I dimenticati tesori romani sommersi

 

 

Immaginate la grandiosità dell'antica Roma, con ricchezze artistiche incredibili, tra cui tesori e statue di ogni genere e bellezza, andate però in larga parte completamente distrutte o disperse nel corso dei secoli. In particolare, molto si dovette ai vari saccheggi di Roma da parte dei barbari, i quali la depredarono di quanto prezioso e bello c'era.  

I barbari caricarono le loro navi dei tesori e delle ricchezze artistiche di Roma, per trasportarle nelle loro terre. Non viene quasi mai ricordato, ma la storia riporta di come alcune di queste navi affondarono, non giungendo mai a destinazione. E non si tratta di navi con carichi di poca importanza, ad esempio affondò la nave che trasportava le bellissime statue di bronzo che erano state depredate a Roma.

Ci sono quindi incredibili tesori sommersi che potrebbero meravigliare il mondo intero se venissero scoperti. Ed è quantomeno incredibile il poco sforzo che si fa per cercare tali navi, nonostante la presenza di indizi.

Ecco brevemente la storia di questi incredibili tesori romani sommersi ancora da scoprire.

 

Quello che segue è tratto da Archeomafie n.2 (2010) - Rivista dell’Osservatorio Internazionale Archeomafie

 

La notte del 24 agosto 410 d.C., dopo quasi otto secoli di inviolabilità e alla fine di un lungo assedio che  aveva sterminato gli abitanti dell’Urbe, morti di fame e malattie, Roma cadde nelle mani di Alarico e dei suoi Visigoti.

 

Le fonti riferiscono che essi saccheggiarono Roma per tre giorni. Dopo averla saccheggiata e dopo avere sposato con la forza la sorella dell’Imperatore Onorio, Galla Placidia, per manifestare a tutti simbolicamente la sua appropriazione dell’Impero Romano d’Occidente, Alarico, carico di bottino e di prigionieri, lasciò Roma, dirigendosi verso sud, come nell’VIII secolo racconta lo storico Paolo Diacono: «Seminando clamore e strage attraverso Campania, Lucania e Bruzio arrivarono a Reggio, desiderosi di attraversare lo stretto braccio di mare e di giungere in Sicilia. Salirono lì sulle navi per salpare. Poi, colpiti da un naufragio, persero parecchi uomini».

 

In questo contesto accadde anche un fatto imprevedibile:

l’improvvisa morte di Alarico, come riportano le testimonianze di Cassiodoro, Jiordanes e Paolo Diacono. Jordanes racconta che i suoi guerrieri deviarono il letto del fiume Basento, non lungi da Cosenza, lo seppellirono con ingenti tesori, secondo le usanze barbariche, e poi riportarono le acque nell’alveo e massacrarono gli schiavi che avevano eseguito i lavori, affinché il luogo del seppellimento restasse segreto. Lo conferma anche Paolo Diacono che riporta: «Alarico mentre fra questi avvenimenti rifletteva su cosa fare, improvvisamente morì presso Cosenza. I Goti lo seppellirono nel letto del fiume Busento, deviandone il corso con il lavoro dei prigionieri.

Una volta rimesso il fiume nel suo corso, uccisero tutti i prigionieri che erano stati utilizzati per scavare la tomba, affinché nessuno ne scoprisse il luogo».

 

Se riteniamo credibile questo racconto, una parte dei tesori saccheggiati a Roma fu probabilmente sepolta con Alarico nel letto del fiume Busento (fig.6), in un luogo non ancora individuato dagli archeologi. Il resto, invece, imbarcato sulle navi che dovevano raggiungere la Sicilia e l’Africa, si perse in mare a causa di un naufragio nei presso dello stretto di messina, come racconta sempre Paolo Diacono.

Certamente non sfuggì al saccheggio da parte di Alarico il colle Palatino con i suoi grandiosi palazzi imperiali,

ricchi di tesori e di opere d’arte.

 

Dopo il saccheggio da parte di Alarico Roma si riprese rapidamente. Già verso il 415 d.C. la città gli edifici distrutti o danneggiati erano stati ricostruiti o restaurati e la città ripopolata, tanto che l’anno successivo Onorio vi poté celebrare un trionfo. L’illusione di una rinascita della città sarebbe stata, tuttavia, ben presto stroncata da un colpo ancor più duro dell’invasione di Alarico.

 

Nel 455 d.C. Genserico approfittò dell’assassinio di Valentiniano III, imperatore d’Occidente, e della salita al trono di Petronio Massimo come pretesto per svincolarsi dal trattato di pace del 422 d.C. e attaccare Roma. Accogliendo le suppliche di Papa Leone I, risparmiò la vita agli abitanti dell’Urbe. In cambio gli si aprirono senza resistenza le porte della città.

 

Il sacco di Roma da parte di Genserico fu ben più radicale di quello di Alarico. Le sue truppe risparmiarono la popolazione e le chiese cristiane, come promesso al papa, ma portarono via ostaggi illustri e tutto l’oro, l’argento e ogni oggetto prezioso che trovarono. 

Le fonti ricordano, inoltre, esplicitamente che Genserico e i suoi Vandali saccheggiarono il Palazzo imperiale e i templi del Palatino, senza lasciarsi dietro «né bronzo né qualunque altra cosa di valore», comprese dunque eventuali statue di bronzo. Possiamo di riflesso supporre che Alarico non avesse saccheggiato questi edifici fino all’osso se, appena cinquanta anni dopo, Genserico vi trovò ancora oro e bronzo. 

Il suo saccheggio fu, al contrario, radicale: arrivò persino a far svellere il tetto del tempio di Giove Capitolino, per prelevare l’oro ed il bronzo che conteneva. 

Tra il bottino portato via da Genserico le fonti citano, inoltre, esplicitamente anche le statue di bronzo, evidentemente anch’esse sopravvissute al sacco di Alarico.

 

Quanto al successivo destino delle statue, lo storico bizantino Procopio di Cesarea ricorda che proprio la nave che trasportava le statue verso Cartagine fece naufragio. Ecco il suo racconto: «Per nessun altro motivo se non nella speranza di ottenere grandi ricchezze, Genserico salpò per l'Italia con una potente flotta.

Arrivato a Roma si insediò nel palazzo reale, senza che nessuno glielo impedisse. Massimo tentò di fuggire, ma i cittadini lo uccisero prendendolo a sassate, poi gli tagliarono la testa e ne fecero il corpo a pezzi, strappandogli le membra. Genserico fece prigioniere Eudossia e le sue due figlie Eudocia e Placidia, che aveva avuto da Valentiniano, e caricata sulla nave una grande quantità d'oro e di altri tesori imperiali, salpò per Cartagine, senza lasciarsi dietro né bronzo né qualunque altra cosa di valore che vi fosse nel palazzo. 

Saccheggiò anche il tempio di Giove Capitolino e portò via metà tetto, che era fatto di bronzo di ottima qualità e rivestito di uno spesso strato d'oro, tanto da apparire veramente stupendo e prezioso.

Però si dice che una delle navi di Genserico, quella che trasportava le statue, sia naufragata, mentre con tutte le altre i Vandali raggiunsero il porto di Cartagine.

Genserico diede in sposa Eudocia a suo figlio maggiore Onorico, l'altra fanciulla, invece, che era già sposata con Oliario, un illustre senatore romano, la mandò a Bisanzio insieme con la madre Eudossia, su richiesta dell'imperatore ».


Adagiato sul fondo del Mediterraneo, in qualche punto fra Roma e Cartagine, probabilmente nel canale di Sicilia, ci deve essere, dunque, il relitto di una nave carica di statue di bronzo provenienti dal Palatino, contenente, cioè, alcune tra le più preziose opere d’arte che si potevano trovare a Roma nel 455 d.C.

 

E probabilmente non è un caso che dallo stesso Canale di Sicilia, chissà se non addirittura dallo stesso mai individuato relitto, provenga il Satiro danzante, la statua di bronzo risalente al 360 a.C. circa.

Un’altra prova della straordinaria ricchezza del tratto di mare da cui proviene il Satiro danzante, che certamente non rappresenta un ritrovamento isolato fu nel 1999, il ritrovamento, ancora una volta da parte del peschereccio “Capitan Ciccio” e sempre tra Mazara del Vallo e la Tunisia, di una grande zampa di elefante in bronzo, del III secolo a.C., alta 60 centimetri, che doveva far parte di una statua alta circa tre metri.

Questi fondali potrebbero essere il contesto di provenienza anche dell’Apollo Sauroctonos, comparso pressoché dal nulla ed acquistato dal Museo d’Arte di Cleveland.

È certo, dunque, che il Satiro danzante non stava da solo su quei fondali: lì da qualche parte giacciono anche non solo i tesori di Cartagine, saccheggiata e distrutta dai Romani al seguito di Scipione l’Africano, tesori che in parte affondarono in mare proprio durante il tragitto che li avrebbe portati a Roma, ma anche quelli di Roma, come le sculture del Palatino portate via da Genserico, re dei Vandali. Nel tragitto verso Cartagine infatti naufragò, secondo le fonti, proprio la nave che trasportava le statue.

 

I monitoraggi al sonar, effettuati dalla Soprintendenza in collaborazione con la Capitaneria di Porto, nel tratto di mare oggetto dei ritrovamenti citati sembrano aver evidenziato diverse anomalie, indicatrici di possibili masse metalliche. Vi sono, dunque, indizi più che significativi per giustificare un ulteriore approfondimento ed ampliamento delle ricerche. Esse necessiterebbero, tuttavia, di tempi, strumenti e risorse finanziarie ben più cospicue di quelle che il nostro Paese ha stanziato negli ultimi anni.

 

 

 

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