La fantarcheologia e l'archeologia misteriosa

 

 

Molte informazioni che circolano su siti di informazione alternativa si rifanno spesso e volentieri alla fantarcheologia e non all'archeologia. Pertanto è utile proporre qui di seguito una definizione esatta della fantarcheologia al fine di capire di cosa si tratta e saperla riconoscere.

 

Quello della fantarcheologia è ormai un argomento entrato a tutti gli effetti nel dibattito archeologico (cfr. tra gli altri Pucci, 2000; Manacorda, 2004; Trigger, 1996; Renfrew, Bahn 1995; Giannichedda, 2002), anche a causa dell’attenzione riservata ad essa dai media a caccia di sensazionalismo - destino simile hanno avuto, in campo storiografico, i vari negazionismi e “revisionismi”.

Sotto il nome di fantarcheologia possiamo far rientrare tutte quelle teorie che sfuggono a un minimo di verifica e di controllo, nonostante i suoi fautori si facciano, a parole, portatori proprio dell’esigenza di ulteriori verifiche e controlli nei confronti delle teorie “ufficiali”, giudicate non soddisfacenti. La parola “verifica” associata all’archeologia ha in parte un significato diverso rispetto alle scienze sperimentali, per l’ovvio motivo che, così come per le altre discipline umanistiche e per le scienze umane e storiche, è impossibile riprodurre in laboratorio, sperimentalmente, contesti umani da poter studiare in condizioni ottimali, ancor più se si tratta di contesti antichi.

Esistono però settori della disciplina dove le regole sono differenti, come l’archeometria, oppure settori di confine come l’archeologia sperimentale e l’etnoarcheologia. Per non correre il rischio di esser tacciati di scientismo però, accusa molto spesso mossa dai fantarcheologi, potremmo definire la fantarcheologia come portatrice di teorie e spiegazioni <<tendenzialmente incompatibili con la razionalità propria di ogni discorso storico>> (Pucci, 2000).

I fautori della fantarcheologia sono portatori anche, spesso inconsapevolmente, di un’epistemologia estremamente relativistica, confusamente appresa dalla storia della scienza passata e recente.

Essi si immaginano come dei novelli Galileo, portatori di spiegazioni rivoluzionarie e avversati da un’ortodossia scientifico-accademica, scientista e oscurantista; oppure come dei novelli Schliemann, portatori di giuste intuizioni che vanno solo verificate - tranne poi, al dunque, sottrarsi a tale verifica o non accettarne le conseguenze e i risultati - da quella lassista ortodossia di cui sopra, che li perseguita solo perché outsider. Proprio Schliemann e Galileo sono spesso citati come numi tutelari, così come spesso ci si riferisce, in maniera piuttosto disinformata e confusa, ai mutamenti avvenuti negli ultimi decenni nel campo dell’epistemologia, in particolare nelle scienze esatte.

Se anche queste ultime sono uscite infatti, almeno teoricamente, da scientismi e determinismi del passato e non si esprimono più per leggi ferree ma probabilistiche, allora, la conclusione erronea che se ne trae, è che qualsiasi teoria o spiegazione è probabile e possibile quanto un’altra, sottraendosi così a quella verifica dalla stessa fantarcheologia invocata nei confronti delle teorie “ufficiali” - ma del resto anche all’interno del dibattito epistemologico accademico, alcuni studiosi hanno espresso posizioni teoricamente non così lontane da tale estremizzazione relativistica, se non nelle intenzioni almeno nelle conseguenze, e anche in campo archeologico; come in quest’ultimo tali studiosi rispondano alle tesi fantarcheologiche non è del tutto chiaro (cfr. Trigger, 1996 e Renfrew, Bahn, 1995).

Un’altra caratteristica della letteratura fantarcheologica, che la distingue da quella scientifica, è l’assenza di una bibliografia che permetta al lettore di controllare e verificare quanto si sostiene. Quando infatti la bibliografia è presente, essa rimanda in genere ad altre pubblicazioni fantarcheologiche, che si danno conferma l’un l’altra in maniera assolutamente tautologica.

Ugualmente caratteristico è il modo di procedere quando si presentano i resti della cultura materiale. Essi vengono quasi sempre decontestualizzati e, di conseguenza, molto spesso descritti in maniera imprecisa ed estremamente soggettiva e impressionistica. Un caso famoso, come ricorda Pucci (Pucci, 2000), è quello dell’”astronauta” di Palenque, descritto come un uomo che maneggia strani marchingegni in quello che sembra un razzo spaziale. Certamente se l’oggetto non viene considerato entro il suo contesto culturale, quello maya, qualsiasi cosa può esser detta su di esso, e qualsiasi lettura può esser buona tanto quanto un’altra.

Al contrario invece, considerato nel suo contesto, la simbologia maya risulta piuttosto evidente nella raffigurazione, si distingue cioè chiaramente l’albero della vita e gli altri simboli, ricorrenti in altre opere; inoltre, quasi sempre ci si dimentica di dire che esiste anche un’iscrizione che ci restituisce il nome e l’età del sovrano rappresentato. Esempi come questo ma meno famosi se ne trovano a bizzeffe pressoché in tutte le pubblicazioni fantarcheologiche.

Le tesi sostenute dalla maggior parte della letteratura fantarcheologica sono due, e entrambe si aggrappano ad una supposta superiorità tecnologica degli antichi, a conoscenze dimenticate nel tempo o tramandate per via misterica attraverso gruppi elitari, come i templari, i massoni, e via discorrendo (complottismi e dietrologie sono in effetti altri ingredienti presenti in diverse pubblicazioni).

L’una è quella atlantidea, e fa derivare queste conoscenze da una civiltà scomparsa, anche se non necessariamente l’Atlantide di Platone - in quest’ultimo caso è peraltro presente un altro tipico errore di metodo, quello di una totale assenza di critica delle fonti, prese sempre e comunque come fedeli resoconti storici; il che in questo caso equivale a prendere qualche frase di Platone estrapolandola dal contesto, costituito non solo dalle opere in questione, ma anche dall’intera produzione e dall’intero pensiero del filosofo.

L’altra tesi considera invece le superiori conoscenze del passato come un lascito di visitatori extraterrestri, intervenuti nella nostra storia in vario modo e a diversi livelli. Entrambe le tesi fanno un uso disinvolto della mitologia. Nelle varie mitologie delle diverse culture, e nelle loro somiglianze più o meno profonde e più o meno reali, si troverebbero le tracce delle visite aliene o la memoria della civiltà scomparsa e della sua fine (uno per tutti il mito del diluvio).

 

A parte ciò, gli elementi portati a sostegno sono quasi sempre gli stessi e ricorrenti. Il metodo consiste nel fare un viaggio per il mondo tessendo improbabili collegamenti tra società e culture lontane nel tempo e nello spazio, così come si fa con la mitologia ma questa volta attraverso i resti materiali: dalle piramidi di Giza a quelle maya a quelle sumere via via fino alle supposte piramidi cinesi, da Nazca a Baalbek, dalle costruzioni inca ai templi cambogiani passando per l’isola di Pasqua, e via discorrendo. Il tutto condito con indicazioni astronomiche spesso imprecise se non del tutto errate, dati geologici altrettanto imprecisi o parziali, improbabili numerologie, e feticci come la mappa di Piri Reis e simili.

Altre volte ci si sofferma prevalentemente su una sola civiltà, utilizzando a man bassa il metodo della decontestualizzazione di cui sopra. Ciò nei migliori dei casi, negli altri ci si basa su visioni, sogni, viaggi estatici, preveggenza, premonizioni, ecc. Il fatto che questi metodi siano validi o meno non conta, in questo caso conta il fatto che, almeno per ora, non sono verificabili in alcun modo, per cui ci si deve credere sulla parola. Questo cozza peraltro con la pretesa della fantarcheologia di <<basarsi su osservazioni razionali>> e di aspirare a <<vedersi riconosciuta dignità scientifica da parte dell’archeologia istituzionale>> (Pucci, 2000). E ciò la colloca più nella sfera religiosa che in quella scientifica, storica o archeologica - pur considerando quali e quanti collegamenti possano esserci e ci siano stati, sia dal punto di vista storico che socio-antropologico, tra religione e scienza (e magia).

Anche a questo proposito, e per schivare la frequente accusa di scientismo alla quale si è accennato all’inizio, è il caso di ricordare, con Manacorda, che <<di fronte all’impasse di una rigida alternativa tra un approccio iperpositivista, che deleghi la validità delle interpretazioni archeologiche solo alla qualità dei dati archeologici e delle tecniche di analisi, e un approccio iperrelativista, che spieghi le interpretazioni archeologiche interamente in termini di convinzioni del singolo ricercatore, è utile ammettere la complessità del dato archeologico e delle vie della sua interpretazione>> (Manacorda, 2004).

E ancora, è da sottolineare il fatto che la fortuna della fantarcheologia è dovuta anche all’insoddisfacente livello di comunicazione e divulgazione archeologica, cosa che permetterebbe tra l’altro all’archeologia <<di contribuire a porre un argine all’irrazionalismo (termine con il quale non si intendono le componenti non razionali della natura umana, ma la negazione del metodo scientifico e delle possibilità di ragionamento comune che esso implica) piuttosto che di fargli da treppiede, come accade nella letteratura fantarcheologica o in certa divulgazione banalizzante che crede di attirare l’interesse del pubblico calcando la mano sui ‘misteri’ dell’archeologia>> (Manacorda, 2004).

Riferimenti bibliografici
Giannichedda Enrico, Archeologia teorica, Carocci, 2002
Manacorda Daniele, Prima lezione di archeologia, Laterza, 2004 (2^ ed. 2005)
Pucci Giuseppe, <<Fantarcheologia>>, in Francovich Riccardo, Manacorda Daniele, a cura di, Dizionario di archeologia. Temi, concetti e metodi, Laterza, 2000 (2^ ed. 2002)
Renfrew Colin, Bahn Paul, Archeologia. Teorie metodi pratica, Zanichelli, 1995 (ed. or. 1991)
Trigger Bruce G., Storia del pensiero archeologico, La Nuova Italia, 1996 (ed. or. 1989)

Letture consigliate
(in lingua italiana)
Feder Kenneth L., Frodi, miti e misteri. Scienza e pseudoscienza in archeologia, Avverbi, 2004
Jordan Paul, La sindrome di Atlantide, Newton & Compton
Stiebing William H. Jr., Antichi astronauti, Avverbi
Sprague de Camp L., Il mito di Atlantide e i continenti scomparsi, 1980

 

 

 

Ulteriori considerazioni

 

È davvero fondamentale riuscire a distinguere l'archeologia dalla fantarcheologia, in quanto quest'ultima porta inevitabilmente lontano dalla verità e serve solo per attirare lettori su siti, riviste e libri.

E tutto questo senza gridare al complotto da parte del mondo accademico: non si può pretendere persone realmente preparate in materia possano appoggiare qualsiasi cosa che si regge solo sulla fantasia, ed inoltre le persone che hanno portato avanti la scienza lo hanno fatto dimostrando le proprie affermazioni col metodo scientifico, con solide prove.
Al di là di prendere una premessa sbagliata proveniente da fonti assolutamente inattendibili, senza verificarla, e di associargli conseguenze comunque improprie, la cosa preoccupante è che di seguito ai vari fantarcheologi vari si sta creando una sottocultura le cui basi sono completamente dissociate da ogni contatto con la realtà.


La dimostrazione che si tratti di sottocultura è come costoro mutuino scoperte, termini e concetti scientifici stravolgendone il significato...
Ad una spiegazione razionale basata sull'osservazione e sui dati reali (dalle cui conseguenze deriva tra l'altro la tecnologia che usiamo ogni giorno) si preferisce una fantasia stupidotta ma suggestiva in quanto consolatoria e/o catartica, assolutamente falsa nelle premesse e incoerente nel metodo.
È una mentalità che va oltre la superstizione visto queste teorie basate sul nulla sono rivendicate anche con una certa aggressività. "Voi non avete una mente aperta", "tutto può essere", "la scienza non sa niente", "gli antichi hanno costruito astronavi", "sono esistite civiltà tecnologiche avanzate scomparse", "il continente perduto", "le civiltà sotterranee"... fino arrivare alla cospirazione, alle congiure del silenzio, i governi e la scienza che nascondono la realtà, ecc.
Io non credo che il danno lo stiano facendo i ciarlatani di cui sopra ma che banalmente ne stanno cavalcando l'onda (arricchendosi). Ma il fenomeno c'è e trova nella rete una cassa di risonanza potente come mai fin'ora ce ne sono state.


Sarebbe un errore gravissimo sottovalutare l'impatto di dicerie, leggende e informazioni distorte su di un pubblico quanto mai ben disposto a riceverle.
Una percentuale maggioritaria degli appassionati di ufo e misteri è convinta della validità di varie dottrine parascientifiche in cui temi cari alla fantascienza si fondono con esse e traggono forza da interpretazione forzose e distorte dei fatti.
Inoltre, "Tutto può essere" è l'illusione consolatoria di chi si rifugia nella superstizione.
La realtà è invece proprio che "non tutto" può essere. Per esempio *non* può essere che sia esistito un continente scomparso; *non* può essere che sia esistita una civiltà tecnologicamente avanzata scomparsa; *non* può essere che astronavi degli antichi sia realmente esistite; *non* è possibile che sia esistita Atlantide in Antartide e non possono essere tutta un'altra serie di cose. Proprio no.
Quando si parla di fenomeni fisici entra in gioco una scoperta di quasi 500 anni fa chiamata "metodo scientifico". Piaccia o meno i fenomeni reali hanno le loro leggi. Ignorare questo equivale esattamente a fingere che i motori a scoppio, i computer, le apparecchiature elettroniche funzionino per magia. Ma non è così.
A differenza dei ciarlatani, persone come Einstein hanno sostenuto le proprie teorie proprio COL metodo scientifico.

 

 

Due parole sulla fantarcheologia più estrema

 

La branca della fantarcheologia che è più estrema è quella che unisce alieni e reperti archeologici o antiche civiltà, ed ha arricchito non poche persone. Il capostipite dei diffusori di queste teorie estreme è lo scrittore di fantarcheologica Erich Von Daeniken.
Nel 1968, con la pubblicazione di "chariots of the gods" (I carri degli dei), egli fece tantissimi soldi soldi popolarizzando il concetto che gli alieni sono tra noi, e non solo, essi sono qui da diverse migliaia di anni.
In svizzera, per alcuni anni, c'è stato addirittura un parco di divertimenti dedicato alle sue teorie.


La sua branca è la cosiddetta Archeologia spaziale, ed a sentirlo sembri che basti dare un'occhiata ad un paio di reperti per rendersi conto che gli alieni ci hanno visitato. Facciamo degli esempi.
Vi è una raffigurazione di un essere con le corna? Sono le antenne radio della tuta spaziale!
Esseri con la testa grande o tonda? è il casco della tuta! Giganti? è sempre la tuta!
Racconti di come gli dei viaggiano in cielo ( Appunto i carri degli dei)? Navi volanti!

Visioni di esseri fiammeggianti? Astronavi aliene in fase di atterraggio!
Quadri raffiguranti lo spirito santo? Sempre astronavi aliene!
Le piramidi? Sono stati gli alieni! Idem per Stonehenge, i testoni dell'isola di pasqua, le linee di Nazca.
Praticamente tutti i miti antichi non sono altro che resoconti incompleti di contatti con razze aliene.
Con tali tesi assolutamente prive di fondamento, il nostro Erich Von Daeniken ha venduto 68 milioni di copie ed ha diffuso questi concetti in modo indelebile presso tutti gli appassionati di alieni e fantarcheologia.

 

Spesso i teorici degli antichi astronauti attribuiscono agli extraterresti ogni merito di tipo meccanico, tecnologico, ingegneristico ecc., in pratica sottraggono al genere umano ogni capacità di pensiero e di operatività. Che sia la proiezione della loro bassa autostima? "Ma come potrebbe mai, un uomo come me, costruire una piramide, progettare un aereo o fare un cerchio artistico nel grano"? probabilmente penseranno. Consigliamo ai teorici degli antichi astronauti un training di potenziamento della propria autostima, vedremo se dopo attribuiranno ancora agli extraterrestri delle capacità assolutamente umane.
Alternativamente, è anche possibile che chi avanza tali ipotesi abbia una stima di se talmente smisurata da pensare "se io non ho idea di come si possa fare, allora neanche il resto dell'umanità è in grado!"
Chi attribuisce agli alieni lo sviluppo della tecnologia, della ingegneristica, dell'astronomia e della cultura umane, ignora la storia delle civiltà e della conoscenza. Soltanto chi non possiede le conoscenze ed è disgustosamente presuntuoso può pensare nefandezze del genere. Egocentrismo sciocco, superbia e estrema considerazione di sé, pur non possedendo gli strumenti culturali e scientifici idonei a "leggere" la storia dell'uomo, sono figli dell'ignoranza e della sciocchezza.

 

 

Cosa significa? Significa che è l'unico modo per impilare rocce e non farle cadere per molto tempo.

 

 

 

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