Il mistero della musica

 

 

La musica nasconde un grande mistero, apparentemente assurdo: perché la musica piace all'essere umano?

Iniziamo, adattandole da wikipedia, con le definizioni di musica e ritmo, e quest'ultimo è fondamentale perché si può dire che senza ritmo non esiste musica ma solo confusione, infatti il ritmo è l'ordine dei suoni nel tempo, ovvero come diceva Mozart, "la musica è il ritmo realizzato per mezzo del suono".

 

La musica è l'arte del generare, manipolare e combinare suoni che, secondo determinate leggi fisiche, risposte fisiologiche e convenzioni formali, esprimono e suscitano uno stimolo fisico ed emotivo attraverso l'apparato uditivo. Il generare suoni avviene, di norma, mediante la voce umana (canto) o mediante strumenti che, utilizzando i fenomeni dell'acustica, provocano la percezione uditiva e l'esperienza emotiva voluta dall'artista.

Il ritmo è il susseguirsi di una serie di accenti (cellula ritmica) con una periodica regolarità. Esso è basato sulla suddivisione del tempo in forme e misure variabili, talvolta regolari e simmetriche altre volte irregolari e asimmetriche. Il ritmo è quindi un movimento che si ripete regolarmente (si pensi per esempio ad un orologio a pendolo). Qualsiasi movimento che non si ripeta regolarmente può essere detto come "aritmico".
L'aspetto ritmico della musica, che è strettamente collegato alla danza, è molto antico, forse il più antico in assoluto: non a caso i tamburi e altri strumenti a percussione, che essendo a suono indeterminato, possono produrre solo ritmi, sono i primi strumenti musicali conosciuti, e sono presenti anche presso le culture più primitive. Questo è indubbiamente dovuto al fatto che suoni ritmici (il tamburellare delle gocce di pioggia, lo scrosciare di un ruscello, il canto degli uccelli) sono presenti in natura e ben si prestano ad essere imitati.

Il ritmo è definito come una successione di accenti, intendendo con accento il maggior rilievo (variazione di intensità o di enfasi) che alcuni suoni hanno rispetto ad altri nell'ambito di un brano o una frase musicale. Avremo allora suoni più accentati (accento forte), meno accentati (accento debole) o non accentati. La sequenza degli accenti di un brano musicale tende normalmente a ripetersi a intervalli regolari ed è questa ripetizione che viene chiamata ritmo del brano. L'accentuazione dei suoni di un brano musicale può anche avere altre funzioni.
In ogni caso, la regolarità del ritmo e, quindi, nella successione di accenti forti e deboli, si può riscontrare anche a livello naturale: un ritmo di tipo binario si riscontra, ad esempio, nell’alternarsi del giorno e della notte, nel battito cardiaco, nel camminare, ecc.
Il ritmo è molto importante, anche quando si cammina, si corre, ed in altre attività che implicano un certo grado di coordinazione.

 

Il ritmo ci attira per un motivo preciso.

Siamo sempre alla ricerca di motivi ricorrenti nell'ambiente, ed ovviamente intorno a noi in natura ci sono tanti motivi ritmici: noi siamo molti sensibili perché potrebbero avere un significato.

Il nostro cervello si è evoluto per reagire a motivi ricorrenti derivati da tutti i tipi di suoni. La centrale uditiva si estende in zone del cervello che ci aiutano a ricordare i suoni ed a reagire a livello emotivo.

In sostanza, il nostro cervello interpreta il ritmo come qualcosa di importante e meritevole di attenzione, e lo associa alle nostre emozioni: giocando su questo meccanismo ci piace il ritmo, e quindi la musica. Ecco quindi svelato perché la musica ci piace.

 

 

Appendice: Il mistero delle note

 

 

Premessa: adattato in parte da wikipedia

 

La notazione alfabetica costituì la più antica forma di scrittura musicale: i suoni venivano rappresentati tramite lettere dell’alfabeto. Questo sistema greco fu poi adottato dai latini e successivamente trasmesso agli studiosi del medioevo.

 Solo verso l’VIII secolo presero forma i segni sonori, detti neumi e scritti sopra il testo letterario. Infatti, si creò la necessità di "annotare" i testi scritti in modo da aiutare i cantori ad eseguire le musiche sempre nello stesso modo, con una linea melodica che indicava la sua direzione, ascensionale o discensionale. Quest'esigenza fece nascere segni particolari (i neumi, pare nati dai gesti del direttore del coro) che, annotati tra le righe dei codici, rappresentavano l'andamento della melodia (ma lasciando liberi intonazione e ritmo). La scrittura neumatica divenne così la prima "notazione", da cui poi la parola "nota", musicale moderna

La scrittura neumatica lasciava molto all'immaginazione del lettore, e, proprio per questo, era inadatta alla trascrizione di composizioni di maggiore complessità, che mettevano a dura prova la memoria dei cantori.
Fu nell'opera di Guido d'Arezzo (992 ca.-1050 ca.) che si affermò il primo sistema di scrittura diastematica, una scrittura, cioè, che permetteva di indicare le diverse altezze delle note da intonare.
Guido chiamava il suo sistema tetragramma perché inseriva dei segni (che sarebbero poi diventati le moderne note) in una griglia costituita (spesso) da quattro righe parallele.
Fu questo l'inizio dell'uso delle note in cui la scrittura delle durate era ottenuta proporzionalmente (la durata di una nota era indicata in proporzione alle altre).
Alle note che erano posizionate negli spazi e sulle linee, Guido assegnò nomi corrispondenti alle sillabe iniziali dei primi sei versetti di un inno dedicato a San Giovanni Battista come memorandum per gli allievi:

Ut queant laxis,
Resonare fibris,
Mira gestorum,
Famuli tuorum,
Solve polluti,
Labii reatum,
Sancte Iohannes.

La vera innovazione di Guido fu che le prime sillabe dell'Inno non servirono solo per dare un nome alle note, ma anche a darne l'intonazione relativa.
In questo modo un cantore poteva intonare a prima vista un canto mai udito prima semplicemente facendo riferimento alla sillaba dell'Inno con la stessa intonazione della prima nota cui il canto iniziava per averne un'immediata idea della tonica.
A questo procedimento di memorizzazione Guido diede il nome di solmisazione.
Negli anni che seguirono il tetragramma di Guido d'Arezzo, in origine dotato di un numero variabile di linee, si sarebbe stabilizzato su cinque linee (assumendo il nome di pentagramma) e la nota Ut avrebbe mutato il suo nome in Do ponendo le basi della notazione musicale moderna.
Nel cinquecento, con Giuseppe Zarlino, si definì il nostro attuale pentagramma musicale con l’uso di segni grafici o figure musicali per rappresentare suoni e momenti di silenzio di varia durata, la divisione delle misure mediante lineette verticali, la settima nota SI e altri elementi secondari.
 

 

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