La gigantesca marcia della morte di Bataan

 

 

Premessa: tratto da qui


Il sette dicembre del 1941 la base navale di Pearl Harbour veniva investita dal fuoco dell'aviazione e della marina giapponese. L'Impero del Sol Levante era entrato in guerra contro gli Stati Uniti e si apprestava a sottomettere alla propria bandiera l'estremo oriente. Wake Island, dove i marine e la U.S. Navy si sarebbero accanitamente opposti allo sbarco nemico prima di dover accettare la sconfitta, Midway e la Filippine erano gli obiettivi di una campagna che mirava a ottenere la supremazia sull'intero Pacifico.

La marina nipponica aveva sferrato il proprio attacco cogliendo l'effetto sorpresa poiché, pur essendo stati preparati alcuni piani d'azione in caso dell'ingresso in guerra del Giappone, ai vertici militari americani l'ipotesi di un conflitto non era così imminente. Seriamente compromessa la capacità di reazione della flotta americana, al governo di Washington non rimase che mobilitare le forze produttive del paese in attesa di un rapporto di forze più favorevole per la controffensiva.


L'iniziativa sarebbe però rimasta a lungo legata alle decisioni della flotta nipponica. Le Filippine, la cui amministrazione era passata dagli spagnoli agli yankee circa mezzo secolo prima, vennero coinvolte dalle operazioni militari poche ore dopo l'attacco nelle Hawaii. I primi colpi vennero scambiati dai bombardieri dell'aviazione nipponica e dalle batterie antiaeree delle guarnigioni americane. Salvo sporadiche occasioni, l'Air Force non fu in grado di intervenire, privata dei propri apparecchi durante le prime incursioni nemiche. Rimanevano però circa 15.000 uomini della fanteria, dei reggimenti di cavalleria, destinati alla difesa antiaerea, e dei marine, oltre a circa 120.000 filippini arruolati nelle forze armate locali.
L'arcipelago godeva infatti di una particolare forma di autonomia che garantiva alle popolazioni locali il diritto al voto e investiva con ampi poteri una giunta formata sia da rappresentanti filippini che americani. Esistevano anche dei reparti di esploratori costituiti da volontari indigeni e comandati da ufficiali U.S.A. Queste ultime unità, fra le migliori su cui potessero contare gli Alleati all'inizio delle ostilità, facevano parte dell'esercito americano. Raggruppati nel 26esimo reggimento di Cavalleria, gli scout filippini si batterono con valore, protagonisti di alcuni fra i più eroici episodi dell'intero conflitto.


Pronti a dare la vita in difesa della bandiera a stelle e strisce, alcuni di loro animarono la guerriglia durante il periodo dell'occupazione giapponese. Erano stati inoltre recentemente dislocati due battaglioni corazzati della Guardia Nazionale, il 192esimo e il 194esimo, composti rispettivamente da giovani volontari dell'Illinois e dell'Ohio il primo, del Minnesota, del Kentucky e della California il secondo. Erano dotati di alcuni carri armati leggeri M3 Stuart, i primi a essere mai stati dislocati dagli Stati Uniti all'esterno dei propri confini. Al comando della U.S.F.I.P - United States Forces in the Philippines - era stato assegnato il generale Douglas MacArthur, l'artefice della futura vittoria americana nel Pacifico.
Tenace e battagliero aveva preferito ignorare le disposizioni dello stato maggiore e, contando sulla superiorità numerica, affrontare l'esercito nipponico al momento dello sbarco. Le forze di terra giapponesi potevano infatti contare su solo due divisioni, ma erano truppe scelte, costituite da veterani e militari professionisti, ben addestrati e dotati di equipaggiamenti moderni. La resistenza era invece mal organizzata. Il nerbo della fanteria americana era costituita da giovani volontari, alcuni dei quali avevano poco più di diciotto anni, privi di qualsiasi esperienza di combattimento e armati con vecchi fucili Enfield risalenti alla prima guerra mondiale.


L'arsenale dell'artiglieria non si trovava in condizioni migliori, mentre i combattenti filippini, pur valorosi e leali alla bandiera a stelle e strisce, mancavano di qualsiasi forma di organizzazione. In larga parte analfabeti, erano comandati da ufficiali che parlavano solo spagnolo, inglese e tagalog. Il tagalog, riconosciuto come la lingua indigena ufficiale dell'arcipelago, era però poco più di un dialetto parlato a Manila, l'antica capitale, e nei suoi dintorni. Alle volte i soldati non erano quindi neppure in grado di comprendere gli ordini. Il caos e la disorganizzazione furono la causa principale del fallimento della controffensiva di MacArthur, che, riconosciuta l'impossibilità di fermare i giapponesi, ritornò ai piani iniziali.
I quali prevedevano la ritirata, eseguita questa volta in modo ordinato, seppur frettoloso, nella penisola di Bataan, dirimpetto alla Baia di Manila. Costituita da un territorio prevalentemente aspro e montagnoso, bagnata dal mar della Cina a occidente e dalle acque della Baia di Manila a oriente, la penisola appariva sulle cartine geografiche come un bastione naturale dove rallentare l'avanzata nemica in attesa di rinforzi. Molto ottimisticamente, gli strateghi del Pentagono contavano sulla paralizzazione delle operazioni nipponiche di fronte alle linee di Bataan, mentre l'imponente macchina industriale americana avrebbe avuto tutto il tempo di forgiare le armi per la rivincita. Un giudizio del resto condiviso dagli stessi difensori di Bataan, i quali attesero, quasi fino agli ultimi giorni prima della resa, inutilmente i rinforzi.


Al loro numero si erano aggiunto quello dei profughi filippini, che preferirono rifugiarsi nelle trincee alleate che accettare l'occupazione giapponese. Entro poche settimane la situazione era già precipitata al punto che a un mese dall'inizio dell'assedio di Bataan, fu necessario razionare le scorte di viveri. La dieta giornaliera, composta prevalentemente di pesce e di riso, scese a 1,000 calorie per giorno.

La carne era scarsa e proveniva quasi esclusivamente dalla macellazione degli orsi e dei muli del 26esimo Cavalleria. Talvolta anche i serpenti e le scimmie contribuivano al sostentamento dei soldati. Sui quali gravava anche il peso della malaria. Secondo i resoconti dei pochi sopravvissuti, circa il 90% degli uomini del 515esimo battaglione dell'artiglieria costiera riportò l'infezione.
Negli ospedali da campo, i medicinali vennero esauriti nell'arco di pochi giorni, e alle infermiere non rimaneva che assistere eroicamente all'agonia dei pazienti. Le razioni di cibo vennero ridotte dalla metà del mese di febbraio a un ottavo nei primi giorni di aprile. Una scatola che avrebbe dovuto sfamare un uomo sarebbe dovuta risultare sufficiente per il sostentamento di un gruppo di sette o otto soldati. Quando il 3 aprile del 1942, il generale Homma, al comando della fanteria giapponese, lanciò l'attacco finale, i difensori di Bataan mostrarono ancora una volta la volontà di combattere fino all'ultimo. Non fu necessario perché, al fine di evitare un'inutile carneficina, i comandi U.S.A. scelsero la resa.


La responsabilità della decisione cadde sul maggior generale Edward P. King, che condivise la sorte dei propri soldati e trascorse quasi quattro anni di prigionia prima di venire liberato e integrato nel proprio grado. A Bataan, sottolineano orgogliosamente i diari dei reduci che vi combatterono, non furono gli uomini a accettare la resa, ma venne loro imposta dagli alti comandi.

Il nove aprile del 1942 la guarnigione, più di undicimila americani e oltre sessantamila filippini, consegnò le armi ai giapponesi. Quasi nessuno avrebbe eseguito gli ordini se avessero conosciuto il destino che li attendeva. Di fronte a Bataan, sull'Isola di Corregidor, l'ultimo avamposto americano nelle filippine, agli ordini del generale Wainwright avrebbe proseguito una strenua resistenza per oltre un mese. Risparmiati dalla malaria e sottoposti a condizioni più umane, i soldati catturati a Corregidor raggiunsero il campo di prigionia a Cabanotuan ai primi di giugno.
Li aspettava il triste spettacolo, che per molti si rivelò un'esperienza scioccante, dei superstiti di Bataan. All'alba del 10 aprile, il giorno seguente la capitolazione, i militari della guarnigione di Bataan vennero ammassati nella base aere di Marileves, a sud della penisola. Molti avevano con se alcune razioni alimentari, ma i carcerieri giapponesi impedirono loro di cibarsene. Gli americani vennero inoltre perquisiti e privati di ogni oggetto personale. Se fra i loro effetti si ritrovavano monete o banconote giapponesi, venivano decapitati sul posto con le sciabole da samurai degli ufficiali nipponici. I raggruppamenti potevano variare da 500 a 1000 prigionieri, ma, nel generale disorientamento delle truppe alleate nelle ore che seguirono la resa, era difficile che due commilitoni si trovassero al proprio fianco.


Tale situazione era favorita dai giapponesi, secondo i quali la divisione fra i soldati catturati avrebbe lavorato a proprio vantaggio. I testimoni raccontano infatti che presto prevalse la logica del cane il quale, pur di salvare se stesso, divora il proprio compagno. La scarsa collaborazione fra i prigionieri contribuì al peggioramento della loro situazione. Durante la marcia dei giorni successivi, si racconta di un colonnello americano ferito a entrambe le gambe e incapace di muoversi. Cinque dei suoi uomini, costruita una portantina con legname raccolto sul posto, lo trasportarono per alcuni chilometri fino a che, esausti, chiesero il cambio ad altri soldati.
Inutilmente, perché nessuno si fermò e il colonnello dovette essere abbandonato al lato della strada. Probabilmente, come accadeva a chi non era in grado di seguire il resto del gruppo, venne giustiziato per mano dei giapponesi. Gli uomini, raccolti come si usa con le greggi di animali, vennero fatti marciare lungo la strada nazionale che da Bataan raggiungeva S.Fernando, nella parte settentrionale dell'isola, e di lì, a Camp O'Donnell.

Mentre i giorni passavano si aggiungevano nuovi infelici a quella turba i cui lamenti avrebbero potuto ricordare i passi più intensi dell'inferno dantesco. Ma quegli uomini non erano dannati, bensì soldati che si erano valorosamente battuti per la propria patria. Agli occhi dei giapponesi non erano invece altro che degli sconfitti, degni, secondo l'aberrante logica del regime militarista che si era instaurato nell'Impero del Sol Levante durante i decenni precedenti, di tale trattamento.


Un militare, che aveva fortunosamente salvato una borraccia piena d'acqua, ne venne privato per abbeverare un cavallo. I carcerieri spesso inveivano sorridendo sarcasticamente alle sofferenze delle proprie vittime.

Allo stesso modo venne derisa la sorte di una giovane filippina, incinta di sei mesi, colpevole di aver porto una brocca d'acqua ai soldati americani in marcia. Due giapponesi, dopo averla atterrata con il calcio del fucile, affondarono la baionetta dove si trovava il feto. La finirono con due colpi di baionetta diretti al cuore. Successivamente la denudarono e, uscitone il feto, morto, dal corpo, non ebbero pietà neppure per quest'ultimo. Certo vi fu anche il caso di un ufficiale giapponese che, l'8 aprile del 1942, il giorno della resa, condivise le proprie razioni di cibo con i prigionieri americani, ma fu un episodio isolato, perché gli stessi comandi erano complici di quanto stava accadendo.
Alla mezzanotte del 9 aprile, dopo ore di marce forzate, i prigionieri vennero raccolti in un recinto tanto stretto da risultare impossibile trovare un giaciglio per terra. Allo stremo, molti di loro caddero a terra per non rialzarsi mai più, altri vennero abbandonati dalle proprie forze il giorno seguente. Molti di loro vennero travolti dai cingolati e dai camion nipponici. La barbarie perpetrata durante quella che sarebbe passata alla storia come la marcia della morte di Bataan, risultò infatti ancora più odiosa poiché i giapponesi avevano a disposizione i mezzi per trasportare i soldati catturati nei campi di prigionia evitando loro il calvario di un lungo percorso a piedi. Le torture erano innumerevoli e si ripetevano a ogni istante.


Quando un gruppo di americani passò a fianco di un ruscello di acqua potabile, pur rischiando la morte per disidratazione, venne loro impedito di dissetarsi. Chi cercava di raggiungere il rigagnolo, veniva decapitato non appena immergeva la testa nell'acqua. Più tardi, raggiunto un fiume le cui acque avrebbero potuto causare dissenteria e infezioni anche più gravi, gli aguzzini nipponici consentirono alle proprie vittime di bere. Il terzo giorno i veterani di Bataan, molti dei quali avevano ricevuto il battesimo del fuoco poco più di quattro mesi prima, furono sottoposti al cosiddetto trattamento del sole. Una vera e propria forma di tortura, dove lo sfortunato che vi incorreva veniva esposto per un giorno intero, senza copertura, al cocente sole tropicale.
Non è quindi da stupirsi se molti fra i più valorosi combattenti di pochi giorni prima iniziarono a dare segni di squilibrio mentale. Alcuni impazzirono, altri avrebbero portato per il resto della vita, e con loro, pur indirettamente, anche i loro famigliari, i segni di quelle atrocità. Tre soldati filippini e tre soldati americani vennero sepolti mentre erano ancora vivi, una sorte paradossalmente opposta a quella che circa un anno dopo sarebbe capitata ai loro camerati trasferiti nei campi di prigionia del nord della Cina, della Corea e del Giappone.

Questi ultimi morirono congelati dovendo resistere alle temperature dei gelidi inverni di quelle regioni con le stesse uniformi che indossavano nelle Filippine. Per la loro sepoltura si attese, in questi casi, parecchi giorni se non settimane, essendo il suolo congelato troppo duro anche per i colpi delle vanghe. Ma ciò avvenne solo mesi dopo, in quei giorni la sete e le malattie erano, oltre alle torture direttamente inflitte e alle esecuzioni sommarie, le principali cause di morte. Al punto che molti preferirono rischiare la reazione dei carcerieri pur di attingere all'acqua di un pozzo.


Così come accadde a sei filippini, giustiziati per essere corsi verso un pozzo. A Lubao gli eroi di Bataan dovettero assistere al cruento spettacolo di un indigeno impiccato con il filo spinato a una staccionata; poi, finalmente, raggiunsero la ferrovia e Camp O'Donnell. Le condizioni del famigerato campo di prigionia furono fra le peggiori di tutti i campi che, fra l'Europea e l'Asia, accolsero i prigionieri di guerra americani durante la Seconda Guerra mondiale. Fra l'Aprile e il maggio del 1942 vi morirono oltre 2200 militari, a causa degli stenti sofferti a Bataan, ma soprattutto a causa delle torture cui vennero sottoposti durante la settimana di marcia che seguì alla resa. Si doveva attendere in fila da sei a dieci ore per poter accedere a una fonte d'acqua o a un gabinetto e quando giungevano gli approvvigionamenti, questi erano spesso avariati.
Al punto che i prigionieri dovettero darsi turni di guardia per evitare che i propri camerati cercassero disperatamente, accecati dalla fame, di cibarsene ugualmente. Nei campi di prigionia tedeschi, persero la vita in media l'1.1% degli internati, in quelli giapponesi circa il 33%, ma a Camp O'Donnell oltre il 50%. Gli stessi comandi nipponici, a causa dell'elevata percentuale - circa 2000 americani erano morti fra l'aprile e il maggio del 1942 - stabilirono il trasferimento a Cabanatuan, dove, entro l'ottobre del 1942, altri 3000 sventurati persero la vita.

A questi si devono aggiungere oltre 25.000 filippini che, entro il luglio del 1942, condivisero la loro sorte. Altri ancora, in un numero imprecisato fra i 5.000 e i 10.000 uomini appartenenti alle truppe indigene e circa 650 veterani dell'esercito U.S.A., morirono durante la settimana della marcia. La guarnigione che il 9 aprile si arrese ai giapponesi contava 9800 americani e circa 66.000 filippini. A circa un anno di distanza, il 19 luglio del 1943, una nuova "fortezza volante" venne battezzata lo Spirito di Bataan. Progettato per la guerra nel pacifico, il bombardiere venne acquistato grazie al denaro raccolto e risparmiato dai cittadini americani, i cui morti sarebbero stati presto, e ampiamente, vendicati.

 

 

 

 

I massacri minori
 

Ecco degli esempi dei massacri minori dei Giapponesi. Da notare che probabilmente furono molti di più i massacri dei Giapponesi ma solo di alcuni se ha traccia in quanto ci furono dei sopravvissuti o dei testimoni che hanno potuto testimoniare, altrimenti difficilmente i giapponesi avrebbero lasciato tracce di quello che avevano fatto.


Il massacro di Laha (1942):  il personale di Marina imperiale giapponese scelse più di 300 prigionieri australiani e olandesi della guerra in modo casuale, i quali furono sommariamente giustiziati in prossimità di campi di aviazione Laha come vendetta per l'affondamento di un dragamine giapponese.

 
Il massacro dell'isola di Bangka (1942): i soldati giapponesi uccisero 22 infermiere australiane senza motivo.

Il massacro della nave ospedale (1942): la nave mercantile Vyner Brooke che conteneva molti feriti e 64 infermieri australiani, i giapponesi la bombardarono e la affondarono. Alcuni infermieri, un gruppo di donne e bambini ed un gruppo di feriti si salvarono miracolosamente. Approdarono ad un'isola occupata dai giapponesi e crearono un rifugio con un segno della croce rossa. Una volta individuati, i Giapponesi uccisero a baionettate i feriti e mitragliarono infermieri, donne e bambini.

Il massacro di Parit Sulong  (1942): 161 soldati australiani vengono catturati dai giapponesi a Parit Sulong in Malaysia. Dopo essere stati presi a calci ed a bastonate, i prigionieri furono presi a baionettate e subito dopo venne gettata benzina su di loro per poi darli fuoco.

Il massacro di Palawan (1944): i giapponesi, al fine di impedire il salvataggio dei prigionieri di guerra da parte degli alleati cghe stavano avanzando, ammassarono  150 prigionieri di guerra a Puerto Princesa in tre trincee che furono poi dati alle fiamme con barili di benzina. Le persone che tentarono di fuggire alle fiamme furono abbattuti dai soldati giapponesi.

Il massacro dell'SS Tjisalak (1944): il sottomarino giapponese I-8 affondò la nave olandese Tjisalak SS e raccolse 97 superstiti sul ponte del sommergibile. Poco dopo i prigionieri furono colpiti con spade di samurai, chiavi inglesi e martelli, ed infine fucilati o fatti affogare in acqua.

 

Il massacro dell'SS Jean Nicolet (1944): il sottomarino giapponese I-8 affondò la nave americana Liberty Ship SS Jean Nicolet  e raccolse 100 superstiti sul ponte del sommergibile. I prigionieri vennero massacrati uno alla volte nell'arco di diverse ore ed alla fine i superstiti vennero gettati in mare legati tra loro.

 

Il massacro di Wake Island (1943): per non permettere agli alleati di recuperare i civili prigionieri su Wake Island, Ammiraglio Shigematsu Sakaibara ordinò l'esecuzione con una mitragliatrice dei 98 civili americani prigionieri che erano per i lavori forzati. Uno dei prigionieri riuscì miracolosamente a scappare ma poi fu catturato e decapitato., tenuti a svolgere lavoro forzato. Furono portati alla fine settentrionale dell'isola, bendati ed eseguite con una mitragliatrice.

Il massacro di Manila (1945): questo massacro si riferisce alle atrocità condotte contro la popolazione civile filippina a Manila, nelle Filippine da parte delle truppe giapponesi durante la seconda guerra mondiale.
Per evitare inutili violenze e le morti civili, e anche di preservare il maggior forza possibile per continuare le operazioni difensive nelle zone rurali Luzon, il generale dell'esercito imperiale giapponese Tomoyuki Yamashita aveva ordinato un ritiro completo delle truppe giapponesi da Manila. Tuttavia, 10.000 soldati sotto Vice Ammiraglio Sanji Iwabuchi Yamashita avevano trasgredito gli ordini ed erano rimasta a Manila insieme ad alcuni soldati sbandati.
I giapponesi massacrarono almeno 100.000 civili in modo brutale, furono fatti saccheggi, stupri ed appiccati incendi. Vennero sistematicamente giustiziati brutalmente, spesso decapitati o baionettati, donne, uomini e bambini, tra cui sacerdoti, personale della Croce Rossa, i prigionieri di guerra ed i pazienti dell'ospedale. Anche gli stupri furono molto feroci, vennero violentate anche donne che stavano morendo per le loro ferite inflitte con le baionette o con le spade.

 

 

Torna alla pagina iniziale

 

 

CEIFAN
Centro di Indagine sui Fenomeni Anomali
diretto dal
Servizio Antibufala

http://ceifan.org