Milioni e milioni di civili uccisi dagli orrori del '900

Premessa: tratto da qui
La violenza costituisce un aspetto caratterizzante della storia del Novecento. Mai come nel XX secolo l'umanità aveva conosciuto l'esplodere di una forza tanto devastante, sia sul piano quantitativo che qualitativo. Il numero dei morti e dei feriti in guerre, guerriglie, terrorismi, pulizie etniche e ideologiche supera esponenzialmente qualsiasi dato precedente, in virtù della globalizzazione dei conflitti e dell'accresciuta disponibilità tecnologica.
Non
solo numeri però, ma anche modi di messa in atto della violenza rappresentano un
unicum nella storia: torture sempre più gratuite e sadiche, tecniche di
uccisione prive di ogni rispetto per la dignità umana, forme di persecuzione
contro donne e bambini, prigioni per la rieducazione delle menti.
Tracciare una breve sintesi della storia della violenza del secolo scorso è,
proprio in virtù del dilagare del fenomeno, un problema davvero complesso. A
questo si aggiunge il timore e la necessità di trascurare alcuni avvenimenti,
scelta che sembra quasi costituire una ingiustizia contro le vittime della
persecuzione. Perché tralasciare chi, al pari di altri, ha orrendamente e
ingiustamente sofferto? Non è anche questo un crimine contro la memoria di chi
ha patito, un approfondire un ingiustizia già compiuta?
In parte è così, ma bisogna portare avanti delle scelte. Altrimenti si dovrebbe
rinunciare a scrivere e raccontare, perché l'elenco della violenza è purtroppo
infinito, continuamente suscettibile di aggiornamenti, anche se il secolo di cui
si parla è ormai al tramonto. Allora sorge un'altra domanda: perché scrivere?
Non si tratta forse di un gesto altrettanto privo di rispetto e di umanità per
chi ha sofferto, un rendere numeri e cose il dolore delle persone, farne oggetti
di studio, renderli impersonali? Questo è un rischio assolutamente reale.
I numeri, più diventano grandi e ricorrenti, meno significano per ciascuno di
noi. 1, 100, 1000, 10000, 1000000, 10000000, 100000000, solo zeri che si
aggiungono, che confondono gli occhi, che perdono i contorni di visi e esistenze
per diventare statistiche equivalenti e per questo insignificanti. Allora, come
parlarne e perché? Risposte che possono provenire da altri testi, da altri
studiosi, ma che prima di tutto devono trovare una motivazione interiore, una
giustificazione che consenta di proseguire.
E allora le parole chiave diventano
responsabilità e memoria. Responsabilità in quanto farsi carico delle scelte,
delle inclusioni e delle esclusioni e dell'arbitrio che esse comportano.
Memoria, come invito personale e sociale a ricordare e a commemorare, nella
speranza di dare un senso a morti insensate, permettere che ciò che è stato
ingiustamente distrutto si faccia baluardo contro ulteriori, insensate,
distruzioni.
Detto ciò, occorre dunque iniziare. E subito inizia la marcia a ritroso, il
passo del gambero, che invece che far avanzare spinge a ritroso le lancette del
tempo. La prima guerra mondiale. Questa è la data che si pensava di adottare per
parlare della violenza nel novecento. Per numeri, quantità e conseguenze
l'evento per eccellenza del XX secolo, da un punto di vista della violenza. Il
genitore di quanto avverrà in seguito, padre della seconda guerra mondiale, zio
del fascismo, parente delle violenze del post - colonialismo.
Invece, scavando, si trovano subito, sotto il primo strato di terra, i
progenitori della Grande Guerra, le prime avvisaglie della violenza che si sta
per scatenare. Non in Europa, non negli Usa, ma nelle lotte per la conquista
coloniale e per la rivendicazione della propria indipendenza.
Il primo nome crea un certo imbarazzo a essere pronunciato e inserito in questa
lista, non fosse altro perché si tratta di un popolo che molto onore si è
guadagnato nel corso della II guerra mondiale e a cui, almeno in parte, si deve
la nostra attuale libertà. Eppure a inizio novecento sono gli inglesi che, nel
corso della loro frenetica spinta alla conquista coloniale dell'Africa,
inaugurano un modo di combattere che segnerà, in modo inequivocabile e negativo,
la storia del novecento.
Nel corso della guerra anglo-boera, per reagire alle tattiche di guerriglia utilizzate dai loro avversari, gli inglesi decidono di adottare la tecnica dell'internamento dei civili. Separare la popolazione dai guerriglieri, costringendola all'interno di nuovi villaggi recintati per l'occasione, per tagliare le vie di rifornimento, impedendo il diffondersi della ribellione anche sul piano della comunicazione. Una misura precauzionale, pensata senza intenzioni cruente, ma che contiene al suo interno inquietanti aspetti di novità che saranno ripresi, con ben altra intensità, in altre situazioni belliche.
La prima riguarda il coinvolgimento diretto di civili in un
conflitto a cui non avevano preso parte e per il quale non era provata la loro
responsabilità: fine della distinzione tra soldato e civile, fine delle garanzie
individuali. In secondo luogo, le conseguenze di questo trasferimento, che mal
organizzato e gestito, perché impossibile da gestire altrimenti, costringe gli
internati a vivere in condizioni igieniche e sanitarie precarie, portandoli
rapidamente ad una situazione di malnutrizione e debolezza che favorisce lo
sviluppo di malattie e provoca la morte di molti di essi.
Potenza coloniale in essere e potenza coloniale in divenire non si distinguono
gran che sul piano della violenza, anzi l'ultima venuta sembra disposta ad
utilizzare mezzi ancora più drastici e crudeli per assicurarsi l'agognato posto
al sole nei domini coloniali. E' questo il caso della Germania, che esibisce i
propri muscoli contro gli Herero, gli abitanti dell'attuale Namibia. A partire
dal 1904 i tedeschi decidono di espellere gli abitanti dai loro stessi territori
e non fanno sconti a nessuno, donne e bambini compresi. Una intera nazione viene
costretta a trasferirsi al di fuori del proprio territorio d'origine, e come se
ciò non fosse sufficiente, gli uomini catturati in battaglia vengono uccisi, in
base alla politica di non fare prigionieri.
Sempre i tedeschi applicarono metodi sconcertanti anche per domare la rivolta
che, nel 1905 coinvolse i territori in loro possesso nell'Africa Sud orientale.
Dopo aver resistito, grazie alla superiorità assicurata dalle mitragliatrici,
all'assalto delle tribù Kibata, Munga e Pogoro, che si erano rifiutate di
svolgere mansioni servili e di raccogliere il cotone nei campi di lavoro, i
tedeschi iniziano nel 1906 la riconquista dei territori perduti.
Rafforzati
dagli arrivi giunti dalla Germania, danno l'avvio ad una operazione di
distruzione sistematica dei villaggi, di avvelenamento delle acque, di sterminio
delle tribù ribelli, sempre adottando il metodo dell'uccisione dei nemici
catturati. Al termine della riconquista, il numero dei ribelli uccisi si aggira
intorno alle settantacinquemila unità.
Ma non occorre essere grandi potenze coloniali per mettere in atto pratiche
spietate. Lo dimostra, sempre nella sfortunata terra africana, il re del Belgio
Leopoldo II che si guadagna una fama imperitura per la violenza perpetuata nella
sua personale colonia del Congo belga.
Pur presentandosi come spirito missionario, Leopoldo II non si fa alcun problema
a sterminare gli abitanti della colonia, interessato unicamente a far crescere
esponenzialmente la produzione e lo sfruttamento degli alberi da gomma. Le
violenze inflitte dal re del Belgio colpiscono forse più delle altre per la loro
quasi totale gratuità: mentre per inglesi e tedeschi- pur senza alcuna
giustificazione dei loro crimini- si trattava di difendere qualcosa che veniva
percepito, erroneamente, come una proprietà dello stato, qui l'unica ragione del
comportamento del re è il profitto.
All'altare del dio denaro si sacrificano
vite di uomini privati della loro dignità, costretti a lavorare come schiavi,
uccisi perché non abbastanza produttivi, affossati dalla stanchezza e dalla
mancanza di cibo ma anche ammazzati per futili motivi. Una strage che porta, nel
volgere dei primi anni del novecento, ad un dimezzamento della popolazione
congolese, con stime che parlano di dieci milioni di uomini uccisi.
Perché l'Africa? Perché proprio nell'esperienza coloniale nasce questa volontà
di violenza, questo disprezzo per l'umano? Tra le cause, si può forse azzardare
la percezione dell'avversario come qualcosa di radicalmente diverso da sé, una
diversità in qualche modo non riconducibile alla propria natura.
E stabilita
questa essenziale differenza, tutto diviene possibile, perché nella sofferenza
altrui non si vede più rispecchiata la propria, e non si sente neppure il
pericolo di trasformarsi da carnefici in vittime della tortura. O forse,
quest'ondata di violenza è favorita dalla debolezza strutturale dei regni dei
colonizzati, dallo loro limitata coesione sociale, che favorisce la sensazione
di onnipotenza connessa al poter agire senza aver nulla da temere dai propri
nemici.
O forse, forse ci sono cause meno indagabili, qualcosa che circola nell'aria, si
respira nella cultura, è evocata dai politici e attrae gli intellettuali del
periodo. Perché dopo l'Africa la violenza impegna pochi anni, meno di quindici,
per sbarcare nella colta Europa.
Cinquant'anni di pace svaniscono come neve al
sole della primavera nel 1914, quando inizia il conflitto. Sintesi di ogni forma
di violenza, morte di massa organizzata, internamento dei civili, demonizzazione
del nemico, campi di prigionia, anticipazioni di pregiudizi e stereotipi
razziali, culla dei totalitarismi, la violenza della prima guerra mondiale può
essere qui solo accennata, per trovare altrove una sua specifica descrizione.
Ciò che invece va rammentato, è quanto sta a fianco di questa guerra, le stragi
correlate ma non necessitate, nonostante ciò che sostengano i responsabili di
tali eccidi.
Il genocidio armeno si compie durante la prima guerra mondiale, è favorito dalla
situazione creata dal conflitto ma non è in alcun modo un atto di difesa o una
misura precauzionale plausibile e storicamente difendibile presa dal governo
turco. Gli armeni era già in rivolta contro l'Impero ottomano dalla fine del
secolo e, ciò è vero, ricercavano forme diverse di indipendenza, dalle intese
per la concessione di maggiori autonomie alla lotta armata per la sovranità
nazionale. E se pure è vero che l'attacco ai Dardanelli da parte degli
anglo-francesi e la possibile avanzata dell'armata russa in Anatolia creano uno
stato di allarme e di panico per le possibili alleanze tra armeni russi e
ottomani, nulla giustifica le persecuzioni di cui fu vittima tale minoranza
etnica.
Prima l'elite economica e intellettuale viene uccisa senza processi e ragioni a
Istanbul e in altre città e poi nell'aprile del 1915 si inizia il trasferimento
di massa degli armeni lontano dalla loro terra d'origine. Una marcia forzata
attraverso lande desolate e assolate, privati di cibo e acque, per raggiungere i
deserti della Siria e della Mesopotamia, che causerà dai settecentomila al
milione e mezzo di morti.
Dalla I guerra mondiale scaturisce anche la rivoluzione russa, che produce una
nuova ondata di violenza, che per la prima volta nella storia è determinata da
cause ideologiche. Il partito avanguardista di Lenin istaura infatti un regime
di Terrore simile a quello giacobino, per liberarsi e delle classi dirigenti
legate al passato zarista e degli esponenti dei partiti che hanno partecipato
alla rivoluzione ma che non condividono tutte le scelte dei bolscevichi.
Ed è una conseguenza di questa politica l'inaugurazione in URSS dei campi di
concentramento. I gulag nascono ufficialmente sotto il regime di Stalin nel
1929, quando la polizia politica viene incaricata di creare dei campi di
rieducazione attraverso il lavoro, per sostenere lo sforzo rivoluzionario
finalizzato alla trasformazione delle coscienze e della società. I gulag saranno
usati come strumenti di rieducazione delle masse che si oppongono alla
trasformazione imposta al vivere sociale dai vertici del partito, e lì verranno
spediti i kulaki, i cosiddetti contadini ricchi che si oppongono alla
collettivizzazione forzata dell'agricoltura.
Contro i contadini, che rappresenteranno a lungo la forza sociale più resistente
alla penetrazione dell'ideologia comunista, Stalin scatenerà in diverse altre
occasioni la sua politica del terrore. Nel 1932-1933 la lotta contro i contadini
ucraini, colpevoli anche di possedere una forte identità nazionale, causerà un
genocidio che colpì milioni di persone. In questo caso non si trattò di una
violenza inflitta con brutalità ma distillata con crudele perversità, attraverso
una serie di misure di natura economica e legale che causarono una spaventosa
carestia nell'Ucraina, a cui non si volle porre alcun rimedio. Uno sterminio per
fame, che solo un sistema economico moderno e un apparato repressivo capillare
poté compiere su scala tanto vasta.
I totalitarismi d'altronde, come ha sottolineato a più riprese la Arendt, si
fondano sulla violenza e della violenza hanno bisogno come loro energia
combustibile, senza l'uso della quale rischierebbero di bloccarsi. E dopo il
totalitarismo staliniano, quello fascista non volle essere da meno. Non si sta
qui trattando delle violenze contro i nemici interni, per la conquista illegale
del potere e il suo mantenimento, che per certi versi non costituiscono una vera
novità nel corso della storia.
Mentre nuovo e agghiacciante fu l'atteggiamento
coloniale assunto nel 1936 dagli italiani durante la guerra d'Etiopia. Nuovo per
la barbarie dei metodi di combattimento e per la gratuità della punizioni
inflitte ai nemici. L'uso di gas tossici, ormai comprovato dalla storiografia ma
a lungo negato dai protagonisti, che creò una ondata di sdegno nella comunità
internazionale e produsse le sanzione della Società della Nazioni. E i metodi
criminali del generale Graziani, che fece sterminare migliaia di persone
innocenti per domare le rivolte in atto e non esitò un istante a dare ordine di
eseguire una arbitraria rappresaglia per punire un attentato contro la sua
persona.
Il senso di superiorità e il culto dell'obbedienza, nonché la glorificazione di
un presupposto spirito guerriero furono probabilmente alla base delle violenze
che un altro stato fascista, l'impero giapponese, compì durante l'occupazione
della Cina. La conquista nel 1939 della capitale Najing fu seguita da una ondata
inusitata di stupri, percosse e torture contro un nemico che ormai si è arreso e
che non manifesta propositi di ribellione.
In Europa intanto un conflitto sta anticipando le divisioni e gli schieramenti
che si determineranno durante la II guerra mondiale, e indica anche il percorso
di violenza che sarà seguito nel futuro conflitto. Si tratta della guerra civile
spagnola del 1936 dove le truppe del generale franco si contrappongo alle forze
repubblicane.
Conflitto modernissimo ma anche antico al tempo stesso, come dimostra l'indagine sulle barbarie compiute durante il conflitto. Una violenza antica, arcaica, tra nemici secolari, la Chiesa e i proprietari terrieri da un lato, i contadini anarchici dall'alto, si scatena durante la prima fase della guerra, con aggressioni a cittadini inerti motivate solo da antichi rancori. E invece altre stragi determinate sempre più dal carattere ideologico del conflitto, quando intervengono da una parte tedeschi e italiani a sostegno di Franco e brigate della libertà e funzionari e armi sovietiche in difesa della repubblica.
Tra gli episodi, tristemente indimenticabile rimane la strage di Badjoz nel 1936 quando i nazionali sterminano a colpi di mitragliatrice duemila
repubblicani che hanno difeso la città. E, simbolicamente iscritta nella memoria
collettiva grazie alla maestria di Picasso, è la strage di Guernica, cittadina
rasa al suolo dall'attacco aereo dei tedeschi.
Aerei, anch'essi nuovi e immancabili protagonisti della II guerra mondiale.
Appositamente utilizzati per portare scompiglio e distruzione tra la popolazione
civile, creando smarrimento e indebolendo le strutture politiche degli stati
impegnati nel conflitto. Una pratica che prende l'avvio sempre per merito dei
nazisti, nel 1940 a Coventry, che viene talmente devastata da trasformarsi in
una allocuzione che sta ad indicare la distruzione totale della
città:coventrizzare, cioè ridurre in macerie tramite attacco aereo.
Sotto questo profilo, fatte salve sempre le differenze etiche e ideologiche
della partecipazione alla guerra, non è facile fare molte differenze tre l'asse
fascista e le potenze alleate. I bombardamenti aerei furono utilizzati in modo
piuttosto indiscriminato anche dagli alleati, in special modo in Europa, verso
la fine del conflitto, come dimostra il tragico epilogo della città di Dresda,
che non poteva essere considerato in alcun modo un obiettivo militare di qualche
importanza e che causò la morte di 140000 abitanti.
Anche nel Pacifico il bombardamento delle città si ebbe verso la fine della
guerra, con il pesantissimo attacco portato nel marzo del 1945 su Tokio, che
causò la morte di 200000 persone. Dall'aria giunse anche l'ordigno che avrebbe
causato uno stravolgimento della storia degli armamenti e del potenziale
distruttivo umano: la bomba atomica. Sganciate ad agosto su Hiroshima e Nagasaki
le bombe provocarono 140000 e 750000 morti, oltre alle conseguenze sulle
popolazione che si protrassero per decenni. Inoltre la disponibilità della bomba
diventerà in seguito una forma di violenza potenziale rivolta contro ogni stato
del mondo, in quanto il potenziale distruttivo delle due superpotenze era in
grado di annientare per sempre la vita sulla terra.
Tra i massacri della II guerra mondiale è necessario quanto difficile citare
l'Olocausto, una tragedia senza paragoni nella storia umana per l'intensità, la
crudeltà e la gratuità con cui si è cercato di compiere la sterminio di un
intero popolo. Una pianificazione della violenza in tutte le sue forme che ha
portato all'uccisione di cinque milioni e mezzo di ebrei europei la cui unica
colpa era di appartenere ad una etnia oggetto di discriminazioni razziali.
Terminata la guerra, la violenza non ebbe però termine. Gli strascichi del
conflitto furono incalcolabili, soprattutto a causa dell'emergere di due
distinti fenomeni: da una parte l'avvio dei processi di decolonizzazione in Asia
e Africa, che le declinanti potenze europee cercarono di argine con ogni mezzo,
e l'inizio di una nuova conflittualità tra paesi sottoposti al controllo
comunista e paesi sotto la sfera d'influenza americana.
Per quanto riguarda l'URSS, oltre alla continuazione del regime di terrore
staliniano,vi furono le violenze connesse con la trasformazione in paesi
satelliti delle nazioni dell'Europa dell'Est, dove si assistette alla
sistematica eliminazione degli avversari politici dei partiti comunisti locali,
ma anche a violenti quanto nascosti scontri all'interno degli stessi partiti.
Primo esempio di un conflitto di natura ideologica combattuto dalle due
superpotenze tramite interposte nazioni, fu la guerra tra la Corea del Nord a
regime comunista e la Corea del Sud, appoggiata dagli Stati Uniti.
Un conflitto
durato dal 1948 al 1953 che si concluse con un nulla di fatto e il mantenimento
delle divisioni territoriali precedenti, ma che causò la morte di oltre tre
milioni di persone, in larga parte civili. Nell'ambito dei processi di
decolonizzazione, un ruolo centrale, per quanto concerne l'argomento qui
trattato, lo assume la battaglia per l'indipendenza dell'Algeria.
I metodi di tortura usati dai francesi e a lungo negati e mantenuti nascosti,
suscitano scalpore perché messi in atto da uno stato democratico e compiuti a
pochi anni di distanza dalla fine del conflitto, quasi ad indicare
l'insignificanza della memoria storica.
E solo per citare qualche altro esempio, tra i numerosi possibili, bisogna anche
ricordare le brutalità commesse dagli inglesi verso alcune delle colonie in fase
di dismissione, transizione che spesso è citata come termine di paragone
positivo rispetto a quello francese. E tuttavia le stragi compiute in Kenya
contro la tribù kykuyu, accusata di sostenere in massa la ribellione dei Mau Mau,
dimostrano come il colonialismo avesse intimamente interiorizzato le pratiche di
violenza.
Talvolta però il processo di decolonizzazione, anche una volta raggiunto il
proprio obiettivo, lasciava spazio al dilagare di nuove violenze. Fu questo ad
esempio il caso cinese, dove nel corso degli anni cinquanta e sessanta si ebbero
il maggior numero di vittime. Ai morti della guerra civile e alle purghe imposte
da neonato regime, nonché alle vittime dell'occupazione tibetana, seguono quelle
determinate dalle scelte politiche ed economiche di Mao.
La politica del Grande Balzo in avanti che doveva portare una crescita della
produttività nelle campagne, si trasformò presto in una tragedia di proporzioni
incommensurabili. La concentrazione di realtà agricole e industriali nelle
Comuni, in cui furono trasferite 120 milioni di famiglie contadine non portò ai
risultati sperati, ma fu ugualmente perseguita per diversi anni provocando
carestie i cui mortali effetti furono esasperati dal super lavoro a cui erano
obbligati gli uomini.
Superata dopo quasi un decennio la crisi connessa alla creazione delle Comuni,
la Cina maoista si trova ad affrontare il dramma della Rivoluzione Culturale,
fomentata da Mao contro i presunti vecchi apparati di partito e i quadri
intermedi della società. Migliaia di giovani, organizzati nelle Guardie Rosse
danno l'assalto ai detentori del potere, dai dirigenti politici, ai medici, ai
professori, ai funzionari statali .
Si tratta di una caccia all'uomo condotta
senza alcuna forma di tutela giudiziaria e fomentata dal partito per mantenere
il paese in uno stato di latente anarchia, che deve essere sempre tenuto sotto
controllo con il ricorso alla forza. Ed è in questa ottica che, dopo aver
spedito milioni di quadri di partito nei campi per riabilitarsi e ricevere il
necessario indottrinamento ideologico, Mao decide in seguito di punire con gli
stessi metodi le Guardie Rosse di cui si era servito per la sua rivoluzione.
Restando nell' area asiatica e all'interno dei fenomeni connessi alla
decolonizzazione si deve necessariamente citare la guerra del Vietnam che
conobbe una crescendo di violenza a partire dal 1968, quando la presenza dei
soldati americani divenne sempre più consistente. Migliaia di pagine e decine di
libri sono stati scritti sulle violenze compiute dagli americani, sull'uso del
napal per disboscare la giungla e non pare questa l'occasione per approfondire
il discorso. Tuttavia se si deve indicare un simbolo di questa guerra, si può
citare il massacro di My Lai, del marzo 1968, quando gli americani uccisero a
sangue freddo un intero villaggio composto da 500 persone, per la maggior parte
donne e bambini.
Il continente asiatico fu ancora protagonista, durante la metà degli anni
settanta, di una delle più assurde tragedie di questi ultimi decenni: la prese
del potere dei Khmer Rossi in Cambogia. Sulla base di un ideologia che prevedeva
il ritorno alla civiltà di villaggio, Pol Pot e i suoi uomini instaurarono un
regime di terrore arbitrario in tutto il paese, che si configurò come una forma
di genocidio compiuta contro il proprio popolo.
Negli anni settanta è comunque un intero continente, l'America Latina, ad andare
incontro ad una crescita esponenziale dei fenomeni di violenza, con una serie di
colpi di stato che si compiono instaurando al potere regimi dittatoriali e
sanguinari. Un fenomeno che interessò il Perù, la Bolivia, il Brasile,
l'Argentina, l'Ecuador, il Guatemala, l'Uruguay e il Cile.
Tra questi si possono scegliere come emblematici i casi di Cile e Argentina. Il
primo perché la deposizione di Allende nel 1973 mette fine ad una democrazia di
lungo corso in America Latina e impone al potere Pinochet, un dittatore che, con
i metodi sanguinari della polizia segreta, rimarrà al potere per più di un
ventennio e con il beneplacito di parti importanti della comunità
internazionale.
Il caso argentino invece, con la presa violenta del potere di una dittatura
militare, è caratterizzato dal fenomeno nuovo dei desaparecidos: migliaia di
persone sparite, i cui corpi sono occultati e di cui si nega persino
l'esistenza.
Dopo l'inutile guerra tra Iraq e Iran degli anni '80, gli anni '90 sono
caratterizzati in Africa dalla ripresa della lotta fratricida tra Hutu e Tutsi.
La guerra civile che prende il via nel 1994 vede gli Hutu impegnati in uno
stermino sistematico della popolazione Tutsi, azione di pulizia etnica compiuta
con una violenza senza limiti e senza rispetto per qualsivoglia legge etica o
scrupolo morale.
La triste carrellata di episodi di violenza si può concludere con gli episodi di
pulizia etnica compiuti in Jugoslavia negli anni novanta, a seguito della
dissoluzione dell'unita statale. La vittima di questa recrudescenza di violenza
in Europa, dopo anni di relativa pace, è la popolazione bosniaca, che viene
attaccata dai serbi per ragioni etnico religiose. E il massacro di Srebrenica,
con i serbi che prendono in ostaggio i caschi blu dell'Onu e fanno strage di una
popolazione disarmata, chiude in penosa tristezza un secolo ormai alla fine.
CEIFAN
Centro di Indagine sui Fenomeni Anomali
diretto dal
dott. Pasquariello Domenico