L'incredibile sporca storia della famigerata Unità 731

 


Premessa: tratto da qui, qui e da wikipedia


Sino al 1984 si possedevano notizie frammentate di una guerra segreta che l'esercito giapponese aveva tentato di studiare ed attuare durante il secondo conflitto mondiale. Ma proprio nel 1984, casualmente, il mondo entrò in possesso di documenti che provavano ufficialmente l'esistenza di laboratori segreti dove, beffando le disposizioni della convenzione di Ginevra del 1925 che proibiva lo studio e la messa a punto di armi chimiche e biologiche, veniva approntata da alcuni scienziati del Sol Levante una guerra non convenzionale. L'idea di una guerra chimica e biologica non era affatto nuova, ma il Giappone andò ben più in là dell'Iprite (2-cloroetil-solfuro) e del Fosgene usati dai tedeschi, o dagli italiani in Africa orientale nel 1936.
Quell'anno, una giovane giapponese, girando per i sobborghi di Tokyo aveva acquistato un anonimo opuscolo da un negozietto di libri usati, che poi si rivelò il drammatico diario di un ufficiale medico giapponese membro di un laboratorio chiamato Unità 731. In quelle memorie l'ufficiale raccontava le atrocità che ogni giorno accadevano all'interno dei laboratori militari giapponesi a partire dal 1932. Tra quei fogli c'erano rapporti medici dettagliati su malattie mortali provocate volontariamente, come anche di strani esperimenti fatti su cavie umane, i maruta (pezzi di legno, così venivano chiamati dagli scienziati queste involontarie vittime). Ad esempio, in uno di questi rapporti, veniva descritto un esperimento attraverso un diagramma che mostrava ventuno cavie umane, ciascuna legata ad un palo, disposte in cerchi concentrici. Le annotazioni spiegavano che al centro veniva fatta esplodere una bomba di germi per studiare la diffusione della malattia.
Fu solo per caso, quindi, che il mondo conobbe ufficialmente uno dei più terribili segreti giapponesi della Seconda Guerra Mondiale.
Un caso fu anche la scoperta di un'enorme fossa comune a Shinjuku area di nuovo sviluppo urbano di Tokyo. Nel 1989, infatti, durante i lavori di scavo, alcuni operai restituirono al mondo alcuni resti umani occultati durante la Seconda Guerra Mondiale. A pochi metri dal cantiere sorgeva un laboratorio distaccato della famigerata Unità 731. I resti provenivano dalla Manciuria occupata dai giapponesi e facevano parte del programma di guerra non convenzionale sviluppato dai Giapponesi.

L'idea di approntare ricerche chimiche e biologiche in campo militare erano cominciate nel 1927, quando un capitano-medico dell'esercito imperiale, Shirou Ishii, studiò un articolo riguardante il Protocollo di Ginevra del 1925. L'ufficiale si convinse ben presto che la guerra moderna si poteva vincere grazie alla scienza ed alla tecnologia, così iniziò a convincere lo stato maggiore dell'esercito dell'enorme potenziale strategico e distruttivo di una guerra non convenzionale. Ishii si convinse che solo un arma finale, altamente letale, avrebbe permesso al Giappone di acquistare una perfetta egemonia sull'intero pianeta.
Poco dopo il ritorno di Ishii dall'Europa, un evento gli permise di farsi conoscere: una forma di meningite scoppiò a Shikoku, per la quale lo scienziato progettò uno speciale filtro per l'acqua che fermò l'epidemia. Ishii divenne così un batteriologo famoso.
Nel frattempo Ishii trovò potenti alleati nell'esercito: il Colonnello Nagata Tetsuzan, capo degli Affari militari; l'ufficiale capo della Prima Sezione Tattica dello Stato Maggiore Generale dell'esercito, il Colonnello Ryuiji Kajitsuka; il Colonnello Koizumi Chikahiko, chirurgo generale dell'esercito (dopo la guerra sarà Ministro della Salute Pubblica e si suiciderà per paura di essere processato per crimini di guerra); il ministro dell'Esercito e poi ministro dell'Educazione Sadao Araki, leader della fazione della "Via Imperiale" nell'esercito giapponese. Il progetto, grazie a questi appoggi, ottenne l'approvazione dai massimi vertici dello Stato ed ingenti finanziamenti (dai 15 ai 20 milioni di yen) furono stanziati per realizzare i mostruosi esperimenti. Iniziò così l'avventura criminale di Shirou Ishii, il "profeta della guerra biologica" giapponese.


In Giappone esisteva già una sezione dell'Esercito che stava compiendo studi difensivi su armi non convenzionali. Alla conclusione della Prima Guerra Mondiale, infatti, l'ufficio medico dell'Esercito giapponese mise al comando dell'équipe di ricerca difensiva il Maggiore Terunobu Hasebe, che fu ben presto seguito dal dottor Ito con quaranta scienziati. Ma l'inizio della lotta biologica giapponese iniziò con l'ascesa di Shiro Ishii.
Cavalcando l'onda crescente del militarismo giapponese, Shiro Ishii, a partire dal 1932 e per tredici lunghissimi anni, nel più totale disconoscimento di ogni morale scientifica ed umana, fece costruire in numerose località della Cina occupata e negli altri stati del Sud-Est Asiatico sotto il giogo nipponico "fabbriche della morte". Una vasta geografia concentrazionaria in cui furono studiati batteri e virus, quali peste, antrace, morva, tifo, colera, dissenteria, virus delle febbri emorragiche, tubercolosi, ed inoculati poi nei prigionieri di guerra divenuti cavie. I soggetti infettati da questi virus, venivano poi sottoposti a vivisezione senza anestesia, per non alterare le osservazioni degli organi interni: la morte che sopraggiungeva era un evento da studiare attentamente e da registrare fin nei dettagli più minuti. In questo modo gli scienziati giapponesi studiarono, con estrema precisione, gli effetti e la loro applicazione nelle operazioni di guerra biologica. Unico conforto, se ciò poteva essere un consolazione, era una dieta sostanziosa, perché le cavie dovevano essere in forma perfetta per poter affrontare gli esperimenti.
Si presume che siano stati circa seicentomila gli individui morti a causa del programma di armamento biologico giapponese.


Già a partire dal primo anno di attività di questi laboratori, furono compiuti esperimenti anche sul campo. Al confine tra Unione Sovietica e Cina furono gettati in un fiume, nei pressi degli accampamenti nemici, batteri della febbre tifoide. Nel 1940, scienziati dell'Unità 731 dispersero nei pozzi d'acqua della provincia cinese dello Zhejiang settanta chili di batteri del tifo, provocando una catastrofe. La città di Ningbo fu bombardata con i batteri della peste bubbonica, creando una micidiale epidemia che provocò la morte del 99 per cento dei contagiati. Sempre nella provincia dello Zhejiang, gli scienziati giapponesi dell'Unità 731 liberarono uccelli vivi cosparsi d'antrace. Nel 1942, un terzo della popolazione del paesino di Chongshan morì di peste. Nel maggio del 1942, bombe al colera (bombe Yagi) provocarono un'epidemia nella provincia dello Yunnan causando oltre duecentomila morti. L'anno dopo, le stesse bombe colpirono la provincia dello Shandong.
Il maggior protagonista di questa follia è stato il medico e microbiologo Shirou Ishii, ideatore della famigerata Unità 731, a Pingfan in Manciuria, e che morirà da libero cittadino nel suo letto.

Shirou Ishii nacque il 25 giugno del 1892 a Chiyoda Mura, un piccolo paesino nei pressi di Tokyo, da una famiglia aristocratica di antiche tradizioni feudali. Brillante studente, grazie anche alla sua eccezionale intelligenza, fu ammesso nella esclusiva Università Imperiale di Kyoto dove, nel 1916, si iscrisse a medicina. Nel 1920, si laureò ed entrò nell'esercito come assistente sociale del Terzo Reggimento della Divisione della Guardia Imperiale. Dopo appena cinque mesi, fu promosso al grado di tenente e distaccato come medico chirurgo al Primo Ospedale Militare di Tokyo. Subito dopo intraprese il dottorato in patologia umana, sierologia e batteriologia all'università di Kyoto. Proprio qui conobbe e sposò Araki Kyoko, figlia di Araki Torasaburo, medico e rettore dell'università di Kyoto, che gli assicurò l'appoggio e l'influenza di personaggi importanti e potenti.
Nel 1924 diede un importante contributo scientifico alla missione medica nel distretto di Kagawa, dove era scoppiata un'epidemia di encefalite emorragica. Ishii ne isolò il virus con la messa a punto di un efficace sistema di filtraggio. Nel 1927 conseguì anche il dottorato in microbiologia. Nel frattempo fu assegnato all'ospedale militare di Kyoto con il grado di capitano.


Proprio a Kyoto lesse un articolo sul Protocollo di Ginevra, in cui si diffidavano gli Stati a studiare ed utilizzare armi non convenzionali. Folgorato dall'idea dell'utilità per il Giappone di studiare e assemblare armi chimiche e batteriologiche, nell'aprile del 1928 il capitano Shirou Ishii partì per un lungo tour scientifico intorno al mondo. Anche se non esistono documenti attendibili per stabilire ciò che egli vide o chi incontrò, sappiamo che visitò Francia, Italia, Germania, Ungheria, Belgio, Svezia, Danimarca, Finlandia, Svizzera, Turchia, Polonia, Unione Sovietica, Lituania, Estonia, Stati Uniti, Canada, Egitto, Singapore, Ceylon.
Al suo ritorno in Giappone trovò in Araki Sadao, ministro della Guerra, nel generale Nagata Tetsuan e nel ricercatore medico Koizumi Chikahiko, il giusto sostegno per allestire laboratori che studiassero nuove armi per ammodernare i mezzi offensivi dell'esercito. Dopo soli quattro mesi dal ritorno dal suo tour scientifico, Ishii fu nominato preside del Dipartimento di Immunologia all'Istituto di Medicina dell'esercito di Tokyo e promosso al grado di maggiore. Nel 1931 iniziò, nel più totale segreto di Stato, la ricerca sulle armi biologiche e chimiche. Ishii lavorò contemporaneamente alla ricerca difensiva e a quella offensiva. Infatti, accanto allo sviluppo di nuovi vaccini, per immunizzare le truppe nipponiche dalle epidemie che potevano scoppiare in caso di guerra, egli studiò nuovi e potenti armi non convenzionali. Nei suoi laboratori, insieme ad una piccola equipe di ricercatori fidati, furono sviluppate colture di batteri altamente letali come peste bubbonica, colera, tifo e antrace.

L'occupazione giapponese nel 1932 della Manciuria, una regione al Nord della Cina, e la creazione dello Stato fantoccio del Manchukuo, furono per Ishii la grande occasione per poter realizzare finalmente esperimenti sul campo.
Inizialmente fu prescelta, come centro per la ricerca e lo sviluppo di armi non convenzionali, una vecchia distilleria di sakè ad Haerbin. Fin da subito la scelta di questo paese si rivelò infelice perché minava la segretezza che la ricerca imponeva: Haerbin era una città abitata da quasi quattrocentomila anime, quindi, la presenza di questi laboratori non poteva certamente passare inosservata. Perciò, nell'estate del 1932, Ishii trasferì il centro di ricerca in un piccolo paesino a cento chilometri a sud-est di Haerbin, ben collegato dalla ferrovia e al riparo da occhi indiscreti: Beiyinhe.
Qui, attorno ad un area di due chilometri quadrati, furono costruiti circa cento edifici che dovevano ospitare centri di ricerca, laboratori e alloggi del personale scientifico e militare. L'edificio più grande si trovava al centro del complesso ed era suddiviso in due sezioni: la prima comprendeva le prigioni, i laboratori per gli esperimenti e il forno crematorio, la seconda gli uffici, le mense e i magazzini.

Il nuovo centro di ricerca fu battezzato Unità Togo, in onore dell'ammiraglio Togo Heihachiro che nel 1905 aveva sconfitto la flotta russa a Tsushima, durante la guerra russo-giapponese (1904-1905).
I primi "ospiti" della struttura furono i prigionieri politici, i membri della guerriglia o, in mancanza di questi, criminali comuni prelevati dalle prigioni e condotti a Beiyinhe. Essi, secondo le esigenze degli esperimenti, erano essenzialmente maschi adulti e sotto i quarant'anni. Relegati in anguste celle e ammanettati per la maggior parte del tempo, tutti i detenuti erano tuttavia ben nutriti e obbligati ad eseguire continui esercizi fisici per mantenere le loro condizioni di salute ad un livello ottimale. Nessuno prigioniero sopravviveva più di un mese.
Le prime malattie ad essere testate su questi prigionieri furono il tifo, la dissenteria, la peste bubbonica, il vaiolo, la morva e l'antrace. La maggior parte dei i prigionieri infettati subiva la vivisezione senza anestesia per non alterare le condizione del sangue e degli organi e per non pregiudicare la raccolta dei dati degli esperimenti. Altri esperimenti riguardarono l'uso della corrente elettrica e dei gas letali.


Nelle memorie del generale Endo Saburo, che visitò il complesso nel novembre del 1933, ritroviamo in dettaglio alcuni degli esperimenti fatti su cavie umane. Tra questi l'utilizzo del Fosfogene ("cinque minuti di iniezione con gas all'interno di una stanza di mattoni. Il soggetto è rimasto vivo per un giorno dopo l'inalazione del gas. Condizioni critiche con polmonite"); del Cianuro di potassio ("al soggetto ne sono stati iniettati quindici milligrammi. Perdita di conoscenza dopo approssimativamente venti minuti"); della corrente elettrica ("Diverse scariche a ventimila volt non sono sufficienti ad uccidere il soggetto. Si è obbligati ad un'iniezione per ucciderlo. Anche diverse scariche a quarantacinquemila volt non sufficienti ad uccidere. Occorrono diversi minuti di scariche continue a questo voltaggio per far morire carbonizzato il soggetto").
Nell'ottobre 1934 alcuni prigionieri riuscirono a scappare dall'Unità Togo, raccontando ai compagni, nella incredulità generale, degli atroci esperimenti che venivano fatti in quella "fabbrica della morte".
Strappato così il velo di segretezza del centro, i vertici militari decisero di trasferire i laboratori altrove. L'impianto concentrazionario di Beiyinhe fu distrutto e i pochi prigionieri sopravvissuti uccisi.

Le scoperte "scientifiche" ottenute a Beiyinhe permisero a Shirou Ishii di ottenere, il primo agosto del 1935, la promozione al grado di tenente-colonnello medico. L'ufficiale aveva solo quarantatre anni. Un anno dopo arrivò una nuova nomina, questa volta lo scienziato giapponese ottenne l'incarico di dirigente-capo del Boeki Kyusui Bu ("Ufficio per la prevenzione delle epidemie e la purificazione dell'acqua). Questo permise ad Ishii di continuare le sue ricerche su nuove armi non convenzionali: molte sedi staccate del Boeki Kyusui Bu sorsero in Manciuria e nelle altre zone dell'Asia orientale sotto il controllo nipponico. Il quartiere generale di queste "fabbriche della morte", fu installato a Pingfan, piccolo villaggio a circa venticinque chilometri a sud-ovest da Haerbin, ben collegato dalla ferrovia Sud-Manciuriana.
La nuova struttura di Pingfan comprendeva oltre centocinquanta edifici, suddivisi tra uffici, laboratori scientifici (di microbiologia, di patologia e per la messa a coltura dei batteri letali), abitazioni, magazzini, prigioni, stalle, serre, forni crematori. All'interno c'erano anche luoghi per la ricreazione degli scienziati e del personale militare, con annessa piscina, e un piccolo tempio shintoista. Tutta la zona, chiamata "Zona Militare Speciale", era circondata da un muro alto cinque metri con tanto di filo spinato elettrificato ad altissimo voltaggio. Per tutelare la segretezza del nuovo impianto, furono interdetti sia l'accesso a personale civile, sia i passaggio di aerei civili sulla zona. La sicurezza degli impianti fu affidata all'interno ad uno speciale corpo di militari che dipendeva direttamente dal Ministero della Guerra (il Kempeitai), all'esterno alla gendarmeria dell'imperatore dello Stato fantoccio del Manchukuo.


L'unità scientifica fu chiamata inizialmente Ishii, in onore del suo fondatore, ma nel 1941, per ragioni di sicurezza, il nome divenne "Unità 731". Essa fu divisa in otto sezioni.
La "Sezione I" comprendeva tutti gli impianti di ricerca e produzione degli agenti patogeni da utilizzare contro il nemico. La "Sezione II" si occupava degli esperimenti. In questa unità gli scienziati svilupparono e testarono sugli animali e sulle persone l'effettiva efficacia dei vari tipi di bombe biologiche e batteriologiche. La "Sezione III" si chiamava Unità per l'Approvvigionamento dell'Acqua e la Prevenzione Epidemica e dal 1944 fu incaricata anche di produrre i contenitori per le bombe biologiche. La "Sezione IV", chiamata Divisione per la Produzione e la Fabbricazione per l'Unità 731, si occupava degli impianti di produzione degli agenti patogeni, era inoltre responsabile dell'immagazzinamento e mantenimento di tutti i microrganismi pericolosi. La Sezione per l'Educazione, la quinta, aveva il compito di formare il personale appena dislocato nel complesso scientifico 731. La Sezione degli Affari Generali, la sesta, era incaricata della tesoreria del centro, mentre la settima (la Sezione Materiali) costruiva e metteva a punto le bombe biologiche e batteriologiche, preparava e forniva il materiale per la messa a coltura degli agenti patogeni. L'ultima unità, la Sezione Diagnosi e Trattamento, si occupava dei vari problemi medici che potevano colpire il personale dell'Unità.


Sino al 1945 l'Unità 731 studiò e sperimentò su civili e prigionieri di guerra le reazioni a peste bubbonica, tifo, antrace, botulino, vaiolo, paratifo A e B, salmonellosi, epatite A e B, morva, tubercolosi, colera, salmonella, meningite, febbri emorragiche, dissenteria, pertosse, scarlattina, encefalite, malattie veneree, cancrena gassosa, febbre maltese, tularemia, febbri ricorrenti, difterite, congelamento e dozzine di altre patologie, tra cui la febbre gialla.
Per poter studiare speditamente quest'ultima malattia, nel febbraio del 1939, il Giappone arrivò persino a richiedere al Rockefeller Institute for Medical Research di New York campioni di virus della febbre gialla. Ufficialmente il campione sarebbe servito per studiare dei vaccini, ma le intenzioni giapponesi erano quelle di ottenere ceppi particolarmente letali del virus della febbre gialla con l'obiettivo di trasformarli in armi biologiche.

La richiesta fu inoltrata dal Tenente Colonnello Ryoichi Naito, braccio destro di Ishii. Quando l'istituto statunitense respinse la richiesta, il ricercatore nipponico tentò di corrompere un tecnico dell'istituto offrendogli tremila dollari, ma senza successo. Un'inchiesta statunitense sull'accaduto mise in allarme il Dipartimento di Stato ma la minaccia nipponica non fu presa in considerazione, perché il Giappone era lontano dagli Stati Uniti e non poteva lanciare attacchi massicci in America; secondo gli americani, i giapponesi, essendo asiatici, non erano in grado di sviluppare armi biologiche sofisticate senza l'aiuto dell'uomo bianco.


Nel frattempo in Manciuria l'attività delle "fabbriche della morte" proseguiva. Accanto alle ricerche offensive, furono effettuate anche studi di tipo difensivo: oltre venti milioni di dosi di diciotto differenti vaccini furono prodotte e testate per salvaguardare l'esercito nipponico da malattie comuni e altamente infettive. Furono compiuti anche diversi esperimenti per trovare un rimedio efficace al congelamento e all'assideramento.
Le cavie utilizzate per gli esperimenti erano per lo più giovani di sesso maschile, ma in diverse occasioni anche le donne, soprattutto le gestanti, furono utilizzate per i test, specie quelli riguardanti le malattie veneree come la sifilide. Questi non solo erano prigionieri di guerra o dissidenti antigiapponesi, ma anche vagabondi o persone sole.
Per stabilire la quantità necessaria di vaccino da usare in vista di un futuro utilizzo in guerra, le cavie venivano infettate con dosi differenti di microrganismi letali. Oppure molti prigionieri, in inverno, venivano condotti all'aperto e fatti congelare. Successivamente, per poter continuare gli esperimenti anche nei mesi caldi, furono costruite delle vere e proprie stanze di congelamento artificiale.
E' difficile, a tutt'oggi, stabilire quante furono le vittime della pazzia di Ishii (dal 1938 diventato colonnello) e colleghi: a tutti i prigionieri veniva assegnato un numero che partiva da 101 ed arrivava a 1500. In pratica ogni numero di soggetto morto veniva assegnato ad un altro prigioniero.
Accanto all'Unità 731 molte altre "fabbriche della morte" furono costruite nei territori occupati dai giapponesi in Estremo Oriente, molte delle quali specializzate nella coltura e nella sperimentazione di determinate malattie.


L'efficacia delle armi batteriologiche preparate in laboratorio fu regolarmente sperimentata, oltre che sui prigionieri internati nei vari campi di concentramento, anche sul campo.
Il primo attacco chimico arrivò nel 1939, nell'offensiva di Wuhan: dall'agosto e fino alla fine di ottobre di quell'anno, l'esercito nipponico utilizzò per oltre trecento volte gas velenosi contro le truppe nemiche. L'anno dopo, a marzo, il quartier generale giapponese diede il permesso al generale Okamura Yasuji di usare ben quindicimila barili di gas velenoso.
Il primo attacco biologico, invece, che vide direttamente impegnata l'Unità 731 avvenne nell'estate del 1939, a Nomonhan, al confine tra il Manchukuo e la Mongolia. Dopo il trasporto a bordo di camion, numerosi bidoni metallici carichi di 225 litri di liquido gelatinoso infettato con batteri di tifo, furono gettati nelle fiume. Il risultato fu deludente: i batteri del tifo non sopravvissero alle acque gelide del fiume, mentre quaranta membri dell'Unità 731, a causa della mancanza di particolari misure di sicurezza, contrassero il virus. Nonostante il fallimento dell'operazione, fu decretato un aumento di fondi e di personale da destinare a vecchi e nuovi centri scientifici.
Due pericolosi esperimenti di guerra batteriologica furono portati a termine sulla popolazione civile nel 1940: il 4 ottobre sulla cittadina di Chuhsien o Juxian, nella provincia dello Shantung, il 29 dello stesso mese invece su Ningbo, nella provincia dello Chechiang o Zhejiang. In quest'ultima occasione, un aereo carico con oltre 120 chili di grano contaminato (70 chili con batteri del tifo e 50 chili con batteri del colera), assieme a milioni di pulci veicolanti la peste bubbonica, furono disperse nell'aria. Contemporaneamente furono avvelenati numerosi pozzi idrici ricorrendo a batteri di tifo e colera resistenti all'acqua. Gli effetti dell'attacco biologico, poi studiato in loco dagli scienziati dell'Unità 731, causò la morte di almeno 99 persone. Nessun morto fu causato, invece, a Chinhua, dove il 28 novembre del 1940 aerei giapponesi lanciarono una grande quantità di germi.

La Cina, attraverso il suo ambasciatore a Londra, Wellington Koo, presentò subito il suo atto ufficiale di protesta al Governo britannico e alla Commissione per la Guerra nel Pacifico. Si legge nella nota di protesta: «In almeno cinque occasioni durante i primi due anni le Forze Armate giapponesi hanno tentato di usare la lotta batteriologica in Cina. Hanno cercato di scatenare un'epidemia di peste lanciando materiali infetti da aeroplani». Eppure, agli occhi degli occidentali, quella apparve allora come semplice propaganda.
A questa protesta ufficiale seguì, nell'aprile del 1942, un rapporto dei tecnici e degli scienziati della Croce Rossa cinese. Il documento, chiamato "Rapporto Qian" (dal nome del capo che guidò l'indagine scientifica, Wen Quai Qian) denunciava e documentava tutti gli attacchi biologici causati dai giapponesi. Il governo cinese riunì una conferenza stampa in cui invitò molti giornalisti internazionali. Il "Rapporto Qian" fu tradotto in varie lingue, tra cui l'inglese, e distribuito a dieci ambasciate straniere accreditate in Cina. Anche in questa occasione il rapporto non servì a smuovere l'attenzione delle potenze internazionali e dell'opinione pubblica mondiale su tali crimini contro l'umanità.
Nel frattempo la sporca guerra giapponese proseguiva. Il 4 novembre 1941 un aereo dell'Unità di Ishii riuscì a disperdere nel cielo della piccola cittadina di Changde, nella provincia del Hunan, trentasei chili di pulci infette, e quintali di grano, riso e cotone intrisi di batteri della peste. Nella piccola cittadina si iniziò ben presto a morire di peste.


Nel 1942, invece, fu utilizzata l'antrace. La città di Fuxing, al confine tra le province delle Zhejiang e Jiangxi, fu la prima città vittima di questi attacchi biologici. In questa occasione furono utilizzati uccelli vivi cosparsi d'antrace.
Altri attacchi o esperimenti furono condotti sulla provincia dello Yunnan e, in particolare, sulle città di Chongshan, Baoshan, Shangrao. Nell'agosto del 1943, la stessa sorte toccò alla provincia dello Shandong, poi alle province dell'Hebei e dell'Henan.
A partire dal metà 1942 furono regolarmente utilizzati, assieme a ordigni convenzionali, anche le famigerate "bombe Yagi", bombe di ceramica con all'interno mosche vive contaminate dal colera. Chi non morì sotto gli attacchi convenzionali, fu irrimediabilmente contaminato dal colera; questo iniziò a propagarsi anche fuori dai centri bombardati poiché la popolazione impaurita prese a riversarsi sui territori circostanti in cerca di riparo.
I metodi di diffusione delle malattie non avvenivano solo attraverso la dispersione aerea: gli scienziati delle varie Unità distribuivano materiali e cibi contaminati nei villaggi. Furono usate anche false vaccinazioni come metodo di contagio.

 

Ecco quindi una breve lista delle principali atrocità che venivano regolarmente compiute dall'unità 731:

 

- I prigionieri di guerra furono sottoposti a vivisezione senza anestesia. La vivisezione fu realizzata su prigionieri infettati da diverse malattie. Gli scienziati effettuarono interventi chirurgici nei prigionieri, eliminando organi per studiare gli effetti delle malattie sul corpo umano. Furono effettuate mentre i pazienti erano vivi, in quanto si riteneva che il processo di decomposizione avrebbe alterato i risultati. Tra le persone infettate e sottoposte a vivisezione si trovavano uomini, donne, bambini, lattanti. Le vivisezioni furono anche effettuate su donne gravide, rese tali spesso dagli stessi medici
- Furono svolti esperimenti sul congelamento con successiva amputazione o successivo scongelamento per analizzare gli effetti della gangrena risultanti senza trattamento.
- Furono svolti esperimenti di escissione dello stomaco, fegato, polmoni od altri organi
- Si usarono bersagli umani per provare granate poste a varia distanza ed in posizioni differenti
- Furono testati lanciafiamme su umani.
- Alcune persone furono legate a dei pali ed utilizzate come bersagli per provare bombe batteriologiche, chimiche ed esplosive.
- I prigionieri furono infettati con sieri contaminati con agenti patogeni, per studiare i loro effetti. Per valutare la ripercussione delle malattie veneree in assenza di trattamento, i prigionieri uomini e donne furono deliberatamente infettati con sifilide e gonorrea e successivamente studiati. I detenuti furono infettati con pulci al fine di valutare la fattibilità di una guerra batteriologica. Gli scienziati giapponesi effettuarono prove su prigionieri, utilizzando gli agenti della peste bubbonica, il colera il vaiolo il botulismo ed altre infermità e questi esperimenti portarono allo sviluppo della bomba bacillare defoliante e della bomba di parassiti, usata per spargere la peste bubbonica.

- Parassiti, vestiti infetti, ed alimenti contaminati furono gettati su vari obiettivi. Le risultanti epidemie di colera, antrace e peste bubbonica furono responsabili di aver ucciso almeno 400.000 cinesi. Pulci infettate con la peste furono allevate nelle installazione dell'unità 731 e nell'unità 1644, e disseminate con aerei sopra ad alcune località abitate da cinesi, come la città costiera di Ningbo nel 1940 e la città di Changde nel 1941. Tutto ciò produsse l'epidemia di peste bubbonica che uccise migliaia di civili cinesi
- Esperimenti con la Tularemia su civili cinesi.
- Alcuni prigionieri furono appesi a testa in giù, per osservare quanto tempo impiegavano a morire per asfissia.
- Ad alcuni prigionieri fu iniettata urina di cavallo nei reni
- Ad altri furono interrotti l'accesso all'acqua e l'alimentazione per verificare il tempo che intercorreva per morire.
- Altri prigionieri furono posti in camere ove si creava il vuoto, fino alla morte.
- Alcuni esperimenti furono realizzati per definire la relazione tra temperatura, ustioni da freddo e sopravvivenza umana.
- Alcuni prigionieri furono posti dentro una centrifuga, fino all'exitus.
- Ad altri fu iniettato sangue umano, studiando gli effetti di questa azione.
- Alcuni prigionieri furono irradiati con dosi letali di Raggi X.
- Furono provate, su soggetti umani, varie armi chimiche all'interno di camere a gas.
- Furono iniettate bolle d'aria nel flusso sanguigno di prigionieri per simulare embolie.
- Fu iniettata acqua marina in altri prigionieri per testare se si poteva usare come sostituto della soluzione salina.

Anche l'epilogo della vicenda legata alle Unità di studio scientifico e sperimentazione di armi non convenzionali è stato vergognoso.
Il 9 agosto del 1945, in seguito all'invasione sovietica della Manciuria, tutte le varie Unità scientifiche e di sperimentazione esistenti nel territorio furono distrutte assieme alla documentazione relativa agli studi scientifici effettuati. Prima della loro distruzione, gli uomini dell'Unità 731 liberarono migliaia di ratti che provocarono la peste in numerose contee delle province di Heilungchiang e Kirin. Ovviamente quasi tutte le "cavie" ancora in vita furono uccise con iniezione letali o fucilate e gli scienziati e il personale tecnico ripararono in Giappone.
Al momento della resa, nell'agosto del 1945, ebbe inizio uno dei momenti più oscuri nella storia americana: gli Stati Uniti infatti, per evitare che i dati giapponesi sulla guerra biologica cadessero in mano sovietica, si impegnarono a sottrarre gli scienziati dell'Unità 731 al Tribunale di Tokyo, deputato a giudicare i crimini di guerra in estremo Oriente. Così tutti i membri dell'Unità 731, compreso Ishii, si salvarono, in cambio dei loro dati, dall'accusa di crimini di guerra. Era l'inizio della Guerra Fredda.
Nel 1945 il Giappone era sotto la responsabilità del generale statunitense Douglas MacArthur, cui fu affidata la rinascita democratica del Paese pur conservando l'Imperatore.


Solo una settimana dopo la resa giapponese il Dipartimento di Stato USA affidò al Colonnello Sanders il compito di localizzare la macchina da guerra biologica e lo stesso Ishii. Nei tre mesi successivi, Sanders interrogò molti importanti comandanti militari e scienziati dell'Unità 731, principalmente Yoshijiro Umezu, Capo dello Stato Maggiore dell'Esercito, il comandante della gendarmeria dell'imperatore dello Stato fantoccio del Manchukuo, il Colonnello Tomosa Masuda, il vice di Ishii, e il Maggiore Jun'ichi Kaneko, esperto in bombe batteriologiche. Del capo delle Unità scientifiche nipponiche nessuna traccia.
L'importanza di rintracciare e interrogare Ishii divenne prioritaria. Poco dopo lo scienziato nipponico fu individuato e, per sviare l'opinione pubblica, fu dichiarato morto. I giornalisti poterono assistere ai suoi falsi funerali. Ishii fu interrogato dal 17 gennaio al 25 febbraio 1946 dal Colonnello Thompson. Nell'interrogatorio lo scienziato giapponese si assunse tutta la responsabilità, allontanando l'accusa di implicazione dell'Imperatore Hirohito.
Tutti i programmi di ricerca biologica effettuati dall'Unità 731 furono secretati, specie quelli riguardanti esperimenti su cavie umane. La segretezza tuttavia durò poco. Nel gennaio del 1946, infatti, apparve sul "New York Times" un articolo che riportava un rapporto dell'U.S. Army, in cui si affermava che tra le vittime degli esperimenti di Ishii c'erano anche dei cittadini americani.
Il 6 maggio 1947 MacArthur inviò al Comitato di Coordinamento del Dipartimento di Stato, della Marina e della Difesa la richiesta di immunità ufficiale per Ishii e colleghi in cambio di importanti e ulteriori informazioni. Il 13 marzo 1948 il ministero della Difesa USA telegrafò al generale MacArthur autorizzando lo stesso ad accordare a Ishii e colleghi la totale immunità. Solo trenta membri dell'Unità 731 furono portati davanti al Tribunale di Tokyo per i crimini di guerra l'11 marzo 1948. Ventitrè di loro furono ritenuti colpevoli, cinque furono condannati a morte, ma nessuna sentenza fu eseguita. Entro il 1958 tutti i condannati erano liberi.

L'unica inchiesta giudiziaria mossa contro i fatti legati alle Unità di ricerca e sperimentazione batteriologica avvenne a Khabarovsk, in Unione Sovietica, nella Siberia orientale. Dal 25 al 31 dicembre del 1949 furono portati alla sbarra dodici membri delle varie Unità legate alla guerra non convenzionale, catturati dai sovietici nel 1945 nel momento in cui l'URSS, nel corso della sua avanzata in Manciuria, si imbatteva nelle diverse "fabbriche della morte". Le prove furono raccolte nei quattro anni precedenti al processo e si basavano su diciotto volumi che raccoglievano interviste e testimonianze di soldati giapponesi collegati alle varie Unità di sperimentazione di armi di distruzione di massa. Tutti gli imputati confessarono di aver commesso terribili crimini contro civili cinesi e di aver utilizzato negli esperimenti uomini, donne e bambini, anche sovietici e americani. I dodici imputati accusarono anche l'imperatore Hirohito di essere a conoscenza del programma di guerra biologica e di aver dato il via libera alla costruzione dell'Unità 731 e affini.


I dodici uomini imputati erano: il generale Yamada Otozoo, il chimico Takahashi Takaatsu, il veterinario Hirazakura Zensaku, gli infermieri Kikuchi Norimitsu e Kurushima Yuji, i batteriologi Kawashima Kiyoshi, Nishi Toshihide, Karasawa Tomio, Onoue Masao e Sato Shunji.
Il processo di Khabarovsk non ebbe un forte impatto mediatico, ma la stampa sovietica mise bene in evidenza come Shiro Ishii e molti suoi colleghi fossero al sicuro e liberi in Giappone.
I dodici giudicati a Khabarovsk furono condannati a pene detentive che andavano da un minimo di due anni ad un massimo di venticinque. Nessuno fu condannato a morte, malgrado la natura dei crimini e sebbene la legislazione sovietica prevedesse la pena capitale per reati di entità infinitamente minore. Tutti furono rimpatriati nel 1956, anno delle liberalizzazioni seguite alla morte di Stalin. Anche in questo caso, le pene furono lievi perché probabilmente anche il governo sovietico avrebbe voluto ottenere informazioni utili da parte degli scienziati giapponesi.

Finita la guerra, numerosi scienziati giapponesi legati al programma di guerra biologica giapponese non solo si ritrovarono liberi, ma ottennero anche incarichi di prestigio. Naito Ryoichi, Kitano Masaji e Futagi Hideo, tra i principali pianificatori degli attacchi biologici in Cina e responsabili dei molti esperimenti sugli esseri umani all'Unità 731, fondarono nel 1947 una "Banca del sangue", la Japan Blood Plasma Company, che si assicurò nel 1950 un fruttuoso contratto con gli Stati Uniti per le forniture di sangue ai soldati americani impegnati nel conflitto coreano.

Altri intrapresero la carriera accademica: il dottor Ishikawa Tachiomaru, ex patologo dell'Unità 731, divenne preside dell'Istituto di medicina dell'Università Kanazawa, una delle più illustri istituzioni giapponesi; Tabei Kazu, responsabile di molti esperimenti sul tifo nell'Unità 731, divenne docente di batteriologia a Kyoto; Ogawa Toru, ex addetto alla selezione dei ceppi più virulenti dell'Unità 1644, divenne professore alla Facoltà di medicina di Nagoya; Yoshimura Hisato, esperto degli esperimenti sul congelamento presso l'Unità 731 divenne presidente della Società di Meteorologia e guidò numerose spedizioni in Antartide per studiare, questa volta su dei volontari, gli effetti del freddo estremo sulla fisiologia umana; Wakamatsu Yujiro, ex capo dell'Unità 100, divenne membro scientifico dell'Istituto Nazionale della Salute e lavorò per vari istituti sanitari, specializzandosi nella ricerca pediatrica sulle infezioni da streptococco.
Più "sfortunato" fu Shiro Ishii, che non poté ottenere alcun incarico né in istituzioni private né pubbliche. Lo scienziato, dopo aver ottenuto la più completa immunità da parte degli Stati Uniti in cambio delle sue conoscenze, si ritirò nella sua casa nella prefettura di Chiba, nelle vicinanze di Tokyo. Condusse una vita tranquilla insieme alla sua famiglia, percependo un'ingente pensione da generale di divisione. Morì da libero cittadino, all'età di sessantasette anni, di cancro alla gola.

 

 

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