Le bufale sull'olio di palma

 

 

Premessa: tratto da http://www.wired.it/scienza/medicina/2015/05/08/tutta-verita-olio-di-palma/

 

Fa male. Rovina il nostro sistema cardiocircolatorio. Provoca il diabete. Forse è anche cancerogeno. Le accuse contro l’olio di palma, un grasso vegetale estratto dalle drupe (frutti simili alle olive) di alcune varietà di palme e molto presente nei nostri consumi alimentari, mettono paura. Lo ritroviamo in una lunghissima lista nera di biscotti e merendine del supermercato, nelle farciture dei dolci confezionati e nelle creme spalmabili di cui siamo ghiotti sin da bambini, in quasi tutti i cibi pronti e persino nei prodotti per la prima infanzia.

 

Non bastasse, sarebbe anche responsabile di una feroce deforestazione a favore della monocoltura intensiva della palma, e metterebbe a repentaglio interi ecosistemi e la sopravvivenza di molte specie animali del Borneo e di Sumatra. Insomma, un vero e proprio killer per la salute e l’ambiente, che a dispetto di tutto è sulla lista degli ingredienti di moltissimi dei marchi sponsor del nostro Expo, quello che dovrebbe nutrire il Pianeta.

Ma è proprio tutto vero? Non completamente. In realtà il quadro disegnato dagli scienziati, almeno su alcuni aspetti, è decisamente ridimensionato. Ecco qualche punto per iniziare a fare chiarezza.

 

Perché si usa


Chiunque abbia messo le mani in pasta per preparare una torta se ne sarà reso conto: nella maggior parte delle ricette dei dolci da forno, oltre allo zucchero, è necessario aggiungere una certa quantità di sostanze grasse: olio, burro, a seconda della preparazione. Nel caso dei prodotti da forno, così come nelle creme, i grassi che regalano una miglior struttura e consistenza al prodotto sono i grassi saturi, cioè quelli semisolidi come il burro, molto meno gli oli vegetali, che sono insaturi e liquidi.

 

L’olio di palma, pur essendo di origine vegetale, rappresenta un’eccezione, poiché ha una composizione in acidi grassi più simile al burro che agli altri grassi vegetali: è infatti composto essenzialmente da grassi saturi (palmitico, stearico e laurico). Di conseguenza ben si presta, per le sue proprietà chimiche, a sostituirlo nelle preparazioni industriali.

 

Perché? Innanzitutto, perché ha un costo nettamente inferiore. In secondo luogo, perché è praticamente insapore, e aggiunto alle preparazioni non ne altera la gradevolezza. Inoltre, rispetto al burro garantisce una conservabilità maggiore dei prodotti, per la sua maggior resistenza alla temperatura e all’irrancidimento.

 

Il suo ingresso massiccio tra i nostri cibi è avvenuto in seguito all’inasprimento delle normative dell’Organizzazione mondiale della sanità sui grassi idrogenati, come le margarine, una trasformazione degli oli vegetali inizialmente impiegata come ripiego al burro, ma reputata subito nociva su vari fronti della salute. Se ora ci ritroviamo a consumare olio di palma, quindi, è anche per evitare che nei nostri alimenti ci fosse di peggio.

Fa male?
Dipende da quanto ne consumiamo. Trattandosi di un grasso saturo, va considerato esattamente come tutti gli altri grassi saturi: pensiamo per esempio al burro o allo strutto. “Che queste sostanze vadano consumate in modo limitato nella nostra alimentazione, perché altrimenti fanno ammalare le nostre arterie, è risaputo” ci spiega Laura Rossi, ricercatrice presso il Centro di ricerca per gli alimenti e la nutrizione di Roma e delegata italiana per il Consiglio Fao, “ma l’olio di palma non dovrebbe essere demonizzato in quanto tale”.

 

Significa che sì, è corretta l’osservazione nutrizionale che dice di limitarne il consumo. Quello che però è sbagliato è sostenere che altri grassi, come il burro, non facciano male mentre l’olio di palma sì: “Ciò che è correlato a un aumento del rischio cardiovascolare non è in questo caso la fonte, ma l’eccesso di grassi saturi, che andrebbero invece tenuti sotto controllo”. In sintesi: non possiamo continuare a pensare che la merendina industriale (fatta con l’olio di palma) sia per forza cattiva, mentre la crostata fatta in casa dalla mamma (col burro) sia per forza buona. Perché, di fatto, sono sia buone quanto cattive entrambe, e con nessuna delle due si dovrebbe eccedere nelle quantità.

Una soglia accettabile? Quella del 10% massimo sul totale delle calorie giornaliere. Una quota che comprende però tutti i grassi saturi, sia quelli di origine vegetale che animale, non solo quelli dell’olio di palma. Perché di fatto, in entrambi i casi, gli effetti sul corpo sono gli stessi.

 

Colesterolo


Se è vero che, a differenza dei grassi di derivazione animale, l’olio di palma non contiene colesterolo, è vero anche che i principali acidi grassi imputati dell’aumento del colesterolo ematico sono proprio quelli saturi, tra cui quello palmitico, il miristico e il laurico, due dei quali sono contenuti nell’olio di palma.

Cosa dice nello specifico la letteratura scientifica? Ciò che emerge finora è un quadro non del tutto definito. Da uno dei lavori più recenti, promosso dall’Istituto Mario Negri (e che consiste nella revisione di 51 studi), è emerso come diete ricche di olio di palma e acido stearico possono aumentare il livello di colesterolo totale più di quanto non accada in diete ricche di altri acidi grassi saturi. Allo stesso tempo, non è stata però registrata una variazione significativa sui valori di colesterolo cattivo (il cosiddetto Ldl). Anche se la ricerca sul fronte è ancora aperta.

 

Cancro


Sulle accuse di cancerogenicità, invece, non troviamo alcun riscontro nella letteratura scientifica che comprovi la correlazione diretta tra olio di palma e l’induzione di tumori. Fino a prova contraria, quindi, si tratta di accuse infondate, o che confondono l’olio di palma con altre sostanze.

Sappiamo piuttosto che l’obesità, che spesso è sì legata a un consumo eccessivo di grassi saturi, può essere correlata a un aumento nell’incidenza di alcuni tipi di cancro: “Ma qui l’effetto è legato all’obesità, non all’olio di palma in sé” precisa Rossi. E una persona può essere obesa anche se consuma altri tipi di grasso.

 

Diabete


Più macchinoso il discorso sul diabete. Solo qualche giorno fa uno studio promosso dalla Società italiana di diabetologia veniva ripreso dai media come un sonoro campanello d’allarme nei confronti dell’olio incriminato. “L’olio di palma può aprire la strada al diabete di tipo 2”, il messaggio lanciato. Anche se, in realtà, la ricerca in questione non lo dimostra.

 

La notizia riguarda infatti uno studio sperimentale fatto in vitro, dove gli scienziati hanno perfuso cellule di pancreas con del palmitato – che, ricordiamo, non è olio di palma, ma uno dei suoi componenti – e le cellule hanno registrato un danno. “Ma questo non significa assolutamente che mangiare l’olio di palma faccia venire il diabete 2”, chiarisce sempre Rossi, “perché quella situazione sperimentale, anche se fatta molto bene, non può essere assolutamente tradotta in un effetto diretto sull’organismo”. Il discorso sull’alimentazione, insomma, è ben diverso dal prendere una molecola e una cellula e vedere che succede, e non è possibile trasformare in un messaggio sull’uomo ciò che ancora è lontanissimo dall’uomo, come questo test.

 

In generale, va sottolineato che contro l’olio di palma non si registrano (perlomeno a oggi) posizioni ufficiali da parte dell’Organizzazione mondiale della sanità, dell’Autorità europea per la sicurezza alimentare, del ministero della Salute, né dell’Istituto superiore di sanità: gli organi preposti a vigilare sulla nostra salute.

 

Gli effetti collaterali sull’ambiente


Ci sono, e sono innegabili. La coltivazione delle palme da olio, che si concentra nel Sud-Est asiatico (in particolare in Indonesia e Malesia) ha comportato e comporta tutt’oggi un massiccio abbattimento delle foreste tropicali per far spazio alle nuove piantagioni. Le conseguenze si misurano in termini di biodiversità (connessi alla distruzione dell’habitat di numerose specie, tra cui l’orango), ma anche di ripercussioni come l’impennata di gas serra nell’atmosfera e lo stravolgimento dell’assetto idrogeologico del territorio. Ed è forse proprio in ragione del suo forte impatto ambientale che, per dare forza alle campagne contro la sua produzione, si è calcata la mano nel criticarlo dal punto di vista nutrizionale.

 

C’è però da chiedersi: cosa succederebbe se al posto delle palme, ci trovassimo a dover a spremere lo stesso volume d’olio da altre piante (tutte, peraltro, meno dibattute)? La risposta è che occuperemmo ancora più spazio, poiché la produttività delle palme da olio è altissima rispetto alle alternative possibili. Basti pensare che da un ettaro di palme da olio si ottengono quasi cinque volte l’olio che produce un ettaro coltivato a piante di arachidi, e ben sette volte quello di un ettaro di girasoli (come faceva notare anche Strade in risposta all’approccio semplicistico tenuto da Report in un servizio di qualche sera fa). Senza contare tutte le conseguenze che l’estensione delle colture comporterebbe sui consumi d’acqua, di fertilizzanti, di pesticidi. O se volessimo, come chiedono alcuni, sostituirlo col burro: siamo consapevoli che l’impatto ambientale sarebbe ancora più drastico?

 

Mettere il problema in prospettiva è purtroppo tutt’altro che semplice e sicuramente per venirne a capo sarà necessario pretendere maggiore trasparenza da parte delle aziende e dal commercio locale. Per ora l’unico, piccolo passo avanti si è compiuto con l’istituzione di regole che, anche se in grosso ritardo, sono indirizzate a tutelare la produzione sostenibile. Come quelle stabilite dalla Roundtable on Sustainable Palm Oil, un organo tenuto a certificare l’olio prodotto (appunto) in modalità più rispettosa dell’ambiente. Uno strumento ancora molto debole e arbitrario, probabilmente a rischio di strumentalizzazione, ma che per ora segna la via più percorribile.

 

Nel frattempo, va detto che a dispetto degli sforzi del Wwf, Greenpeace, e di iniziative locali, come quella promossa dal Fatto Alimentare (e portata in Parlamento da alcuni esponenti del Movimento 5 Stelle), che chiede l’abolizione dell’olio di palma dal mercato del cibo, gli enti internazionali deputati al controllo, come la Fao, non si sono (a oggi) ancora espressi negativamente sulla questione, se non spingendo verso un’agricoltura più sostenibile.

 

Una storia di diritti violati


Al di là del dibattito scientifico, possiamo anche decidere di attaccare la produzione dell’olio di palma, e di boicottarlo, anche esclusivamente per motivi etici, in conseguenza alle ripercussioni della monocoltura sulle popolazioni locali. Si racconta di espropriazione dei contadini dalle proprie terre, di deportazione di interi villaggi, di sfruttamento, di totale assenza di condizioni di sicurezza sull’ambiente di lavoro. Una lotta giusta e sacrosanta.

Ma forse un po’ ingenua. Già, perché presuppone che se anziché di palme si trattasse di girasoli, barbabietole, caffè, tabacco o di qualsiasi altro prodotto, il trattamento sarebbe diverso, forse migliore. Come se il rispetto delle leggi e le politiche di non-sfruttamento dipendessero dal prodotto, anziché dalle persone che vi si nascondono dietro.

 

 

Perché tutti odiano l'Olio di Palma

 

Premessa: tratto da http://www.wired.it/scienza/medicina/2016/01/12/perche-odio-olio-di-palma/

 

Soia e colza contro cocco e palma. Non è un gioco di parole, bensì una battaglia. Iniziata negli anni ’80 tra gli oli derivati da questi vegetali, quando né le etichette dei nostri cibi, né la stampa, né la tv locale mostravano alcun interesse a indicare la presenza di uno degli ingredienti oggi invece più bastonati dell’industria locale. Sì, lui: l’olio di palma. Un grasso che, in virtù delle sue proprietà chimiche, ben si presta a essere utilizzato nei cibi confezionati, nei detersivi, in molti dei prodotti che usiamo per la nostra igiene personale, che sta alla base della tradizione alimentare di molte comunità africane e che ha come principali acquirenti, oltre all’Europa, l’India e la Cina, dove da tradizione è impiegato per friggere e, in generale, cucinare.

 

Di fatto onnipresente nei supermercati, in Italia ne abbiamo ignorato per decenni l’esistenza per poi saltare dalla sedia quando, per questioni di trasparenza, l’Unione europea ha reso obbligatorio esplicitarlo sull’etichetta dei prodotti.

 

Era il 13 dicembre 2014 e più o meno da quel momento in Italia si accendeva una sorta di isteria collettiva, rafforzata da una massiccia campagna finalizzata al boicottaggio che a oggi conta più di 165mila firme. Il capo d’accusa? Che abbiamo a che fare con un alimento tossico, nocivo per la salute umana, capace di predisporre al diabete e addirittura cancerogeno.

 

Mesi e mesi di quasi terrorismo alimentare, che hanno condizionato le scelte di molte famiglie, tanto da condurre svariate aziende ad allinearsi al fronte consumatori e liberare i propri prodotti dall’ingrediente incriminato, sostituito ora con il burro, ora con l’olio di oliva, ora con quello di semi di girasole. Firme del calibro di Misura, Esselunga, Gentilini, Coop. Lo slogan “senza olio di palma” è diventato ormai un plus da sfoggiare in primo piano sulle confezioni. Le liste dei prodotti considerati virtuosi, così come le liste nere con scanditi i marchi che invece continuano a usarlo, fioccano e riscuotono un gran successo sui siti Internet e sui social.

 

Un’ondata che una parte del mondo dell’informazione sta cavalcando da mesi. Per non parlare di quello della politica, che ha visto alcuni deputati del Movimento a 5 Stelle e del Partito democratico presentare interrogazioni in Parlamento. “Affinché il cibo made in Italy possa davvero distinguersi come buono e giusto”, dicono.

 

La reazione più comune? Che se non ci fosse un reale pericolo, nessuno starebbe lì a lottare per eliminarlo dalla nostra tavole. Né tantomeno le aziende cambierebbero le ricette dei propri prodotti. Ma è davvero impossibile montare un’allarmistica lotta all’invasione, pur in assenza di solide evidenze scientifiche? Sembra proprio di no, e che non sia neppure la prima volta che succede.

 

Una storia che si ripete


Facciamo subito un passo indietro. Scopriamo che a cavallo tra il 1986 e il 1987 negli Stati Uniti è in corso una vera guerra commerciale, la cosiddetta Tropical Grease Campaign. Innescata dai promotori del mercato dell’olio di semi di soia, si rivolge contro l’avanzare prepotente sulla scena globale di quelli che, da quel momento, vengono battezzati gli oli tropicali. Essenzialmente, palma e cocco: alternative a basso costo che in quel frangente rappresentano una minaccia per l’economia locale.

 

“Fu proprio l’American Soybean Association (Asa), l’agenzia che si occupa di tutelare l’industria americana legata alla produzione di soia, a portare avanti una campagna denigratoria contro l’olio di palma e l’olio di cocco, arrivando persino a finanziare le ong e richiamando evidenze scientifiche poi dimostratesi false pur di metterli in cattiva luce sul fronte della salute”, sbottano per la prima volta gli esponenti del Malaysian Palm Oil Board (Mpob), l’ente pubblico che segue la filiera dell’olio di palma dal punto di vista scientifico e tecnologico in tutta la Malesia, oggi secondo produttore mondiale e il paese che (pur coi molti limiti che vedremo) sta facendo gli sforzi maggiori per garantire la qualità del proprio prodotto.

 

Un investimento di circa 15 milioni di dollari, dicono dalla Malesia, pur di guadagnare terreno attraverso il sostegno della politica, dei media e delle organizzazioni internazionali, per mettere in moto le ong e insinuare nell’opinione pubblica l’idea che i grassi vegetali d’importazione fossero gravemente nocivi per la salute. “Fanno aumentare il colesterolo!”, “Fanno male alle coronarie!”, “Fanno male al cuore!”, “Stanno avvelenando l’America!”. Quando la preoccupazione vera, in quel momento, era probabilmente che a soffrirne non fosse l’economia locale.

 

Il dibattito scientifico? Arrivò dopo. Quando ricercatori del settore come Augustine Ong, direttore della International Society for Fat Research, e diversi istituti di ricerca ferrati nello studio dei grassi alimentari si misero in moto per rendere conto delle proprietà nutrizionali dell’olio di palma sia attraverso revisioni della letteratura sia avviando nuovi studi. “La stessa Fda americana, dinanzi a studi che dimostravano che l’olio di palma, pur contenendo grassi saturi ha un comportamento molto simile ai grassi insaturi, dovette poi ammettere che si trattava di accuse infondate”, testimonia lui stesso.

 

Di fatto, complice anche la scoperta degli effetti nocivi degli acidi grassi trans (di cui sono ricchi gli oli vegetali idrogenati), a tutela della salute pubblica l’allarme rientrò, e l’ondata della soia contro l’olio di palma alla fine degli anni ’80 fu costretta a placarsi.

 

Boicottare oggi
 

Con gli anni ’90 la ricerca scientifica sull’olio di palma si è intensificata. Le prove più recenti stabiliscono che, nell’ambito di un regime alimentare equilibrato, questo grasso non comporta un aumentato rischio di malattie cardio-circolatorie rispetto agli altri grassi saturi. L’ipotesi di avere davanti un alimento cancerogeno non ha trovato riscontro. Uno studio, peraltro italiano, che sembrava la pistola fumante per una correlazione col diabete si è poi rivelato incorretto. Ciò nonostante, la paura nei suoi confronti non ha faticato a dilagare ancora. E non più solo sul versante della salute.

 

Quello lanciato in Europa negli ultimi mesi è anche un appello in nome dell’ambiente: contro la deforestazione massiccia, contro gli incendi nel Sud Est Asiatico e in favore della salvaguardia delle specie animali, di cui simbolo è l’orango, che popolano quelle zone. “Non mangiare più Nutella per salvare il Pianeta”, sosteneva solo quest’estate il ministro francese dell’Ecologia, Ségolène Royal (per poi ritrattare e scusarsi subito dopo). La Francia ha addirittura proposto di applicare una tassa ai prodotti contenti l’olio incriminato. Anche in Italia (basta buttare un occhio ai sondaggi) se la percezione riguardo l’olio di palma è negativa è anche in ragione del suo impatto ambientale.

 

Coltivare palme per produrre olio a un ritmo tale da far fonte alle richieste attuali del mercato (in direzione di un +40% entro il 2050) richiede di fatto un enorme spazio agricolo, e oltretutto in fasce climatiche ricoperte da ecosistemi preziosi e fragili come quello della foresta tropicale. E sì, nelle aree che sfuggono alle buone pratiche e al controllo delle autorità, e probabilmente laddove vigono regimi di corruzione, succede che le leggi non vengano rispettate e che si passi al disboscamento selvaggio, o alla rifertilizzazione dei terreni appiccando il fuoco, come abbiamo visto accadere negli ultimi anni.

 

Persino il nostro recente viaggio, organizzato dal Malaysian Palm Oil Board per permetterci di visitare le piantagioni (di cui presto vi racconteremo), è stato rimandato di settimane per colpa della haze, una nebbia così fitta da mettere a repentaglio lo stesso traffico aereo e dovuta ai roghi incontrollati della vicina Indonesia.

 

Tuttavia, chi quell’olio si sforza di produrlo secondo criteri di sostenibilità, come appunto sta provando a fare la Malesia, richiama a prendere atto che non tutto l’olio di palma proviene dalla deforestazione e dalle bad practices: “In Malesia, nonostante le piantagioni di olio di palma, abbiamo una copertura forestale che supera il 67% del territorio nazionale. Le foreste intatte sul territorio francese invece, come anche in Italia, sono appena il 31%”, sottolinea Yusof Basiron, scienziato e direttore del Malaysian Palm Oil Council (fonte dati: Fao). Il secondo produttore mondiale dell’olio incriminato, infatti, non solo non sta oggi riducendo la propria superficie forestale, ma negli ultimi 15 anni l’ha portata addirittura in lieve aumento.

 

“Senza poi contare che il boicottaggio indiscriminato dell’olio di palma potrebbe persino rendere più critico il problema ambientale, poiché rischia di far aumentare la domanda di alternative prodotte secondo modalità meno sostenibili, o che di per sé sono meno sostenibili”, continua Basiron. E in effetti, se guardiamo alla produttività, quella della palma, con le sue (circa) tre tonnellate e mezzo per ettaro, è nettamente superiore rispetto alle altre piante da olio. Più o meno cinque volte quella della colza, sei quella del girasole, nove quella dei semi di soia, undici quella dell’ulivo.

 

“È proprio per questo che, a fronte di un totale di 14 milioni di nuovi ettari piantati a soia negli ultimi 10 anni nei soli territori di Brasile e Argentina, sono invece 17 milioni quelli piantati a palme da olio nell’arco di ben 150 anni in tutto il Mondo”, rilanciano i produttori. Nel sottolineare inoltre che, mentre per l’olio di palma oggi esiste un percorso (seppur travagliato) verso la certificazione di sostenibilità, non vale lo stesso per le alternative (come l’olio di colza o di girasole), né si sta lottando in altri casi con la pretesa di un regime di zero-deforestazione o, ancora, zero waste, dove invece la Malesia si sta applicando. Insomma, anche gli altri grassi vegetali pesano enormemente sull’ambiente, e non è così scontato che provengano sempre da un’agricoltura amica del Pianeta.

 

Alla domanda su quale sia l’olio più sano per il corpo e allo stesso tempo il più green per il Pianeta, il compromesso ideale per un carrello della spesa perfetto, compatibile con la salute e l’ambiente non esiste ancora, per la scienza, una risposta netta e universale. Così come, però, non esiste un nemico assoluto, né una logica infallibile che imponga di cancellare ogni goccia di olio di palma dai propri acquisti e sostituirlo ovunque con l’olio di oliva, l’olio di semi di soia, di girasole, di colza o altri grassi.

 

Com’è allora possibile che, pur in assenza di prove schiaccianti e senza avere in pugno una soluzione concreta il dibattito sull’olio di palma si sia fatto così acceso e polarizzato? Come d’altronde succede spesso nelle questioni molto complesse, le paure, le ideologie e i dati sono andati nuovamente a finire in un unico calderone, a confondere le acque sopra agli interessi, al protezionismo, alla stessa pubblicità. Tanto che il boicottaggio di oggi in Italia appare una questione di fede più che di reale consapevolezza del consumatore.

Ed è lecito pensare che, ancora una volta, la nostra naturale preoccupazione per la salute, l’amore per il Pianeta e persino la morale siano state messe in ballo in uno scontro che, più che medico, ambientale o etico, ha tutta l’aria di una nuova guerra tra lobby.

 

 

 

PS: L’ultimo rapporto dell’Autorità europea per la sicurezza alimentare ha raccolto tutti i dati sui principali contaminanti dei grassi vegetali sottoposti ad alte temperature. Un esperto dell’Istituto superiore di sanità ci aiuta a fare il punto, soprattutto sul famoso olio tropicale: http://www.wired.it/scienza/medicina/2016/05/11/olio-di-palma-tumori-10-cose/

 

 

 

La scienza assolve l'olio di palma

 

Premessa: tratto da http://www.butac.it/la-chimica-assolve-lolio-di-palma/

 

Dario Bressanini, docente di chimica all’Unins e divulgatore scientifico, nel contesto di una conferenza organizzata dalla Camera di Commercio di Torino e dall’Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo, ha dichiarato che l’olio di palma è stato demonizzato ingiustamente negli ultimi mesi, a causa di “una campagna mediatica senza riscontri scientifici”.

Va molto di moda creare un solo alimento colpevole ed esaltare ‘supercibi’ che fanno bene, ma gli allarmismi ed i facili entusiasmi hanno poco senso, anzi sono controproducenti. L’unica strada da seguire per la salute è la dieta variata senza eccessi. Ed è molto meglio che le industrie alimentari mettano in etichetta cosa c’è piuttosto che apporre scritte su cosa non c’è nei prodotti (…) ha poco senso additare un elemento complesso come qualsiasi grasso alimentare dandogli la colpa di causare patologie, quando se le stesse molecole sono contenute in altri oli. Per certe applicazioni i sostituti suggeriti al posto dell’olio di palma sono cento volte peggio. E l’olio di palma ha anche dei vantaggi come, ad esempio la resistenza all’ossidazione. Certi grassi insaturi che vanno tanto di moda, invece, come olio di mais o girasole, sono a rischio di processi di ossidazione che possono formare sostanze tutt’altro che benefiche per l’organismo umano.

Per quanto riguarda l’aspetto ambientale, Stefano Savi dell’Rspo, la Tavola Rotonda sull’olio di palma sostenibile, ha osservato:

Anche se l’Europa mettesse al bando la vendita di prodotti con olio di palma ci sarebbe comunque il mercato di India e Cina a sviluppare la domanda. La strada da seguire è quella della certificazione, che ormai rappresenta il 18% della produzione totale, 109 mila produttori e un’estensione complessiva di 257 mila ettari.

Certo è abbastanza prevedibile che chi ha demonizzato fino a oggi l’olio di palma non farà marcia indietro tanto facilmente, ma piuttosto insisterà nel trovare giustificazioni a questa demonizzazione, esattamente com’è successo ogni volta che ci sono state novità sulla questione e si è cominciato a capire che i rischi per la salute su cui si basava la campagna non erano quelli che si volevano far credere. Chi vorrà rimanere ancorato alle proprie convinzioni riterrà più attendibili le dichiarazioni partite da chi chiedeva di sostituire l’olio di palma col burro, spiegando che:

Secondo i nutrizionisti l’assunzione giornaliera di dosi elevate di questo ingrediente può risultare dannosa per la salute a causa della presenza dei grassi saturi.

…il burro invece no, vero?

 

Che la campagna fosse fondamentalmente di stampo economico è stato evidente fin dall’inizio, ma siccome siamo delle capre molti prodotti contenenti olio di palma sono stati eliminati dal mercato per accontentare i consumatori.

 

Sono stato sostituiti da oli vegetali (poi si è levato un grido da parte dei consumatori: “Ma questi biscotti fanno schifo!”), spero non idrogenati dato che l’introduzione dell’olio di palma in tempi recenti è stata causata proprio dell’eliminazione dei grassi idrogenati dagli ingredienti di tali prodotti in quanto dichiarati dannosi per la salute (ma in Italia non ancora messi fuori legge). Come ha sottolineato Dario Bressanini, invece che dichiarare con tutta questa enfasi cosa NON contengono tali prodotti, sarebbe il caso di indicare chiaramente cosa contengono. E, aggiungo io, che i consumatori cominciassero a informarsi su cosa mangiano, su cosa sono e come funzionano i valori nutrizionali, su qual è l’alimentazione corretta da seguire nel quotidiano; altrimenti si finisce davvero per essere felici che l’olio di palma sia stato sostituito dal burro, dagli oli vegetali o dai grassi idrogenati.

 

 

PER I PIÙ PIGRI (riassunto delle puntate precedenti sull’olio di palma):

 

 

PER CHI VUOLE APPROFONDIRE (le puntate precedenti sull’olio di palma):

Un po’ di chiarezza sull’olio di palma

Olio di palma, qualche precisazione in più

BigFood e l’olio di palma?

 

 

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