestri teologi. Non costituivano un raggruppamento politico-religioso. Potevano essere tanto farisei quanto sadducei.

 

- Il nome Levita viene da Levi, il capostipite di una tribù di Israele, cui era riservata la funzione di ministro del culto.

- I Farisei (dall’aramaico: separati) erano i seguaci di una setta religiosa ebraica, che si distingueva per la rigida e formale osservanza della Legge mosaica.

- I Sadducei (dall’ebraico: giusti) erano seguaci del partito aristocratico giudaico che, nel primo secolo a.C. negava la validità della Legge orale, la prescienza divina, l’immortalità dell’anima.

Esistevano molte altre sette o partiti in cui erano divisi gli ebrei di allora. Ad esempio, gli Zeloti, che costituivano un movimento ebraico estremista, derivante dal fariseismo del primo secolo a.C., che prediceva la rigida osservanza della Legge, il nazionalismo ebraico e la ribellione, anche armata, contro l’autorità romana.

Gli Anziani del popolo erano i capi dell’aristocrazia laica, una componente molto influente nel sinedrio. Erano in gran parte nobili culturalmente ellenizzati e politicamente filo-romani.

Verifichiamo, allora, quali fossero precisamente i poteri di questo Tribunale ebraico agli inizi dell’Era Volgare.

Il Sinedrio appare nelle fonti solo in epoca romana, ma è assai probabile che il Senato, fin dall’Età greca, fosse in sostanza lo stesso organo. Esso costituiva la suprema magistratura del luogo cui spettava, nella direzione degli affari pubblici e nell’amministrazione della giustizia, quei compiti che l’autorità romana non avocava a sé. Nel 57 a.C. il Procuratore Gabino divise il territorio Giudaico in cinque Distretti, ciascuno dei quali con un proprio Sinedrio, restringendo così la giurisdizione di quello specifico di Gerusalemme. Tuttavia, nel 47 a.C, Cesare ripristinò lo stato di cose preesistenti. Già da qui appare del tutto evidente la quasi completa dipendenza del Sinedrio dal potere romano. Come si è accennato, ai tempi di Gesù il Sommo sacerdote del Sinedrio era Caifa. Questi fu eletto dalle autorità romane dopo che le medesime avevano deposto Anna (suocero di Caifa), Sommo Sacerdote dal 6 al 15 d.C.

Ma quali erano, in concreto, i compiti e gli effettivi poteri assegnati al Sinedrio?

Dai documenti dell’epoca risulta che ad esso competeva l’amministrazione della giustizia, nonché la raccolta dei tributi per il Tempio e delle decime prescritte dalla Toràh. Peraltro il significato di Torah è più ampio, comprendendo essa un intero sistema di vita, che è divino nell’origine e umano nella disciplina.

E’ importante sottolineare il fatto che il Sinedrio non aveva alcun potere di emettere sentenze capitali (jus gladii). Esso aveva, sì, la facoltà di considerare meritevole di morte una persona facente parte della sua giurisdizione, ma non poteva emettere la sentenza, se la stessa non fosse stata ratificata dal Procuratore Romano (Ricciotti “Storia di Israele” (11,376). Ciò viene anche confermato dalla lettura dei Vangeli canonici. In Giovanni (18,31), ad esempio, viene riferito che quando Pilato disse agli ebrei “Prendetelo voi e giudicatelo secondo la vostra legge” essi gli risposero “A noi non è lecito uccidere alcuno”.

E’ doveroso anche rilevare che il Sinedrio non era affatto un’espressione democratica dei rappresentanti del popolo, non essendo i suoi membri eletti direttamente dai cittadini. In ogni caso, vi facevano parte uomini il cui giudizio poteva avere certamente influenza sull’opinione pubblica. Questo Organo aveva anche facoltà di emanare ordini ma, per i motivi addotti, non poteva farlo a nome dei cittadini su cui aveva la giurisdizione. Ne consegue che, in nessun caso, potevano essere incolpati i cittadini per specifici atti deliberati e compiuti dal Sinedrio. Sarebbe come se, ai tempi di Gesù, si considerasse responsabile ogni appartenente all’Impero Romano per una decisione presa dal Senato di allora.

Nella sostanza, il Sinedrio costituiva una oligarchia fortemente conservatrice (sia sotto il profilo religioso sia, ancor più, sotto quello politico), oltrechè indissolubilmente legata all’autorità romana.

Tant’è vero che il Sommo Sacerdote non disponeva neppure degli ornamenti sacerdotali, tenuti sotto chiave dalla Guarnigione Romana nella Torre Antonia a Gerusalemme. Questa roccaforte faceva parte della muraglia che dominava il sagrato del Tempio distrutto nel 70 d.C.

Tanto nei Vangeli quanto negli Atti degli Apostoli si ritrovano ampiamente confermate queste testimonianze inerenti al Sinedrio. In definitiva, appare fin troppo evidente che al Sinedrio competevano poteri che si limitavano al solo ambito religioso e che, in ogni caso, non avessero alcun riflesso sull’ordine politico decretato dai Romani.

Tra l’altro, il Sinedrio doveva stare anche molto attento a non prendere decisioni che potessero contrastare in qualche modo con la volontà del popolo. Se esso ne avesse veramente rappresentato la democratica volontà, non ci sarebbe stato alcun motivo per cui questo Organo dovesse temere la reazione del popolo. Questo timore emerge da numerosi passaggi dei Vangeli.

Quando Gesù si rivolge ai Grandi Sacerdoti ed agli Scribi per sapere se il battesimo di Giovanni derivasse dal Cielo oppure dagli uomini, si legge che essi così riflettono “…Se poi diciamo: dagli uomini, temiamo la folla (Matteo 21,26 – Luca 22,6-Giov. 7,13). Se poi diremo: dagli uomini, tutto il popolo ci lapiderà (Luca 20,6)”.

Sempre i Vangeli riportano anche che quando i Grandi Sacerdoti e gli Anziani tennero consiglio per trovare il modo di potersi impadronire di Gesù, gli stessi raccomandarono “Non durante la festa, affinché non avvenga un tumulto nel popolo” (Matteo 26,5-Marco 14,2-Luca 20,19).

Inoltre, i Grandi Sacerdoti temevano fortemente l’autorità romana tanto che, riferendosi a Gesù, dicevano: ”Se noi lo lasciamo (fare) così, tutti crederanno in lui, verranno i Romani e distruggeranno il nostro posto (Gerusalemme) e la gente (Giovanni 11,48)”

Questo per quanto riguarda i poteri e le funzioni del Sinedrio.

 

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