Accusa di deicidio teologicamente blasfema

 

 

Premessa: tratto da Qui 


Si è pertanto visto che agli Ebrei non può essere addebitata l’accusa di “deicidio” per il semplice motivo che né uccisero Gesù né riconobbero in Lui l’identificazione con Dio Padre. Ma allora, ci si chiede se abbia un senso valutare questa imputazione anche sotto il profilo strettamente teologico. Sembrerebbe di sì, dal momento che ancora oggi troppi sono i cristiani che continuano ad addossare agli Ebrei proprio un’accusa così infamante. Dimostrato, dunque, che gli ebrei di allora non hanno ucciso Gesù, proviamo lo stesso ad analizzare il significato intrinseco del termine “deicidio”.

Procediamo allora, sulla base di quanto contenuto nei Testi evangelici, a dimostrare l’infondatezza, anche sotto il profilo teologico, di tale accusa, prescindendo dal soggetto cui la si voglia addossare.

C’è da chiedersi, innanzitutto, se e come sia possibile “uccidere” Dio.

In primo luogo, si deve rilevare che questo stesso vocabolo racchiude in sé una contraddizione di termini, ancor prima di essere un controsenso in assoluto. Deicidio significa “uccisione di Dio”, il che non ha significato alcuno. Tutte le religioni monoteistiche, cristiane incluse, venerano il Signore dell’Universo che, tra i tanti attributi, ha quelli di Onnipotenza ed Eternità.

Ciò appurato, non si riesce allora concepire in alcun modo come sia stato possibile “uccidere” un Essere “fuori dal Tempo”, per il semplice motivo che lo stesso concetto di uccidere ingloba in sé e per sé il significato di “cessazione”, incompatibile con l’eternità stessa di Dio.

Ancora più stridente appare un’azione così estrema e brutale quando la si voglia concepire effettuata “contro” la volontà stessa di Dio Onnipotente.

Come è possibile “uccidere” Dio contro il Suo stesso volere?

Ciò premesso, si procederà lo stesso ad analizzare, serenamente e senza alcun spirito di rivalsa, quanto riportato nei quattro Vangeli. Si intende affrontare l’argomento senza la pretesa, irragionevole in sé e per sè, di esprimere pareri di sorta sul Dogma più importante della Religione cristiana. Infatti, secondo la stessa Gesù riunisce in sé, “ipostaticamente” (cioè, nella sostanza), il vero Dio ed il vero Uomo. Ciò significa che per Cristo, figlio di Dio, il cristiano esprime gli stessi concetti che per Cristo-uomo. Egli non dice “L’Uomo Gesù è morto in croce, bensì Dio è morto in croce per noi”. Ne consegue che per il Cristiano appare “dogmaticamente” corretto dire “Dio è stato ucciso”.

Tuttavia, essendo Dio “immortale”, non appare fuori luogo interrogarsi sul significato che possa assumere una tale affermazione.

Il Cattolico, che pure ammette non essere stato ucciso il Dio Padre, ritiene sia stata tuttavia tolta la vita al Figlio. A tal punto, se egli crede che essi siano ipostaticamente uniti tra loro, non si comprende come sia possibile disgiungere le “due” morti.

Si può ipotizzare allora che sia stata tolta la vita al “corpo” con cui Dio ha voluto manifestarsi sulla terra. Questa interpretazione, che non pare essere in contrasto con il Dogma della Trinità, può anche essere condivisibile, ed infatti ci proponiamo di analizzarla come tale.

Si ritiene che queste possano essere le premesse sufficienti per affrontare in dettaglio la problematica in argomento.

Innanzitutto, va dato atto che, già da tempo, molti eminenti rappresentanti della religione cattolica si sono prodigati per difendere gli Ebrei dalla tremenda accusa in argomento, adducendo a loro discolpa il fatto che essi non avevano realmente “compreso/accettato” la natura “divina/umana” di Gesù. Pertanto a carico del Sinedrio, che “aveva imputato” a Gesù la specifica colpa di sovversione, si potrebbe elevare l’accusa di assassinio di un innocente, giammai di deicidio.

D’altra parte è lo stesso Gesù che sulla croce pronuncia le parole “Padre, perdona loro, perché non sanno quello che fanno” (Lc 23,34).

Su questo specifico punto, però, leggendo attentamente i Vangeli si sarebbe tentati di chiedersi se di tale perdono, a Dio richiesto, siano destinatari gli Ebrei, o non piuttosto i soldati romani che lo ebbero preparato, insultato, crocifisso. Sono infatti essi (non gli ebrei) che, nell’invocazione di Gesù al Padre, “stanno facendo”. Questa sembrerebbe essere una versione certamente più plausibile.

Gli irriducibili antisemiti, insistendo pervicacemente nel voler “mantenere” in eterno le maledizioni che peserebbero sugli ebrei, si ritengono addirittura in grado di contrastare la stessa volontà espressa da Colui che essi venerano come vero Dio.

L’arroganza di volersi sostituire al Signore fino a farlo diventare una divinità faziosa, è una manifestazione di pura idolatria.

E’ ciò che, di fatto, fanno gli antisemiti. Insistono nella loro protervia, alimentata da un odio viscerale, cieco, virulento e, soprattutto, “fine a se stesso”, facendo leva sul fatto che non è sostenibile il rifiuto degli Ebrei nel credere in Gesù, soprattutto per il fatto che le sue affermazioni erano state così esplicite, poichè avvalorate dai tanti miracoli da lui compiuti.

Questo modo di ragionare non è per nulla coerente, per due semplici motivi.

Il primo è inerente al fatto che, ancor prima della nascita di Gesù, numerosi furono i profeti ebrei che produssero miracoli non certo meno portentosi dei suoi. Richiami a miracoli stupefacenti si ritrovano abbondantemente nell’Antico Testamento: Mosè, Aronne, I sacerdoti d’Egitto e molti altri. Per ciò solo, però, nessuno di loro fu mai considerato né il Messia né, ancor meno, il Signore fattosi uomo.

Negli stessi Vangeli si attribuiscono queste facoltà miracolose anche ad altri personaggi contemporanei di Cristo. In Marco (9,38) si legge che Giovanni, rivolgendosi a Gesù, racconta di aver visto un “tale” scacciare i demòni nel suo (di Cristo) nome. Anche un semplice anonimo sembrerebbe dunque in grado di produrre miracoli.

Ancora oggi i fedeli del Dalai Lama (leader spirituale di pace e non violenza. Viene anche egli chiamato con l’appellativo di “Sua Santità”) e dell’indiano Santhya Sai Baba (Maestro dell’Amore divino universale) credono che questi personaggi siano in grado di compiere prodigi.

C’è anche da chiedersi se i miracoli siano appannaggio esclusivo della religione cristiana.

Ci sono, infatti, anche molti racconti antichi che narrano di eventi straordinari e miracolosi. Apollonio di Tiana, Osiride, Dioniso e Adone, sono solo alcuni dei molti esempi di personaggi, non cristiani e di molto anteriori alla nascita di Gesù, cui furono attribuiti poteri miracolosi.

La seconda considerazione è da porsi in diretta relazione con il “credere nella Divinità”, che scaturisce solo da un “atto di fede” e non certamente a seguito di dimostrazioni scientifiche o razionali (quali?). E’ inoppugnabile il fatto che l’uomo, essere limitato ed imperfetto per antonomasia, non potrà mai darsi “spiegazione” (quale “parto” dell’intelletto umano) del trascendente.

Riprendiamo l’analisi dal perdono chiesto da Gesù al Padre, per coloro che “non sanno quel che fanno”. Ad ulteriore difesa degli Ebrei, molti teologi cristiani adducono l’impossibilità per un “Giudeo di quei tempi (di Gesù)” di assimilare il concetto di Figlio di Dio come unito, quindi identificabile, con il Padre. Infatti l’Ebreo, può richiamarsi, allora come ora, esclusivamente al concetto di Dio Unico, il solo congeniale con la religione ebraica e con il Vecchio Testamento. Pertanto, per un israelita, gli attributi di unicità ed unità del Signore contrastavano in modo stridente con la concezione di Gesù uomo e Dio Padre uniti nella stessa “Persona”.

Per amore di verità è però necessario aggiungere che tale “concezione” era impossibile da accettarsi da parte dell’Ebreo di allora, come lo è per quello dei giorni nostri. In caso contrario si dovrebbe ipotizzare che, se Cristo fosse nato nel ventesimo secolo, tutti gli Ebrei si sarebbero convertiti al Cristianesimo.

Ma è mai possibile che non ci si voglia tuttora rendere conto che il “credere” in un Essere Creatore di tutto, che il professare una religione piuttosto che un’altra è solo, e null’atro, che un “atto di fede”, e non il frutto dell’intelletto o del raziocinio? Solo la fede può unire l’uomo al Divino, non le sedicenti dimostrazioni (di che cosa?) né i miracoli vari; la fede intesa come dono di Dio, atto di unione spirituale tra l’essere mortale e quello Immortale.

Se il Cristiano reputa che la Bibbia, e quindi anche il Vecchio Testamento, sia un’emanazione del Divino, consegue che egli crede in un Creatore dell’Universo Immortale, Immanente, Onnipotente e, per ciò stesso, “Unico”. Ne dovrebbe conseguire che qualunque religione monoteistica non può che “rigettare” l’idea di un “Dio mio differente dal Tuo”. Ha qualche senso?

Gesù stesso ammoniva “E non chiamate nessuno sulla terra il vostro padre, perché uno solo è il vostro Padre, quello celeste” (Matteo 23,9).

Appare illuminante, a tal proposito, rilevare che già tra i filosofi greci i concetti di “unicità, immortalità, onnipotenza” del divino erano stati intuiti molto prima della nascita di Gesù Cristo. E’ vero che, essendo i Greci politeisti, questi concetti non potevano riferirsi al “Dio unico” delle religioni monoteistiche. Ciò non toglie che i predetti attributi, che “travalicano” quelli specifici dell’uomo “limitato”, fossero già stati colti nell’antichità.

Chi meglio fra tutti i filosofi greci presocratici ha tramandato fino a noi queste intuizioni è Senofane (la data di nascita è molto incerta: VI – V secolo a.C.).

Per quanto concerne l’attributo di Unicità non cercheremo di porre minimamente in dubbio la veridicità del dogma cristiano “Padre, Figliolo e Spirito Santo” uniti ipostaticamente: la Trinità nell’Unità. Rileveremo solo che, pure avendo fede in tale “Unione”, neppure il cristiano può negare l’esistenza di un Dio Unico, Signore di ogni cosa, Padre di tutti gli esseri viventi, uomo compreso. Egli è il solo Creatore inteso nel vero significato della parola. Potrà sussistere una differente concezione del Divino, ma il Signore è, sempre è stato e sempre sarà, Unico per gli Ebrei che lo avvertono solo in modo differente dai Cristiani e dai Musulmani, tutti monoteisti. Cambierà il modo di percepirlo, raffigurarlo (ciò che, oltre a tutto, all’Ebreo non è permesso), o “interpretarlo”, ma Egli sarà sempre lo stesso. Differente potrà essere la percezione del Divino, ma per ciò solo non potrà essere intaccata la Sua Essenza.

Il fatto che un animale “veda” spesso un oggetto in maniera alquanto differente dall’uomo, non significa in alcun modo che l’oggetto sia pure esso diverso.

Un altro attributo, non certo inferiore per importanza, è l’immutabilità del Signore, Essere fuori dal tempo, simbolo della Perfezione. L’uomo, proprio per la sua natura imperfetta, muta sovente opinione, alla ricerca di ciò che si identifica nella Verità assoluta ma che, tuttavia, non gli è per nulla congeniale. In questo suo peregrinare, l’uomo è guidato solo dalla fede, che rappresenta la strada maestra indicatagli dal Signore. Solo Dio, dunque, quale essere Perfetto e fuori del tempo, è conoscitore di ciò che è in Lui stesso. Avendo egli per mezzo dei Suoi insegnamenti, contenuti nel Vecchio Testamento, indicato al Popolo d’Israele la via da seguire per “tendere” verso la conoscenza della verità, non è concepibile pensare che, ad un certo momento, il Signore abbia voluto mutare la Sua considerazione nei confronti del Popolo ebraico. In caso contrario verrebbero meno i Suoi attributi di immutabilità e perfezione.

E’ questo un punto fondamentale su cui ha convenuto anche il Concilio Vaticano II.

Dalla nascita dell’Ebraismo come religione monoteistica, fino ai giorni nostri, i suoi seguaci hanno cercato, sia pure con i limiti insiti nella stessa natura umana, di rimanere fedeli ai comandamenti impartiti da Dio e divulgarli loro stessi (ecco il vero significato di “eletto” rivolto al Popolo ebraico), a tutta l’umanità.

Tuttavia la religione ebraica non è dedita al proselitismo, a dimostrazione anche del fatto che rispetta ogni altra fede per quello che essa è in sé e per sè.

Per ciò stesso si può sostenere una volta di più che l’Ebreo mai si è allontanato dal Signore, che i Cattolici venerano come Dio Padre.

Perché allora, viene spontaneo chiedersi, secondo la credenza di comodo, ma assai “cara” agli antisemiti, il Popolo ebraico dovrebbe essere stato maledetto da Dio? Si rimanda, al proposito, a quanto già riportato in relazione al contenuto della Dichiarazione Conciliare “Nostra Aetate” e alle esternazioni pubbliche di Papa Giovanni Paolo II.

Per i credenti monoteistici Dio è l’Onnipotente. Nulla sfugge al suo potere, e nulla può essere compiuto senza il Suo volere. A chi gli chiedeva “Chi dunque può salvarsi?” Gesù così rispondeva “Quello che è impossibile agli uomini, è possibile a Dio”. (Matteo 19,26; Luca 18,27; Marco 10,27)”. Per Gesù stesso il Padre è l’Onnipotente, la “pura Potenza” (Matteo 26,64).

Ciò non esclude affatto che l’uomo sia dotato di libero arbitrio. In caso contrario egli non sarebbe stato creato sulla terra ad immagine di Dio. Sarebbe una semplice marionetta nelle Sue mani, incapace di distinguere il bene dal male e di comportarsi, di conseguenza, in modo coerente.

Tutto è pertanto fatto solo se da Dio voluto. Egli, dunque, è il solo Giudice Supremo delle nostre azioni terrene. Se il Signore ha creato tutto ed è Tutto, nulla può esistere al di fuori di Lui. Anche quello che per noi, esseri mortali, è considerato male (malattie, catastrofi, terremoti,ecc) non può essere altro che imperscrutabile opera divina, o (e questa è forse la causa principale di “tutti” i mali) la conseguenza dell’insulto che l’uomo stesso fa di continuo all’ambiente in cui vive, e della “crudeltà” che, troppo spesso, dimostra verso i suoi “simili” (i cosiddetti “nemici”). Non è neppure pensabile che le immani sofferenze che da questi “mali” scaturiscono (guerre, assassini, genocidi ecc.) siano il prodotto di un “Male”, inteso quale antagonista di Dio. Come è possibile immaginare un nemico di Dio che avrebbe la presunzione di potersi misurare con Lui. Non è invece difficile constatare come l’essenza del “male” vada ricondotta alla stessa natura dell’uomo, vale a dire ai comportamenti riprovevoli degli uni verso gli altri.

L’uomo è l’animale più crudele dell’universo, è l’unica creatura vivente che uccide per il solo gusto di uccidere.

Essendo noi pur sempre esseri imperfetti, non immedesimabili neppure lontanamente a Dio, appare di conseguenza irrazionale tentare di darsi una spiegazione dei motivi per cui certi fenomeni a noi funesti possano essere ricondotti alla volontà di Dio.

Con questa articolata parentesi si è cercato di mettere in evidenza un punto fermo: nulla può accadere contro la volontà del Signore. Da ciò discende che la morte di Gesù Cristo, attuata per mano degli “uomini” (i romani) era predestinata e, in quanto tale, non “dipendente” dalla loro volontà.

Proseguiamo, dunque, nella lettura dei Vangeli.

Le profezie di Gesù, tramandateci attraverso gli stessi, dovrebbero indurre il Cristiano a riflettere attentamente e con mente sgombra da pregiudizi su false “interpretazioni”, fatte ad arte solo per fomentare l’odio antisemita.

Gesù preannunciava che “il Figlio dell’uomo sta per essere consegnato nelle mani degli uomini, l’uccideranno …”.(Mc 9,31; Lc 9,44; Mt 20,17-19)…”(I Grandi Sacerdoti e gli scribi) lo consegneranno ai Gentili… (questi) lo (Gesù) scherniranno, gli sputeranno addosso, lo flaggereranno e lo faranno morire” (Marco 10,33-34; Luca 18,32-33)” “Ecco, il Figlio dell’uomo stà per essere dato nelle mani dei “peccatori” (Marco 14,41; Luca 24,7) Ed ancora “… la mia “carne” è (sacrificata) per la vita del mondo” (Giovanni 6,51). Questi passi del Vangeli sollecitano più di una riflessione.

Innanzitutto, appare manifesto che, nemmeno nelle sue profezie, Gesù accusò mai della sua futura morte (della carne) gli Ebrei. Profetizzava invece che sarebbe stato ucciso dagli “uomini”, dai “gentili” (derivazione dal latino gens- gente. Nel senso di straniero). e che il suo corpo (la mia carne) sarebbe stato immolato per i “peccatori”.

Queste sono parole di Cristo, riportate dai Vangeli.

Ma soprattutto, da una più attenta analisi dei Testi sacri, si può dedurre come questa morte appaia inevitabile, in quanto voluta anticipatamente, “predestinata” poiché, proprio secondo il Credo Cristiano, prestabilita dal Padre per la salvezza dell’umanità (Per la vita del mondo, come si è visto, non per la “dannazione” degli Ebrei!)

Quindi il Cristiano, primo fra tutti, dovrebbe comunque convenire che nell’uccisione di Gesù gli uomini (nella fattispecie i “romani”, non i Giudei) furono soltanto lo “strumento” di una Volontà Superiore, scelto per adempiere un disegno assolutamente “incontrastabile” da parte di comuni esseri mortali. In quanto “predestinati”, anche agli stessi esecutori materiali (lo “strumento” divino), tuttavia, non può essere addebitata alcuna colpa, non avendo essi commesso il reato “consapevolmente”, per propria scelta.

Si può dunque convenire che Dio abbia voluto manifestarsi “visivamente” agli uomini per mezzo di Cristo. Pertanto, chi ha ucciso Gesù avrebbe, “eventualmente”, cancellato l’immagine di Dio sulla Terra, vale a dire un Suo modo di manifestarsi agli uomini (a Mosè si palesò con “la voce”). Conseguentemente, anche secondo il Credo Cattolico, non appare neppure corretto asserire che gli Ebrei, a seguito della morte di Gesù non credettero più in Dio. Si dovrebbe, eventualmente, arguire che essi non individuarono in Cristo l’immagine di Dio sulla terra. Non è affatto la stessa cosa!

E veniamo ad esaminare il motivo per cui non tutti gli ebrei (di allora) credettero nel messaggio di Cristo e, di conseguenza, non lo riconobbero come Figlio di Dio.

A chi gli chiedeva “Tu sei il Cristo (l’Unto, il Messia)?” Gesù ordinava di non dire nulla di lui ad alcuno (Mt 16,20; Mc 8,29-30; Lc 4,41).

Gli stessi suoi discepoli manifestarono più volte i loro dubbi su quanto Gesù andava dicendo. Egli, rivolto a coloro che erano venuti per catturarlo, disse che tutto era accaduto affinché si adempissero le Scritture dei Profeti. Al che tutti i discepoli, abbandonatolo, si diedero alla fuga” (Mt 55,56 ; Gv 6,66).

Non sembra essere questo il comportamento più corretto di “chi” crede in qualcuno.

E che dire del rinnegamento di Pietro, quello stesso che ha edificato la Chiesa cattolica? Gesù l’aveva predetto che, prima che il gallo avesse cantato (cioè prima dell’alba), Pietro lo avrebbe rinnegato per ben tre volte. E così accadde: egli negò davanti a tutti che lui fosse stato in compagnia di Gesù il Galileo (Mt 26,70; Mc 14,68; Lc 22,57; Gv 18,25).

Dunque, non fu solo una parte degli ebrei viventi in Palestina a non credere in quando andava professando Gesù. Ebbero modo di farlo anche, e non una sola volta, i suoi stessi discepoli, e addirittura Pietro.

Proseguendo sempre nella lettura del Vangelo di Giovanni (14,28), ascoltiamo Gesù pronunciare queste parole, rivolgendosi agli postoli “Se mi amaste, godreste che vado al Padre, perché il Padre è maggiore di me”. Per quanto concerneva poi l’era messianica ed il giudizio Universale, Gesù medesimo così profetizzava “Quanto poi a quel giorno ed a quell’ora, nessuno ne sa niente, né gli Angeli dei Cieli, né il Figlio, ma solo il Padre” (Matteo 24,36; Marco 13,32). Riflettendo su queste asserzioni fatte dallo stesso Gesù, è facile comprendere il motivo per cui non tutti gli Ebrei allora residenti in Palestina intravidero in lui il Signore, rivelatosi nel Vecchio Testamento come il Dio Unico.

Reputiamo possa considerarsi vero cristiano colui che mette in pratica ciò che gli è stato comandato da chi, egli stesso, venera come Dio in Terra, non solo chi ritiene di aver spalancate le porte del paradiso, per il semplice fatto di essere “cristiano”.

Peraltro, lo stesso Gesù aveva manifestato il suo scetticismo sul fatto che il suo messaggio potesse essere facilmente accolto fra il “suo” popolo. Insegnando nella sinagoga, si rivolgeva ai presenti dicendo loro “Un profeta non è privo di onore, se non nella sua patria e nella sua casa” (Mt 13,57). Lo disse, ovviamente, in aramaico (lingua biblica semitica della Siria), ma da queste parole scaturì il celeberrimo detto latino “Nemo profeta in patria”. Con esso si intende evidenziare, come è noto, la difficoltà di accettare la “grandezza” (in qualunque modo essa si manifesti) di una persona da parte della collettività cui la stessa appartiene.

Inoltre, del fatto che non tutti gli ebrei di Gerusalemme (tantomeno, quindi, quelli viventi in Palestina) avessero avuto modo di conoscere Gesù, è testimonianza quanto riportato anche dai Vangeli (Mc 14,44; Lc 22,48). Si racconta che quando Giuda Iscariota giunse con la turba per catturare Gesù, affinché fosse presa la persona “giusta”, fu convenuto che Giuda l’avrebbe “baciata”. Ciò dimostra, a parere di chi scrive, che Gesù non era poi così conosciuto se fu necessario un segnale particolare (il bacio) per indicarlo alla turba.

Tra l’altro, va sottolineato che l’ebraismo non è la sola religione che (a tutt’oggi) non riconosce in Gesù il Dio Padre di tutti. E qui il discorso diventa praticamente infinito.

 

 

Segue pagina 4

 

 

CEIFAN
Centro di Indagine sui Fenomeni Anomali
diretto dal
Servizio Antibufala

http://ceifan.org