Davanti a Ponzio Pilato: interrogatorio e condanna

 

 

Premessa: tratto da Qui 


Analizziamo, a questo punto e più nello specifico, come si svolsero “realmente” i fatti e quali furono le colpe addossate a Gesù dal Sinedrio.

Quando nel 30 o 33 corse voce che Cristo, del quale erano noti i legami con gli Esseni (seguaci di una setta ebraica dell’era precristiana e praticanti forme di ascetismo. L’etimologia della parola è oscura), viene annunciato come il Messia, il clero di Gerusalemme insorge e lo vorrebbe condannato a morte per sovversione e bestemmia. Ecco che cosa dichiara il Sommo sacerdote Caifa in proposito: “E’ meglio che muoia un solo uomo per il popolo e non perisca la nazione intera” (Gv 18,14). Quando pure il Grande Sacerdote Caifa chiese a Gesù se egli fosse il Figlio di Dio e ne ebbe avuto, indirettamente, la conferma, lo stesso si stracciò le vesti esclamando “Ha bestemmiato” (Mt 26,65). Anche in Giovanni (10,33) si può leggere che i Giudei dissero a Gesù che non l’avrebbero “lapidato” per una colpa comune, ma perché lui, che era uomo, si proclamava Dio. Erano anche meravigliati di ciò che Gesù andava dicendo, tanto che ebbero il coraggio di rinfacciargli il fatto che lui si proclamasse “testimone di se stesso” (Gv 8,12-20): un’asserzione niente affatto concepibile ai religiosi ebrei.

Anche da queste riferimenti si evince la gravità del pericolo che un comportamento come quello di Gesù faceva incombere sui fondamenti stessi della religione ebraica e quindi, indirettamente, sull’intero popolo (sottomesso, ricordiamolo, ai Romani).. .

Nel Vangelo di Giovanni (9,22) si legge che gli Ebrei avevano già stabilito che, se uno avesse riconosciuto Gesù come il Cristo (dal greco Christòs: unto) o il Messia, sarebbe stato espulso dalla Sinagoga (una condanna infamante per un ebreo vivente in Palestina).

Riprendiamo il racconto dei Vangeli, in relazione alle accuse imputate a Gesù, al suo interrogatorio ed alla conseguente pena.

Tutti e quattro i Vangeli riferiscono che Gesù, riconosciuto dal Sinedrio colpevole (sotto il profilo religioso) di sedizione, venne dallo stesso condotto dinanzi a Ponzio Pilato (che governò dal 27 al 36, e ricoprì la carica sia di Governatore sia di Comandante della Giurisdizione) affinché fosse lui a giudicarlo (Mt.27,12; Marco 15,1-Luca 23,1-2).

Il Vangelo di Giovanni (18,12) riporta che la coorte (romana), il tribuno (ufficiale romano) e le guardie dei Giudei presero Gesù, lo legarono e lo portarono davanti ad Anna, suocero di Caifa. Per la verità, non risulta, almeno dagli scritti storici, che i Giudei disponessero di proprie “guardie”.

Nel solo Vangelo di Luca si legge che anche Erode (Antipa, non “il Grande” della strage degli innocenti), al quale Pilato aveva inviato Gesù per avere un suo giudizio sullo stesso, lo schernì e gli fece indossare una veste bianca prima di rimandarlo a Pilato. Il Vangelo evidenzia che da quel giorno, Erode e Pilato, che prima erano nemici, divennero amici (Lc 23,11-12).

Giunto dinanzi a Pilato, egli si rivolge così a Gesù: “Non mi parli? Non sai che ho il potere di liberarti e il potere di crocefiggerti? (Giovanni 19,10)”. Di fronte al silenzio di Gesù, il Governatore insiste: “Tu sei il re dei Giudei?” Gli risponde Gesù “Tu lo dici” (Mt 27,11). Gesù, in tal modo, fa indirettamente capire a Pilato che egli non si reputa tale, né così lo considerano i suoi correligionari.

Viene sottolineato il concetto che sebbene fosse stato il Sinedrio (il Pubblico Ministero) ad accusare Gesù di sedizione (considerata, dai Romani, un delitto politico), solo a Pilato spettava giudicarlo ed emettere la sentenza (Matteo 27,13; Marco 15,4; Luca 23,1-2).

Dai Vangeli scaturisce anche che Pilato considerò Gesù non colpevole. Al che i Grandi sacerdoti gli ribatterono che se Cristo non fosse stato un malfattore, non glielo avrebbero consegnato (Gv 18, 31). Aggiunsero anche, a riprova di questa accusa, che Gesù sollevava il popolo dalla Galilea fino alla Giudea (Lc 23,5). In Giovanni (19,7) si legge, inoltre, che i Giudei fecero capire a Pilato che essi avevano una Legge secondo la quale meritava la pena di morte chi, come Gesù, si era proclamato Figlio di Dio. Non potendo, però, essi emettere la sentenza, per questo lo avevano consegnato a Pilato. Ecco il vero nocciolo della questione!

Prima che Pilato “se ne lavasse le mani” egli si rivolse ai Grandi Sacerdoti dicendo loro “Prendetelo e giudicatelo secondo la vostra legge”. Al che essi così gli risposero “A noi non è lecito uccidere alcuno (Giovanni 18,31)”.

Pur sapendo che i Grandi sacerdoti gli avevano consegnato l’accusato per odio, Pilato emise lo stesso la “sentenza di morte”, pure reputandolo innocente. (Mt 27,18). In Marco 15,15 si legge anche che “…(Pilato) rilasciò loro Barabba e consegnò Gesù perché, dopo averlo flagellato, fosse “crocifisso”.

Come si può evincere dal resoconto dei Vangeli, sotto il profilo della responsabilità la posizione di Pilato è enormemente più grave di quella dei Sacerdoti e della turba ebraica. Pilato ordina l’uccisione di Cristo pur ritenendolo innocente, mentre i sacerdoti chiedono la punizione di chi, invece, reputano pericolosamente colpevole di sovversione e bestemmia.

Né da queste Sacre scritture emerge che Pilato abbia poi mostrato pentimento, vergogna o disperazione, là dove quel Giuda, il cui nome è rimasto ancor oggi quale sinonimo di tradimento, gettò i trenta sicli nel Tempio e andò ad impiccarsi dicendo “Ho peccato tradendo il sangue innocente”.(Mt 27,4-27,31).

Chi dunque ha condannato Gesù è stato soltanto Pilato il quale, secondo il diritto già allora in vigore, della sentenza risponde legalmente, ancor prima che moralmente.

Va aggiunto anche che era prerogativa di Pilato, e non del Sinedrio, non solo emettere sentenze capitali ma anche consegnare, a chi di spettanza, il cadavere del giustiziato. In caso contrario non si capirebbe per quale motivo Giuseppe di Erimatea, discepolo di Cristo (che, oltre a tutto, era come Nicodemo un Fariseo, e non si era associato alla deliberazione del Sinedrio di incolpare Gesù di sedizione e di consegnarlo a Pilato [Lc 23,50-52]), dopo la sepoltura di Cristo in una grotta “…avrebbe avuto il coraggio di presentarsi davanti a Pilato (non quindi ai Sacerdoti) per chiedergli la restituzione del corpo di Gesù. (Pilato), accertato dal Centurione (non dagli Ebrei) che egli (Gesù) era morto, concesse il cadavere a Giuseppe dì Erimatea” (Mt 27,58- Mc 15,42-46).

Dopo avere emesso la sentenza e comminata la pena di morte tramite crocifissione, Pilato fece scrivere su un cartello posto in cima alla croce “Gesù Nazareno, re dei Giudei” (Gv. 19,19; Mt 27,37). Lo scritto era in ebraico, latino e greco (Gv. 19,20). Questa breve frase indicava quale fosse la reale motivazione della “sua” condanna, esplicitata con tale scritta (Mc. 15,26).

Che dire dunque di quest’”ultima ingiuria” a Gesù, che costituisce il motivo stesso della pena di morte comminata da Pilato (Mc 15,26)? La scritta I.N.R.I. è nota a tal punto che così (“l’ultima ingiuria”) viene definita in tutti i giochi di parole crociate. Essa è un acronimo delle parole in lingua latina “Iesus Nazarenus Rex Iudaeorun”.

In definitiva, alla luce sia dei resoconti storici dell’epoca sia di quanto riportato proprio dai Vangeli emerge in tutta evidenza che è un autentico “falso storico” incolpare dell’uccisione di Gesù il Sinedrio e, ancor peggio, addebitare la stessa agli Ebrei allora viventi in Palestina, dai quali non dipendeva nemmeno l’elezione del Sinedrio. Quegli ebrei rappresentavano, tra l’altro, solo una minima parte degli israeliti già allora sparsi per il mondo (la cosiddetta diaspora precristiana).

Invece, si è sempre, in mala fede, voluto identificare una parte per la totalità.

Anche negli scritti del Card. Bea si può leggere “E’ certo che fu un piccolo gruppo a volere la condanna di Gesù, neppure tutti i membri del Sinedrio. E la folla che lanciò il grido brutale ”Ricada il suo sangue su noi e sopra i nostri figli” (Mt 27,25) era stata manipolata, come si può espressamente leggere nel Vangelo di Marco (15,11) “Ma i capi dei sacerdoti istigarono la folla, perché rilasciasse loro piuttosto Barabba”.

E’ Pilato (quello stesso che Luca, in 13,1 accusa di aver versato già altre volte sangue di certi galilei, cioè Ebrei) che, emesso il verdetto, consegna Gesù nelle mani dei soldati romani.

Sono essi che lo preparano, gli fanno bere l’aceto ed infine lo crocifiggono (Marco 15,24; Luca 23,36; Giovanni 19,29).

In Marco (15,16-20) si legge che i soldati, convocata l’intera coorte, lo rivestirono di porpora e gli cinsero il capo con una corona di spine. Gli batterono il capo, gli sputarono addosso, lo schernirono.

Lo fecero, dunque, i romani (dominatori), “non” i Giudei.

Da quanto narrato dai Vangeli, scaturiscono alcune semplici riflessioni..

In primo luogo, se fossero stati gli Ebrei a voler la morte di Gesù, per quale motivo essi avrebbero apposto alla sommità della croce la scritta I.N.R.I., altamente offensiva per loro stessi?

A conferma di ciò, emerge che, proprio a tal proposito, dopo che Pilato aveva fatto apporre tale scritta sulla sommità della croce, i Sommi sacerdoti chiesero allo stesso Pilato di modificare la medesima nel modo seguente “Costui (Gesù) disse: sono il re dei Giudei”. Ma Pilato rispose loro “Ciò che ho scritto, ho scritto” (Gv 19,21-22).

E ancora. La vera colpa addebitata da Pilato a Gesù per la sua condanna a morte non fu, dunque, l’accusa di sovversione (come espressamente imputata dal Sinedrio) bensì il fatto di proclamarsi “Re dei Giudei”, poiché l’unico “re” riconosciuto dai Romani era Cesare.

Si può concludere che, “proprio” in base al contenuto dei Vangeli, l’uccisione di Gesù non può essere addebitata ai Giudei in generale, ma neppure agli Ebrei viventi allora in Gerusalemme. Eventualmente, sia pure in modo forzoso, “materialmente” ai Romani. Sono essi (nella persona del giudice Ponzio Pilato), che emisero la sentenza di morte, sono essi (i soldati romani) che la eseguirono

A rigore di logica appare giusto considerare i soldati quali semplici esecutori. Va tuttavia rilevato che, leggendo i Vangeli con mente sgombra da secolari pregiudizi anti-ebraici, si può constatare come essi non piccola parte ebbero nel rendere quanto più penoso possibile il Calvario di Cristo (accusa, invece, non addebitabile, proprio per quanto si evince dalla lettura di questi Testi sacri, alla folla di Ebrei che seguivano il condannato lungo la Via Crucis).
 

 

Via Crucis e crocifissione
 

Dopo la sentenza di morte emessa da Ponzio Pilato, così continua la narrazione evangelica…”Lo seguiva una grande moltitudine di gente (ebraica), di donne che si battevano il petto e si lamentavano per lui [Gesù] (Luca 23,27).

Sì, si legge proprio “lamentavano per lui”. Sarebbe questa la moltitudine ebraica che “voleva la sua morte”? Sarebbero questi gli ebrei che lo “avrebbero ucciso”?

Intanto i soldati romani (considerati i semplici esecutori) lo beffeggiarono e continuarono a tormentarlo anche lungo il Calvario, fino alla sua crocifissione.

“(Gli stessi soldati) lo insultavano e si avvicinarono a lui per dargli dell’aceto e del vino misto con fiele” (Matteo 27,34). Dopo di ciò gli dissero “Se tu sei il re dei Giudei, salva te stesso” (Lc. 23,37).

Come se ciò non bastasse, dopo che Gesù era già morto, uno dei soldati gli trafisse il petto con la lancia (Gv 19,34).

Eppure non si è mai sentito alcuno incolpare i “romani” dell’uccisione di Cristo, né mettere in risalto la crudeltà “gratuita” dai soldati dimostrata. Quale palese “mala fede”!

In nessun passo dei quattro Vangeli si legge mai che i Giudei mostrassero nei confronti di Gesù una tale “ferocia”!

Così continua il resoconto. Mentre il popolo se ne stava là “a guardare” (Luca 23,35). i soldati, crocifisso che ebbero Gesù (Giovanni 19,23) divisero le sue vesti tirando a sorte per sapere che cosa toccasse a ciascuno (Marco 15,24).

Dall’analisi obiettiva di tutto il racconto, appare più che plausibile mettere in risalto la mala fede (ultramillenaria) nel voler artatamente far ricadere la colpa dell’uccisione di Gesù sugli Ebrei di allora. Dalla lettura degli stessi Vangeli canonici emerge che si tratta di un giudizio storicamente falso e moralmente iniquo.

Erano sempre gli ebrei che venivano crocifissi, erano solo i romani che crocifiggevano.

Va infatti rilevato che la “crocifissione” costituiva una pena segnatamente romana e siriana. Se gli Ebrei di Gerusalemme, contemporanei di Cristo, avessero voluto (e soprattutto potuto) metterlo a morte, lo avrebbero sottoposto a “lapidazione”, giammai a crocifissione.

In definitiva, circa l’uccisione di Gesù sotto il punto di vista storico, vale a dire principalmente sulla base di quanto riportato dai Vangeli, risulta quanto segue.
 

- Il Sinedrio ha incolpato Gesù e lo ha consegnato a Pilato per il processo.

- Il Sinedrio non rappresentava il popolo, non venendo da esso eletto.

- Non tutti i componenti del Sinedrio erano concordi nell’accusare Gesù.

- Gli ebrei di Gerusalemme erano solo una parte di quelli viventi in Palestina.

- Non tutti gli ebrei di Gerusalemme erano ostili a Gesù.

- Gli ebrei viventi in Palestina erano una minoranza rispetto a quelli già allora sparsi per il mondo.

- Il Sinedrio, nella sostanza, ha svolto, nel “processo a Gesù” la funzione di Pubblico Ministero, cioè dell’accusa.

- E’ Ponzio Pilato, il Giudice, che ha emesso la sentenza di morte.

- Sono i soldati romani che hanno “preparato” e poi materialmente “crocifisso” Gesù.
 

Si può ancora sostenere che siano stati gli ebrei (di allora) ad uccidere Gesù?

A tal punto, se l’accusa dell’uccisione di Gesù Uomo, appare del tutto infondata sotto il punto di vista storico, sembrerebbe non esservi ragione alcuna per proseguire ad analizzare la stessa sotto il punto di vista giuridico.

Sarebbe, quanto meno, un evidente controsenso.

Per un approfondimento della delicata problematica in argomento, si propende, invece, per analizzare la “colpa” addossata al Popolo ebraico anche sotto il profilo giuridico.

E’ anche interessante rilevare come pure il Corano smentisce l’uccisione di Gesù per mano degli Ebrei. Lo fa, indirettamente, in più punti. Lo fa, esplicitamente, ne “La Sura della famiglia di Imran” (III,55), e ne “La Sura delle donne”, dove in (IV,157-158) si legge testualmente che “..nè (i Giudei) I’uccisero, né lo (Gesù Cristo) crocifissero…”.


 

Accusa di deicidio giuridicamente inconsistente
 

Ancora prima di affrontare, anche dal punto di vista giuridico, l’infondatezza dell’accusa rivolta agli Ebrei per l’uccisione di Gesù Cristo in quanto “essere umano”, mi sia concessa una riflessione personale.

Appare veramente singolare che, nell’ambito di un “processo”, venga incolpato il Pubblico Ministero (vale a dire l’Accusa, nella fattispecie il Sinedrio) del verdetto emesso dal Giudice (nella persona di Ponzio Pilato).

Il libro di Salvatore Jona, eminente giurista Genovese, intitolato “Gli Ebrei non hanno ucciso Gesù” spiega, con cognizione di causa oltrechè in modo esauriente e con linguaggio chiaro, l’infondatezza di tale accusa sotto il profilo giuridico. Chi scrive si limiterà, pertanto, a stralciare (testualmente) dall’opera in argomento soltanto le annotazioni che reputa più significative, rimandando alla sua lettura chi volesse documentarsi più a fondo.

“Esaminiamo – dice l’Autore- (op. cit. pag. 26) il diritto romano e l’attuale. Entrambi esigono, per quanto attiene alla responsabilità penale, l’elemento intenzionale. Il delitto, scrive il (Giovanni. N.d.r.) Ronga in “Elementi di diritto romano, II, 244” presuppone necessariamente il concorso di due elementi, materiale l’uno, intenzionale l’altro…. L’elemento intenzionale consiste nella volontà dell’agente a commettere il reato. Ciò caratterizza il “dolo”, in quanto è manifesta la volontà di effettuare un’azione contraria alla legge, se la volontà era diretta a produrre quella determinata lesione”. Più avanti (op. cit. pg. 27) si dice che “Nell’attuale nostro diritto derivante, come è noto, dal ceppo romano, è stabilito che nessuno può essere punito per un fatto, preveduto dalla Legge come delitto, se non l’ha commesso come dolo, cioè con intenzione (Codice Penale art. 42)”.

Ne consegue che, in base al Diritto Romano, così come per l’attuale, affinché possa sussistere il reato di deicidio occorre vi sia stata la coscienza tanto che il soggetto passivo (nella fattispecie, Gesù) fosse per gli Ebrei (in realtà per il Sinedrio) Dio, quanto la volontà di ucciderlo come tale.

Dalla lettura di tutti e quattro i Vangeli (sia i tre cosiddetti “sinottici”, sia quello di Giovanni) emerge “concordemente” (come si avrà modo di analizzare più avanti) che gli Ebrei non riconobbero Gesù come Dio. Sotto il profilo giuridico ciò rende quindi inconsistente l’accusa di “delitto” di deicidio.

E’ singolare che lo stesso Paolo nato circa un secolo dopo Cristo, concordi con questa definizione giuridica di reato, dicendo ”Se lo schiavo morì dalle percosse, il padrone non potrà essere accusato di omicidio qualora non abbia concorso il suo dolo”. Tuttavia, secondo il punto di vista del Cristiano, che, pure accettasse la tesi in base alla quale gli Ebrei di Palestina non avrebbero riconosciuto il Signore in Gesù, rimarrebbe in piedi una colpa “soggettiva” dei Capi degli Israeliti di Gerusalemme viventi in quel tempo, vale a dire del Sinedrio. Illuminante è, a tal proposito, la lettura del libro “La colpa del popolo Ebraico per la morte di Cristo” di Ludwig von Hertling, per lunghi anni professore di Storia Ecclesiastica presso l’Università Gregoriana di Roma. E’ autore di fama, conosciuto per i suoi profondi e vagliati studi sull’antichità cristiana. Secondo Hertling questa colpa soggettiva deve, in ogni caso, sempre riferirsi soltanto ai Capi degli Ebrei del tempo di Cristo, e non all’intero Popolo d’Israele di allora né, tantomeno, a quello dei giorni nostri.

Accettando come valide queste argomentazioni, ne consegue che pure per il Cristiano più aperto nei confronti dell’Ebraismo, rimane ancora da dimostrare quanto sia “errata” l’opinione secondo cui furono proprio gli Ebrei ad “uccidere” Gesù Cristo (si veda in proposito “Gli Ebrei” relazione letta dal Card. Agostino Bea dinanzi ai Padri del Concilio Ecumenico Vaticano II -Firenze,1965).

La dimostrazione di tale falsità è stata fatta al punto precedente.

A tale punto, prima di procedere oltre, appare opportuna un’ulteriore riflessione.

Che senso ha, ammesso (e, continuiamo a ripeterlo, non concesso) che agli Ebrei viventi in Palestina al tempo di Gesù fosse imputabile la sua uccisione come uomo, continuare ad addebitare tale “colpa” ai loro discendenti ancora 2000 anni dopo? Sarebbe come addossare le colpe del Nazismo a tutti i Tedeschi di allora, di adesso e delle generazioni future. Un’assurdità vera e propria!

Solo i Nazisti, in quanto tali, furono i veri colpevoli delle nefandezze perpetrate, anche se “innocenti” non furono certamente coloro che “fecero finta di niente”. Degni di ammirazione furono, invece, quei tedeschi che si ribellarono a quella barbarie combattendola, talvolta mettendo addirittura in pericolo la loro vita per salvare Ebrei.

Si è così visto che anche sotto l’aspetto giuridico non è giustificato considerare gli Ebrei, neppure quelli viventi all’inizio dell’Era Volgare, oggettivamente colpevoli di deicidio, per il semplice motivo che non riconobbero in Gesù l’identificazione con Dio Padre. Ha allora, ci si chiede, ragion d’essere valutare l’accusa di deicidio anche sotto l’aspetto teologico? Ad avviso di chi scrive, sì, dal momento che ancora oggi “troppi” sono i cristiani che continuano ad addossare a (parte degli) Ebrei, “di allora” di aver commesso il delitto.

Con riguardo poi agli antisemiti “inveterati e ciechi” ogni ragionamento viene, di per se stesso, rigettato.

A tal proposito, emblematico è un libello dal titolo “Deicidio, ecco chi sono gli uccisori di Gesù” pubblicato subito dopo la Dichiarazione Nostra Aetate del 1965. Nella sostanza in esso si confuta quanto sostenuto al punto 4 del documento Conciliare. In esso si asserisce che il Cattolicesimo sta sbagliando quando ammette che gli ebrei non hanno ucciso Cristo.

Noi, comunque, non demorderemo mai dall’evidenziare a tutti, e in ogni modo, gli errori compiuti in “mala fede”.

Se errare è umano, perseverare…

 

 

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