Uscire dall'euro per aumentare i redditi e diminuire il debito pubblico?

 

 

Uscire dall’Euro per aumentare i redditi?


Tratto da qui: http://www.reghellin.it/2014/uscire-dalleuro-aumentare-redditi/

 

Quale impatto avrebbe sui redditi uscire dall’Euro e sostituirlo con una nuova valuta svalutata? Ci potremmo permettere un tenore di vita migliore?

Per i lavoratori dipendenti ed i pensionati la risposta è semplice: No. Avrebbero un reddito reale ed un potere d’acquisto inferiori.Intendiamoci, se misuriamo il potere d’acquisto dello stipendio con la capacità di acquistare servizi labor intensive, come taglio di capelli, ripetizione, riparazioni, ecc, allora il potere d’acquisto resterebbe più o meno uguale, dato che il costo di questi servizi si svaluterebbe svalutandosi lo stipendio reale dei lavoratori che li erogano, ma se misuriamo il potere d’acquisto con la capacità di acquistare ad esempio benzina (importata), banane (importate), merci estere in generale, vediamo che lo stipendio espresso nelle nuova valuta svalutata non permette di mantenere i consumi precedenti.
E non è un problema limitato alle merci importate. Infatti si estende anche a tutte le merci prodotte in Italia e facilmente esportabili. Ad esempio un mobiliere che produce un tavolo in noce prodotto con legno italiano che costi 50€ di materiali e 100€ di manodopera italiana oggi lo vende a 200€ sia in Italia che all’estero. Dopo la svalutazione della moneta, il costo della manodopera è sceso, ad esempio da 100 a 60€ in caso di una svalutazione del 40%, ed è aumentato il margine di profitto: all’estero i clienti continuano a comprarlo a 200€, quindi venderlo in Italia a meno di 200€ significherebbe rinunciare a una parte degli utili. Il tavolo quindi costerà 200€ anche in Italia. Il che significa che ora per l’operaio italiano il tavolo costa 33 ore di lavoro mentre prima gliene costava 20.

La stessa cosa capiterà anche per tutte le altre merci esportabili: se all’estero qualcuno è disposto a pagare di più, il prezzo non potrà scendere neanche in Italia.
Detto in altri termini, se qualcuno non può più permettersi i consumi precedenti significa il suo reddito reale è sceso. Imprenditori e lavoratori autonomi potrebbero cercare di far fronte alla svalutazione della moneta alzando le proprie tariffe, ma per i lavoratori dipendenti sarebbe una dura lotta e per i pensionati probabilmente non ci sarebbero speranze di recuperare il potere d’acquisto.
I pensionati potrebbero consolarsi con i loro risparmi? Beh, se sono investiti in titoli di stato, no: sono stati svalutati. E se sono in immobili o in attività economiche? Il valore di un immobile è legato alla richiesta, cioè a quanto qualcuno è disposto a pagare per affittarli (o acquistarli, ma il prezzo di compravendita dipende sempre dall’alternativa dell’affitto e dai tassi d’interesse), quindi se scendono i redditi reali scende anche la quota che può esser destinata a pagare un affitto e i prezzi degli immobili scendono. Analogamente anche il valore di una attività economica dipende dal reddito che può generare, quindi tutte le attività che non esportano e che vedono scendere i propri incassi in termini reali (anche se in termini nominali resta costante), il suo valore scende.
Quindi svalutare la moneta porta ad un effetto persino peggiore rispetto all’ipotesi di riguadagnare competitività tramite la riduzione degli stipendi, dato che nel primo caso oltre ad uno stipendio con potere d’acquisto inferiore, ci si trova ad avere anche i capitali svalutati.
Uscendo dall’Euro poi esporteremo di più
Dato che in termini reali il costo della manodopera sarebbe inferiore dopo la svalutazione, è chiaro che le merci prodotte in Italia costerebbero un po’ meno, quindi esportarle sarebbe più redditizio e ciò potrebbe spingere ad impiantare nuove aziende in Italia e ad aumentare l’occupazione.
E’ vero, questo effetto è analogo a quello che avremmo se dalla sera alla mattina abbassassimo gli stipendi di tutti i lavoratori: il reddito reale dei lavoratori scende in entrambi i casi ed in entrambi i casi ci impoveriamo. Ma dire ai lavoratori che il loro stipendio cala porterebbe a rivolte e disordini, mentre chi dice “usciamo dall’Euro” riceve pure gli applausi.
Ma se aumenta l’occupazione e le aziende lavorano di più, magari poi si rialzano gli stipendi…
No. Se gli stipendi reali tornassero al valore pre-svalutazione verrebbero a mancare i vantaggi per gli esportatori e torneremmo alla condizione di partenza. La competitività che l’Italia guadagnerebbe con la svalutazione dipende dal calo dei redditi reali dei lavoratori italiani. E l’abbiamo visto succedere svariate volte prima dell’arrivo dell’Euro: l’Italia ha svalutato più volte la Lira, dando ogni volta uno stimolo alle esportazioni e un colpo ai redditi ed ai risparmi degli italiani.
Abbiamo in quel modo risolto il problema del debito pubblico? No: sia gli stranieri che gli italiani pretendevano tassi di interesse altissimi, dato che tenevano in conto la forte inflazione ed il debito pubblico è sempre cresciuto.
Abbiamo creato una industria competitiva? No: le aziende che si sono ritrovate avvantaggiate dal cambio non hanno investito in efficienza ed in ricerca accontentandosi di competere sui prezzi. Proseguire su questa strada ci porterebbe a competere con Romania, Turchia, Cina, India. Se quello che desideriamo è una “decrescita felice” che ci porti ai redditi dei lavoratori cinesi, allora la strada della svalutazione competitiva è quella giusta.
 


Uscire dall’Euro per abbassare il debito pubblico?
 

Tratto da qui: http://www.reghellin.it/2014/uscire-dalleuro-abbassare-il-debito-pubblico/

 

Tra i sostenitori dell’uscita dall’Euro molti sostengono che lo Stato italiano potrà rimborsare i creditori pagandoli con la nuova valuta svalutata, quindi “I proprietari stranieri dei titoli di Stato italiani dovrebbero accettare una perdita”. Invece gli italiani invece verrebbero rimborsati in Euro? No, vero? No, anche gli italiani avrebbero una perdita, dato che la nuova valuta avrebbe un valore inferiore all’Euro. Non nascondiamocelo: tutti gli asset italiani sarebbero di colpo svalutati e si salverebbero solo i capitali portati all’estero in anticipo.
Il valore reale del debito pubblico in questo scenario scenderebbe subito di una percentuale pari alla svalutazione delle nuova moneta, ma anche trascurando la (sicura) eventualità di enormi cause legali da parte dei creditori (esteri e domestici) che, avendo prestato moneta buona, si vedono rimborsare moneta cattiva, proviamo ad immaginare cosa succederà quando lo stato avrà di nuovo bisogno di risorse per finanziare la spesa. Avendo una moneta sovrana ora le alternative sono due: accanto alla solita possibilità di chiedere denaro in prestito emettendo titoli di debito c’è la nuova possibilità di stampare la moneta che serve.
La libertà di stampare moneta è una libertà molto simile a quella di emettere assegni senza limiti: è estremamente facile abusarne. E di fatto tutte le volte che l’emissione di moneta è stata fatta per alimentare la spesa pubblica è rapidamente sfuggita di mano provocando iperinflazione, cioè quella situazione in cui i prezzi delle merci aumentano di giorno in giorno e la valuta, per la quantità con cui viene stampata, finisce per non valere più nulla. Qualche caso storico? http://it.wikipedia.org/wiki/Iperinflazione#Esempi_storici
Imaginate una partita a Monopoly in cui i giocatori possono stamparsi le banconote a piacere: che succederebbe ai prezzi dei terreni? In termini nominali salirebbero alle stelle, anche se Parco della Vittoria continuerebbe ad avere lo stesso valore reale.
Uno stato che chiede denaro in prestito promettendo di restituirlo deve essere credibile: più il creditore si fida e più si accontenterà di interessi bassi. Se invece gli investitori ed i risparmiatori pensano che un debitore possa fregarli e non rimborsare tutto il prestito, o rimborsarlo con valuta svalutata, chiederanno un tasso di interesse elevato per prestare il loro denaro. E se il debitore ha dimostrato in passato di essere inaffidabile può anche non trovare nessuno disposto a prestargli alcunché.
Un creditore che abbia l’abitudine di stampare moneta a piacere troverà quindi dei risparmiatori disposti a prestargli denaro solo ad un tasso superiore a quello dell’inflazione attesa. Cioè, se mi aspetto che lo stato stampi moneta tanto da svalutarla del 10% in un anno, io chiederò un tasso di interesse del 10%+il tasso reale che voglio ottenere.
Dalla svalutazione non c’è quindi alcun risparmio a lungo termine sul debito pubblico.

 

 

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