Ecco in breve sono sono il populismo, la demagogia, il qualunquismo e l'antipolitica

 

 

Populismo, demagogia, qualunquismo e antipolitica sono dei virus che si diffondono con una grande facilità tra gli italiani, creando gravi danni per la democrazia e per la nazione, per la gioia di personaggi negativi che ne beneficiano. Vediamo pertanto, molto brevemente cosa sono.


 

La demagogia può essere definita come l’abilità dei politici ad assicurarsi dei vantaggi raggirando il popolo con discorsi ingannevoli e quindi spingendolo ad agire contro i propri interessi. Ecco allora che di volta in volta si alimenta l’odio verso gli immigrati, si aumenta la paura verso uno Stato autoritario, si fanno promesse irrealizzabili, ci si dichiara contro qualcosa di negativo; si tratta di una tecnica molto antica conosciuta sin dai tempi dell’antica Grecia e già allora veniva vista come una degenerazione della democrazia. Riflettendo un attimo risulta però evidente che in un vero sistema democratico la demagogia non potrebbe esistere, sarebbe la stessa organizzazione sociale, con a disposizione un efficiente sistema di formazione e informazione dei cittadini, a renderla inattuabile.

La demagogia si basa dunque sui problemi radice della disinformazione, dell’ignoranza e della frammentazione sociale, non può essere una degenerazione della democrazia e anzi rappresenta una prova lampante che una vera democrazia non si è mai realizzata.


 

Il populismo è un termine con diverse accezioni: a volte viene usato come sinonimo di demagogia, altre volte per identificare quei movimenti politici che, cavalcando l’onda del malcontento popolare verso la classe dominante, tentano di effettuare un ricambio politico a proprio favore usando un linguaggio aggressivo che risulti di facile presa sulla popolazione. Si tratta dell’ennesimo inganno per la popolazione, una popolazione disinformata, ignorante e frammentata da manipolare comunque.

Solitamente il populismo è una forma di attrazione del consenso fondata sulla brutale semplificazione della realtà: il politico che fa del populismo cerca di arrivare alla “gente” con messaggi facili da comprendere, che toccano interessi diffusi, accompagnandoli spesso da un moto di indignazione e scandalo per una qualche ingiustizia che altri competitori politici avrebbero perpetrato ai loro danni. Che gli interessi toccati dai messaggi populisti siano effettivamente quelli “del popolo”, è indifferente: l’importante è che il popolo ci creda.

Il populismo è quindi una banalizzazione della complessità e, dunque, una “presa in giro” bella e buona. In effetti, dal punto di vista della politica è sempre così. Di solito, è più facile fare del populismo quando non si governa: si raccolgono i malumori del popolo, li si interpreta anche a discapito di un’analisi puntuale delle loro ragioni e li si gonfiano, al fine di rappresentare l’insostenibilità della condizione data (nonché l’inadeguatezza dei governanti in carica) e la necessità di cambiare. Se un governante è arrivato al potere col populismo, necessita di una potenza mediatica, economica e politica imponente per mantenere inalterato il proprio consenso durante gli anni del governo, in cui il confronto con la complessità si fa inevitabile e non ogni attesa viene soddisfatta.


 

Il qualunquismo si basa anch’esso sulla sfiducia nelle istituzioni e nei partiti politici, visti come distanti dal popolo, non rappresentativi e quindi d’intralcio alla libertà, ma tende a identificare la suddetta situazione come fisiologica della democrazia, portando a pericolose derive anarchiche. Anche il termine qualunquismo viene usato come sinonimo di demagogia e populismo quando viene attribuito a dei soggetti politici che vogliono scalzare quelli al potere sobillando le folle.


 

L'antipolitica è l'avversione e disprezzo per le forme e le attività della politica, e per i suoi protagonisti singoli (i politici), collettivi (i partiti), e istituzionali (i poteri pubblici). Questa antipolitica nasce dallo sdegno morale per gli scandali e la corruzione che coinvolgono i politici; dalla rabbia e dalla protesta per le promesse non mantenute dalla politica, e per l’ingiustizia con cui la politica calpesta i diritti dei cittadini; dall’idea qualunquistica che non vi sia differenza fra i partiti, che siano tutti uguali;  e che con un po’ d’onestà personale e di buon senso ogni problema verrebbe risolto.

Naturalmente l’antipolitica è una forma di politica, offre un’analisi (generalmente stereotipata) e una conseguente azione che spesso sfrutta le regole tipiche della politica (per esempio la forma partito, le elezioni e la presenza parlamentare…), ma con uno scopo eminentemente "eversivo", ed è spesso sfruttata per demolire l'avversario politico ed ottenere facili consensi presso le persone sensibili ai temi dell'antipolitica. Insomma, anche l'antipolitica viene usata per manipolare la gente a proprio vantaggio, indirizzandola verso il bersaglio che un determinato centro di potere o gruppo politico vuole demolire al fine di ottenere dei vantaggi personali, ad esempio la conquista del potere.


 

E’ importante conoscere bene il significato di tali termini perché molto spesso vengono usati impropriamente, ma efficacemente, contro i propri avversari. Succede che i maestri della demagogia accusino di demagogia i propri antagonisti, che i politici più populisti additino come tali i politici emergenti, che coloro i quali hanno conquistato le proprie poltrone parlamentari ricorrendo massicciamente al qualunquismo ora ne parlino con sdegno rispetto ai nuovi avversari. Non conoscere il vero significato di tali termini significa permettere l’espansione proprio della demagogia, del populismo e del qualunquismo, può significare non riconoscere i portatori di sane riforme sociali.


 

Il disimpegno indignato, populista, rancoroso quanto disinformato, verbalmente violento quanto preda di cliché e stereotipi è estremamente forte in Italia. Anche se presenta dei caratteri di trasversalità che evidentemente hanno a che fare con l’intelligenza e la cultura delle persone, gli indignati prepolitici e antipolitici sono con abbastanza chiarezza concentrati in alcuni settori politici. 

La concentrazione in alcuni gruppi politici è favorita da una banale relazione fra il livello “macro” e quello “micro”. Avere un contenitore (partito o movimento), ricevere parole d’ordine, vedere tali parole d’ordine rimbalzare sui mass media (specie la tv) con continuazione, entrare nel gruppo e sentirsene parte (con senso di protezione, di inclusione, di verità) sono evidentemente tutti elementi che favoriscono l’aggregazione. Di contro, fare aggregare attorno a poche parole d’ordine, mantenere l’indignazione come condizione di coesione, secernere in continuazione malumore, indicare nemici, aggredire verbalmente, sono gli strumenti della leadership necessari per mantenere e manovrare masse considerevoli di individui.


 

Ma questa indignazione pre- o anti- politica, per essere politicamente utilizzabile, deve continuamente rinnovarsi. Il climax antagonistico e battagliero deve costantemente essere mantenuto alto, cosa che – in mancanza di una ideologia netta e chiara – diventa impresa complessa. Ecco allora un lavorìo continuo di iniziative eclatanti, tutte rigorosamente inessenziali rispetto all’agenda dei problemi economici e sociali italiani, tutte destinate al fallimento ma tutte, rigorosamente tutte, lanciate nell’arena politica come questioni essenziali, delitti da vendicare, pietre miliari per la costituzione di un nuovo ordine. Ecco il linguaggio sempre e soltanto iperbolico, con aggettivazioni al vetriolo, con l’annullamento degli avversari; sempre quello, attentamente ripreso da epigoni e seguaci. Ecco l’isolamento pur di restare puri, distinti, fedeli ai cliché. Ecco l’Amato Leader. Ecco il populismo…


 

 

Nota: articolo adattato da qui e qui

 

 

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