Milioni e milioni di civili uccisi dagli orrori del '900

 

 

Premessa: tratto da qui

 

La violenza costituisce un aspetto caratterizzante della storia del Novecento. Mai come nel XX secolo l'umanità aveva conosciuto l'esplodere di una forza tanto devastante, sia sul piano quantitativo che qualitativo. Il numero dei morti e dei feriti in guerre, guerriglie, terrorismi, pulizie etniche e ideologiche supera esponenzialmente qualsiasi dato precedente, in virtù della globalizzazione dei conflitti e dell'accresciuta disponibilità tecnologica.

Non solo numeri però, ma anche modi di messa in atto della violenza rappresentano un unicum nella storia: torture sempre più gratuite e sadiche, tecniche di uccisione prive di ogni rispetto per la dignità umana, forme di persecuzione contro donne e bambini, prigioni per la rieducazione delle menti.
Tracciare una breve sintesi della storia della violenza del secolo scorso è, proprio in virtù del dilagare del fenomeno, un problema davvero complesso. A questo si aggiunge il timore e la necessità di trascurare alcuni avvenimenti, scelta che sembra quasi costituire una ingiustizia contro le vittime della persecuzione. Perché tralasciare chi, al pari di altri, ha orrendamente e ingiustamente sofferto? Non è anche questo un crimine contro la memoria di chi ha patito, un approfondire un ingiustizia già compiuta?
In parte è così, ma bisogna portare avanti delle scelte. Altrimenti si dovrebbe rinunciare a scrivere e raccontare, perché l'elenco della violenza è purtroppo infinito, continuamente suscettibile di aggiornamenti, anche se il secolo di cui si parla è ormai al tramonto. Allora sorge un'altra domanda: perché scrivere? Non si tratta forse di un gesto altrettanto privo di rispetto e di umanità per chi ha sofferto, un rendere numeri e cose il dolore delle persone, farne oggetti di studio, renderli impersonali? Questo è un rischio assolutamente reale.

I numeri, più diventano grandi e ricorrenti, meno significano per ciascuno di noi. 1, 100, 1000, 10000, 1000000, 10000000, 100000000, solo zeri che si aggiungono, che confondono gli occhi, che perdono i contorni di visi e esistenze per diventare statistiche equivalenti e per questo insignificanti. Allora, come parlarne e perché? Risposte che possono provenire da altri testi, da altri studiosi, ma che prima di tutto devono trovare una motivazione interiore, una giustificazione che consenta di proseguire.

E allora le parole chiave diventano responsabilità e memoria. Responsabilità in quanto farsi carico delle scelte, delle inclusioni e delle esclusioni e dell'arbitrio che esse comportano. Memoria, come invito personale e sociale a ricordare e a commemorare, nella speranza di dare un senso a morti insensate, permettere che ciò che è stato ingiustamente distrutto si faccia baluardo contro ulteriori, insensate, distruzioni.
Detto ciò, occorre dunque iniziare. E subito inizia la marcia a ritroso, il passo del gambero, che invece che far avanzare spinge a ritroso le lancette del tempo. La prima guerra mondiale. Questa è la data che si pensava di adottare per parlare della violenza nel novecento. Per numeri, quantità e conseguenze l'evento per eccellenza del XX secolo, da un punto di vista della violenza. Il genitore di quanto avverrà in seguito, padre della seconda guerra mondiale, zio del fascismo, parente delle violenze del post - colonialismo.
Invece, scavando, si trovano subito, sotto il primo strato di terra, i progenitori della Grande Guerra, le prime avvisaglie della violenza che si sta per scatenare. Non in Europa, non negli Usa, ma nelle lotte per la conquista coloniale e per la rivendicazione della propria indipendenza.

Il primo nome crea un certo imbarazzo a essere pronunciato e inserito in questa lista, non fosse altro perché si tratta di un popolo che molto onore si è guadagnato nel corso della II guerra mondiale e a cui, almeno in parte, si deve la nostra attuale libertà. Eppure a inizio novecento sono gli inglesi che, nel corso della loro frenetica spinta alla conquista coloniale dell'Africa, inaugurano un modo di combattere che segnerà, in modo inequivocabile e negativo, la storia del novecento.

Nel corso della guerra anglo-boera, per reagire alle tattiche di guerriglia utilizzate dai loro avversari, gli inglesi decidono di adottare la tecnica dell'internamento dei civili. Separare la popolazione dai guerriglieri, costringendola all'interno di nuovi villaggi recintati per l'occasione, per tagliare le vie di rifornimento, impedendo il diffondersi della ribellione anche sul piano della comunicazione. Una misura precauzionale, pensata senza intenzioni cruente, ma che contiene al suo interno inquietanti aspetti di novità che saranno ripresi, con ben altra intensità, in altre situazioni belliche.

La prima riguarda il coinvolgimento diretto di civili in un conflitto a cui non avevano preso parte e per il quale non era provata la loro responsabilità: fine della distinzione tra soldato e civile, fine delle garanzie individuali. In secondo luogo, le conseguenze di questo trasferimento, che mal organizzato e gestito, perché impossibile da gestire altrimenti, costringe gli internati a vivere in condizioni igieniche e sanitarie precarie, portandoli rapidamente ad una situazione di malnutrizione e debolezza che favorisce lo sviluppo di malattie e provoca la morte di molti di essi.

Potenza coloniale in essere e potenza coloniale in divenire non si distinguono gran che sul piano della violenza, anzi l'ultima venuta sembra disposta ad utilizzare mezzi ancora più drastici e crudeli per assicurarsi l'agognato posto al sole nei domini coloniali. E' questo il caso della Germania, che esibisce i propri muscoli contro gli Herero, gli abitanti dell'attuale Namibia. A partire dal 1904 i tedeschi decidono di espellere gli abitanti dai loro stessi territori e non fanno sconti a nessuno, donne e bambini compresi. Una intera nazione viene costretta a trasferirsi al di fuori del proprio territorio d'origine, e come se ciò non fosse sufficiente, gli uomini catturati in battaglia vengono uccisi, in base alla politica di non fare prigionieri.
Sempre i tedeschi applicarono metodi sconcertanti anche per domare la rivolta che, nel 1905 coinvolse i territori in loro possesso nell'Africa Sud orientale. Dopo aver resistito, grazie alla superiorità assicurata dalle mitragliatrici, all'assalto delle tribù Kibata, Munga e Pogoro, che si erano rifiutate di svolgere mansioni servili e di raccogliere il cotone nei campi di lavoro, i tedeschi iniziano nel 1906 la riconquista dei territori perduti.

Rafforzati dagli arrivi giunti dalla Germania, danno l'avvio ad una operazione di distruzione sistematica dei villaggi, di avvelenamento delle acque, di sterminio delle tribù ribelli, sempre adottando il metodo dell'uccisione dei nemici catturati. Al termine della riconquista, il numero dei ribelli uccisi si aggira intorno alle settantacinquemila unità.
Ma non occorre essere grandi potenze coloniali per mettere in atto pratiche spietate. Lo dimostra, sempre nella sfortunata terra africana, il re del Belgio Leopoldo II che si guadagna una fama imperitura per la violenza perpetuata nella sua personale colonia del Congo belga.

Pur presentandosi come spirito missionario, Leopoldo II non si fa alcun problema a sterminare gli abitanti della colonia, interessato unicamente a far crescere esponenzialmente la produzione e lo sfruttamento degli alberi da gomma. Le violenze inflitte dal re del Belgio colpiscono forse più delle altre per la loro quasi totale gratuità: mentre per inglesi e tedeschi- pur senza alcuna giustificazione dei loro crimini- si trattava di difendere qualcosa che veniva percepito, erroneamente, come una proprietà dello stato, qui l'unica ragione del comportamento del re è il profitto.

All'altare del dio denaro si sacrificano vite di uomini privati della loro dignità, costretti a lavorare come schiavi, uccisi perché non abbastanza produttivi, affossati dalla stanchezza e dalla mancanza di cibo ma anche ammazzati per futili motivi. Una strage che porta, nel volgere dei primi anni del novecento, ad un dimezzamento della popolazione congolese, con stime che parlano di dieci milioni di uomini uccisi.
Perché l'Africa? Perché proprio nell'esperienza coloniale nasce questa volontà di violenza, questo disprezzo per l'umano? Tra le cause, si può forse azzardare la percezione dell'avversario come qualcosa di radicalmente diverso da sé, una diversità in qualche modo non riconducibile alla propria natura.

E stabilita questa essenziale differenza, tutto diviene possibile, perché nella sofferenza altrui non si vede più rispecchiata la propria, e non si sente neppure il pericolo di trasformarsi da carnefici in vittime della tortura. O forse, quest'ondata di violenza è favorita dalla debolezza strutturale dei regni dei colonizzati, dallo loro limitata coesione sociale, che favorisce la sensazione di onnipotenza connessa al poter agire senza aver nulla da temere dai propri nemici.

O forse, forse ci sono cause meno indagabili, qualcosa che circola nell'aria, si respira nella cultura, è evocata dai politici e attrae gli intellettuali del periodo. Perché dopo l'Africa la violenza impegna pochi anni, meno di quindici, per sbarcare nella colta Europa.

Cinquant'anni di pace svaniscono come neve al sole della primavera nel 1914, quando inizia il conflitto. Sintesi di ogni forma di violenza, morte di massa organizzata, internamento dei civili, demonizzazione del nemico, campi di prigionia, anticipazioni di pregiudizi e stereotipi razziali, culla dei totalitarismi, la violenza della prima guerra mondiale può essere qui solo accennata, per trovare altrove una sua specifica descrizione.
Ciò che invece va rammentato, è quanto sta a fianco di questa guerra, le stragi correlate ma non necessitate, nonostante ciò che sostengano i responsabili di tali eccidi.
Il genocidio armeno si compie durante la prima guerra mondiale, è favorito dalla situazione creata dal conflitto ma non è in alcun modo un atto di difesa o una misura precauzionale plausibile e storicamente difendibile presa dal governo turco. Gli armeni era già in rivolta contro l'Impero ottomano dalla fine del secolo e, ciò è vero, ricercavano forme diverse di indipendenza, dalle intese per la concessione di maggiori autonomie alla lotta armata per la sovranità nazionale. E se pure è vero che l'attacco ai Dardanelli da parte degli anglo-francesi e la possibile avanzata dell'armata russa in Anatolia creano uno stato di allarme e di panico per le possibili alleanze tra armeni russi e ottomani, nulla giustifica le persecuzioni di cui fu vittima tale minoranza etnica.

Prima l'elite economica e intellettuale viene uccisa senza processi e ragioni a Istanbul e in altre città e poi nell'aprile del 1915 si inizia il trasferimento di massa degli armeni lontano dalla loro terra d'origine. Una marcia forzata attraverso lande desolate e assolate, privati di cibo e acque, per raggiungere i deserti della Siria e della Mesopotamia, che causerà dai settecentomila al milione e mezzo di morti.
Dalla I guerra mondiale scaturisce anche la rivoluzione russa, che produce una nuova ondata di violenza, che per la prima volta nella storia è determinata da cause ideologiche. Il partito avanguardista di Lenin istaura infatti un regime di Terrore simile a quello giacobino, per liberarsi e delle classi dirigenti legate al passato zarista e degli esponenti dei partiti che hanno partecipato alla rivoluzione ma che non condividono tutte le scelte dei bolscevichi.
Ed è una conseguenza di questa politica l'inaugurazione in URSS dei campi di concentramento. I gulag nascono ufficialmente sotto il regime di Stalin nel 1929, quando la polizia politica viene incaricata di creare dei campi di rieducazione attraverso il lavoro, per sostenere lo sforzo rivoluzionario finalizzato alla trasformazione delle coscienze e della società. I gulag saranno usati come strumenti di rieducazione delle masse che si oppongono alla trasformazione imposta al vivere sociale dai vertici del partito, e lì verranno spediti i kulaki, i cosiddetti contadini ricchi che si oppongono alla collettivizzazione forzata dell'agricoltura.

Contro i contadini, che rappresenteranno a lungo la forza sociale più resistente alla penetrazione dell'ideologia comunista, Stalin scatenerà in diverse altre occasioni la sua politica del terrore. Nel 1932-1933 la lotta contro i contadini ucraini, colpevoli anche di possedere una forte identità nazionale, causerà un genocidio che colpì milioni di persone. In questo caso non si trattò di una violenza inflitta con brutalità ma distillata con crudele perversità, attraverso una serie di misure di natura economica e legale che causarono una spaventosa carestia nell'Ucraina, a cui non si volle porre alcun rimedio. Uno sterminio per fame, che solo un sistema economico moderno e un apparato repressivo capillare poté compiere su scala tanto vasta.
I totalitarismi d'altronde, come ha sottolineato a più riprese la Arendt, si fondano sulla violenza e della violenza hanno bisogno come loro energia combustibile, senza l'uso della quale rischierebbero di bloccarsi. E dopo il totalitarismo staliniano, quello fascista non volle essere da meno. Non si sta qui trattando delle violenze contro i nemici interni, per la conquista illegale del potere e il suo mantenimento, che per certi versi non costituiscono una vera novità nel corso della storia.

Mentre nuovo e agghiacciante fu l'atteggiamento coloniale assunto nel 1936 dagli italiani durante la guerra d'Etiopia. Nuovo per la barbarie dei metodi di combattimento e per la gratuità della punizioni inflitte ai nemici. L'uso di gas tossici, ormai comprovato dalla storiografia ma a lungo negato dai protagonisti, che creò una ondata di sdegno nella comunità internazionale e produsse le sanzione della Società della Nazioni. E i metodi criminali del generale Graziani, che fece sterminare migliaia di persone innocenti per domare le rivolte in atto e non esitò un istante a dare ordine di eseguire una arbitraria rappresaglia per punire un attentato contro la sua persona.

Il senso di superiorità e il culto dell'obbedienza, nonché la glorificazione di un presupposto spirito guerriero furono probabilmente alla base delle violenze che un altro stato fascista, l'impero giapponese, compì durante l'occupazione della Cina. La conquista nel 1939 della capitale Najing fu seguita da una ondata inusitata di stupri, percosse e torture contro un nemico che ormai si è arreso e che non manifesta propositi di ribellione.
In Europa intanto un conflitto sta anticipando le divisioni e gli schieramenti che si determineranno durante la II guerra mondiale, e indica anche il percorso di violenza che sarà seguito nel futuro conflitto. Si tratta della guerra civile spagnola del 1936 dove le truppe del generale franco si contrappongo alle forze repubblicane.

Conflitto modernissimo ma anche antico al tempo stesso, come dimostra l'indagine sulle barbarie compiute durante il conflitto. Una violenza antica, arcaica, tra nemici secolari, la Chiesa e i proprietari terrieri da un lato, i contadini anarchici dall'alto, si scatena durante la prima fase della guerra, con aggressioni a cittadini inerti motivate solo da antichi rancori. E invece altre stragi determinate sempre più dal carattere ideologico del conflitto, quando intervengono da una parte tedeschi e italiani a sostegno di Franco e brigate della libertà e funzionari e armi sovietiche in difesa della repubblica.

Tra gli episodi, tristemente indimenticabile rimane la strage di Badjoz nel 1936 quando i nazionali sterminano a colpi di mitragliatrice duemila repubblicani che hanno difeso la città. E, simbolicamente iscritta nella memoria collettiva grazie alla maestria di Picasso, è la strage di Guernica, cittadina rasa al suolo dall'attacco aereo dei tedeschi.

Aerei, anch'essi nuovi e immancabili protagonisti della II guerra mondiale.
Appositamente utilizzati per portare scompiglio e distruzione tra la popolazione civile, creando smarrimento e indebolendo le strutture politiche degli stati impegnati nel conflitto. Una pratica che prende l'avvio sempre per merito dei nazisti, nel 1940 a Coventry, che viene talmente devastata da trasformarsi in una allocuzione che sta ad indicare la distruzione totale della città:coventrizzare, cioè ridurre in macerie tramite attacco aereo.
Sotto questo profilo, fatte salve sempre le differenze etiche e ideologiche della partecipazione alla guerra, non è facile fare molte differenze tre l'asse fascista e le potenze alleate. I bombardamenti aerei furono utilizzati in modo piuttosto indiscriminato anche dagli alleati, in special modo in Europa, verso la fine del conflitto, come dimostra il tragico epilogo della città di Dresda, che non poteva essere considerato in alcun modo un obiettivo militare di qualche importanza e che causò la morte di 140000 abitanti.
Anche nel Pacifico il bombardamento delle città si ebbe verso la fine della guerra, con il pesantissimo attacco portato nel marzo del 1945 su Tokio, che causò la morte di 200000 persone. Dall'aria giunse anche l'ordigno che avrebbe causato uno stravolgimento della storia degli armamenti e del potenziale distruttivo umano: la bomba atomica. Sganciate ad agosto su Hiroshima e Nagasaki le bombe provocarono 140000 e 750000 morti, oltre alle conseguenze sulle popolazione che si protrassero per decenni. Inoltre la disponibilità della bomba diventerà in seguito una forma di violenza potenziale rivolta contro ogni stato del mondo, in quanto il potenziale distruttivo delle due superpotenze era in grado di annientare per sempre la vita sulla terra.

Tra i massacri della II guerra mondiale è necessario quanto difficile citare l'Olocausto, una tragedia senza paragoni nella storia umana per l'intensità, la crudeltà e la gratuità con cui si è cercato di compiere la sterminio di un intero popolo. Una pianificazione della violenza in tutte le sue forme che ha portato all'uccisione di cinque milioni e mezzo di ebrei europei la cui unica colpa era di appartenere ad una etnia oggetto di discriminazioni razziali.
Terminata la guerra, la violenza non ebbe però termine. Gli strascichi del conflitto furono incalcolabili, soprattutto a causa dell'emergere di due distinti fenomeni: da una parte l'avvio dei processi di decolonizzazione in Asia e Africa, che le declinanti potenze europee cercarono di argine con ogni mezzo, e l'inizio di una nuova conflittualità tra paesi sottoposti al controllo comunista e paesi sotto la sfera d'influenza americana.
Per quanto riguarda l'URSS, oltre alla continuazione del regime di terrore staliniano,vi furono le violenze connesse con la trasformazione in paesi satelliti delle nazioni dell'Europa dell'Est, dove si assistette alla sistematica eliminazione degli avversari politici dei partiti comunisti locali, ma anche a violenti quanto nascosti scontri all'interno degli stessi partiti. Primo esempio di un conflitto di natura ideologica combattuto dalle due superpotenze tramite interposte nazioni, fu la guerra tra la Corea del Nord a regime comunista e la Corea del Sud, appoggiata dagli Stati Uniti.

Un conflitto durato dal 1948 al 1953 che si concluse con un nulla di fatto e il mantenimento delle divisioni territoriali precedenti, ma che causò la morte di oltre tre milioni di persone, in larga parte civili. Nell'ambito dei processi di decolonizzazione, un ruolo centrale, per quanto concerne l'argomento qui trattato, lo assume la battaglia per l'indipendenza dell'Algeria.

I metodi di tortura usati dai francesi e a lungo negati e mantenuti nascosti, suscitano scalpore perché messi in atto da uno stato democratico e compiuti a pochi anni di distanza dalla fine del conflitto, quasi ad indicare l'insignificanza della memoria storica.
E solo per citare qualche altro esempio, tra i numerosi possibili, bisogna anche ricordare le brutalità commesse dagli inglesi verso alcune delle colonie in fase di dismissione, transizione che spesso è citata come termine di paragone positivo rispetto a quello francese. E tuttavia le stragi compiute in Kenya contro la tribù kykuyu, accusata di sostenere in massa la ribellione dei Mau Mau, dimostrano come il colonialismo avesse intimamente interiorizzato le pratiche di violenza.
Talvolta però il processo di decolonizzazione, anche una volta raggiunto il proprio obiettivo, lasciava spazio al dilagare di nuove violenze. Fu questo ad esempio il caso cinese, dove nel corso degli anni cinquanta e sessanta si ebbero il maggior numero di vittime. Ai morti della guerra civile e alle purghe imposte da neonato regime, nonché alle vittime dell'occupazione tibetana, seguono quelle determinate dalle scelte politiche ed economiche di Mao.
La politica del Grande Balzo in avanti che doveva portare una crescita della produttività nelle campagne, si trasformò presto in una tragedia di proporzioni incommensurabili. La concentrazione di realtà agricole e industriali nelle Comuni, in cui furono trasferite 120 milioni di famiglie contadine non portò ai risultati sperati, ma fu ugualmente perseguita per diversi anni provocando carestie i cui mortali effetti furono esasperati dal super lavoro a cui erano obbligati gli uomini.

Superata dopo quasi un decennio la crisi connessa alla creazione delle Comuni, la Cina maoista si trova ad affrontare il dramma della Rivoluzione Culturale, fomentata da Mao contro i presunti vecchi apparati di partito e i quadri intermedi della società. Migliaia di giovani, organizzati nelle Guardie Rosse danno l'assalto ai detentori del potere, dai dirigenti politici, ai medici, ai professori, ai funzionari statali .

Si tratta di una caccia all'uomo condotta senza alcuna forma di tutela giudiziaria e fomentata dal partito per mantenere il paese in uno stato di latente anarchia, che deve essere sempre tenuto sotto controllo con il ricorso alla forza. Ed è in questa ottica che, dopo aver spedito milioni di quadri di partito nei campi per riabilitarsi e ricevere il necessario indottrinamento ideologico, Mao decide in seguito di punire con gli stessi metodi le Guardie Rosse di cui si era servito per la sua rivoluzione.
Restando nell' area asiatica e all'interno dei fenomeni connessi alla decolonizzazione si deve necessariamente citare la guerra del Vietnam che conobbe una crescendo di violenza a partire dal 1968, quando la presenza dei soldati americani divenne sempre più consistente. Migliaia di pagine e decine di libri sono stati scritti sulle violenze compiute dagli americani, sull'uso del napal per disboscare la giungla e non pare questa l'occasione per approfondire il discorso. Tuttavia se si deve indicare un simbolo di questa guerra, si può citare il massacro di My Lai, del marzo 1968, quando gli americani uccisero a sangue freddo un intero villaggio composto da 500 persone, per la maggior parte donne e bambini.
Il continente asiatico fu ancora protagonista, durante la metà degli anni settanta, di una delle più assurde tragedie di questi ultimi decenni: la prese del potere dei Khmer Rossi in Cambogia. Sulla base di un ideologia che prevedeva il ritorno alla civiltà di villaggio, Pol Pot e i suoi uomini instaurarono un regime di terrore arbitrario in tutto il paese, che si configurò come una forma di genocidio compiuta contro il proprio popolo.

Negli anni settanta è comunque un intero continente, l'America Latina, ad andare incontro ad una crescita esponenziale dei fenomeni di violenza, con una serie di colpi di stato che si compiono instaurando al potere regimi dittatoriali e sanguinari. Un fenomeno che interessò il Perù, la Bolivia, il Brasile, l'Argentina, l'Ecuador, il Guatemala, l'Uruguay e il Cile.
Tra questi si possono scegliere come emblematici i casi di Cile e Argentina. Il primo perché la deposizione di Allende nel 1973 mette fine ad una democrazia di lungo corso in America Latina e impone al potere Pinochet, un dittatore che, con i metodi sanguinari della polizia segreta, rimarrà al potere per più di un ventennio e con il beneplacito di parti importanti della comunità internazionale.
Il caso argentino invece, con la presa violenta del potere di una dittatura militare, è caratterizzato dal fenomeno nuovo dei desaparecidos: migliaia di persone sparite, i cui corpi sono occultati e di cui si nega persino l'esistenza.
Dopo l'inutile guerra tra Iraq e Iran degli anni '80, gli anni '90 sono caratterizzati in Africa dalla ripresa della lotta fratricida tra Hutu e Tutsi. La guerra civile che prende il via nel 1994 vede gli Hutu impegnati in uno stermino sistematico della popolazione Tutsi, azione di pulizia etnica compiuta con una violenza senza limiti e senza rispetto per qualsivoglia legge etica o scrupolo morale.

La triste carrellata di episodi di violenza si può concludere con gli episodi di pulizia etnica compiuti in Jugoslavia negli anni novanta, a seguito della dissoluzione dell'unita statale. La vittima di questa recrudescenza di violenza in Europa, dopo anni di relativa pace, è la popolazione bosniaca, che viene attaccata dai serbi per ragioni etnico religiose. E il massacro di Srebrenica, con i serbi che prendono in ostaggio i caschi blu dell'Onu e fanno strage di una popolazione disarmata, chiude in penosa tristezza un secolo ormai alla fine.

 

 

CEIFAN
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