Fu necessario l'uso della bomba atomica in Giappone?

 

 

Premessa: informazioni tratte da wikipedia

 

Sull'uso della bomba atomica in Giappone, oggi spesso criticato, c'è l'abitudine di decontestualizzare l'evento, come se l'uso fosse avvenuto oggi e non nel 1945 in una feroce e lunga guerra, in un mondo diverso dal nostro, contro ferocissimi Giapponesi diversi da quelli che conosciamo.

L'uso della bomba atomica fu uno (e non l'unico) dei motivi che spinsero il Giappone alla resa e fu un evento eccezionale tutt'altro che scontato: per i Giapponesi era IMPENSABILE la resa, erano degli esaltati e feroci combattenti, ed erano pronti a sacrificarsi fino all'ultimo.

Lo stesso uso della bomba atomica non può definirsi sbagliato, in quanto l'alternativa era l'invasione del Giappone che sarebbe sfociata in un genocidio immane, senza contare che i massicci bombardamenti dell'epoca facevano lo stesso numero di morti.

Il bombardamento sulle due città del Giappone, infatti, non fu la prima volta in cui gli Alleati bombardarono città delle potenze dell'Asse, né la prima volta in cui tali bombardamenti causarono numerose perdite civili. In Germania, ad esempio, il bombardamento di Dresda causò la morte di 35.000 persone e la distruzione di una delle maggiori città d'arte tedesche.

L'Italia subì pesanti bombardamenti nelle città di Livorno (Bombardamenti su Livorno (1940-1945) , Palermo, Catania, Messina, Napoli, Bari e Foggia oltre a quello al quartiere San Lorenzo di Roma che causò oltre 3.000 morti in una sola notte (in realtà, a Roma furono colpiti diversi quartieri e non solo San Lorenzo: fra questi il Pigneto-Prenestino e la zona di Piazza Bologna).

Il bombardamento di Tokyo del marzo del 1945 causò più di 100.000 vittime (molto più di Nagasaki quindi) e danni enormi in termini urbani ed architettonici. Nell'agosto del 1945 altre 60 città giapponesi vennero pesantemente bombardate, e tra le più colpite, oltre a Tokyo, fu senza dubbio Kobe. 
Senza contare le vittime per la conquista dei territori: il mese precedente il bombardamento, la conquista di Okinawa, che aveva causato la morte di 150 000 civili e militari giapponesi.
Tuttavia, è necessario analizzare brevemente il contesto in cui furono usate le bombe atomiche, nonché le reazioni successive, per capire perché furono uno strumento necessario ed importante che di fatto, quasi a sembrare una contraddizione, salvarono milioni di vite umane.

 

 

L'operazione Downfall

 

 

In caso il Giappone non si fosse arreso, cosa altamente probabile all'epoca, era stato studiato il piano di invasione del Giappone.

L'Operazione Downfall era il nome in codice per definire i due sbarchi alleati in Giappone che sarebbero dovuti avvenire verso la fine della seconda guerra mondiale con lo scopo di invaderlo. L'operazione venne annullata quando il Giappone si arrese.
L'Operazione Downfall era suddivisa in due fasi — L'Operazione Olympic e l' Operazione Coronet. Pianificata per iniziare nell'ottobre 1945, l'Operazione Olympic aveva lo scopo di conquistare la parte meridionale del Kyūshū, utilizzando l'isola di Okinawa, recentemente conquistata, come base avanzata per il rifornimento e il supporto logistico all'operazione. In seguito, nella primavera del 1946, sarebbe iniziata l'Operazione Coronet che aveva lo scopo di invadere la regione di Kantō presso Tokyo nell'isola giapponese dell'Honshū. Le basi aeree conquistate nel Kyūshū nell'Operazione Olympic avrebbero permesso agli USA di usufruire del supporto aereo per l'Operazione Coronet.
La geografia del Giappone rese questo piano di invasione piuttosto ovvio per i Giapponesi, che furono in grado di dedurre i piani di invasione alleati e accomodare di conseguenza i propri piani difensivi. I Giapponesi pianificarono una difesa ad oltranza di Kyūshū, con poche riserve lasciate per operazioni difensive successive. Le stime sui probabili caduti furono variabili, ma comunque estremamente elevate in ambedue i fronti: a seconda del grado di resistenza all'invasione da parte dei civili giapponesi, le stime si aggiravano intorno ai milioni di caduti per gli Alleati e alle decine di milioni per i Giapponesi.

Quasi 500 000 medaglie Purple Heart erano state prodotte dagli USA in previsione delle vittime minime della futura invasione del Giappone. Alla data attuale, tutte le vittime militari americane dei 65 anni successivi alla fine della Seconda guerra mondiale, incluse quelle della Guerra di Corea e della Guerra del Vietnam non hanno ancora raggiunto questo numero. Nel 2003, ancora 120 000 di quelle medaglie erano ancora disponibili. Ci sono così tante medaglie in eccesso che le unità di combattimento in Iraq ed Afghanistan hanno disponibili delle medaglie Purple Heart direttamente al fronte per premiare immediatamente sul campo gli uomini feriti.

 

Si sapeva già che le operazioni sarebbero state ostacolate non solo dalle forze armate dell'Impero Giapponese, ma anche dalla popolazione ostile e fanatica. Oltre ad aver già organizzato l'esercito ed aver iniziato ad addestrare i kamikaze in vista dell'invasione, i Giapponesi organizzarono i "Corpi Combattenti dei Cittadini Patriottici", che includevano tutti gli uomini in salute fra i 15 e i 60 anni e le donne fra i 17 e i 40, come supporto al combattimento e per la lotta ad oltranza. Nella maggior parte dei casi non si potevano fornire armi, addestramento e munizioni: alcuni uomini erano armati con niente di meglio di vecchi moschetti ad avancarica, archi lunghi o lance di bambù e tuttavia ci si aspettava che riuscissero a combattere contro i militari invasori anche con questi mezzi.
Una ragazza della scuola superiore, Yukiko Kasai, si ritrovò armata con un semplice punteruolo e disse, "Ne sarà valsa la pena se si riuscirà ad uccidere anche un solo soldato americano. … Bisogna mirare all'addome."

 

Di fronte alla prospettiva di un'invasione dell'arcipelago, che sarebbe probabilmente iniziata con l'assalto all'isola Kyūshū, e dell'invasione sovietica della Manciuria, l'ultima fonte di risorse naturali, il Giornale di Guerra del Quartier Generale Imperiale concluse:
« Non possiamo più continuare la guerra con la speranza di successo. L'unica cosa da fare per i cento milioni di giapponesi è sacrificare le proprie vite colpendo il nemico per fargli perdere la voglia di combattere. »

Nel disperato tentativo di fermare l'avanzata alleata, l'Alto Comando Imperiale giapponese pianificò una difesa totale di Kyūshū, nome in codice Operazione Ketsugō. L'operazione sarebbe stata un cambiamento radicale del piano di difesa usato anche su Peleliu e Iwo Jima. A differenza delle precedenti invasioni si sarebbe puntato tutto sull'attacco alla testa di ponte alleata; più di 3 000 kamikaze avrebbero attaccato i mezzi trasporto anfibio poco prima che questi giungessero sulla spiaggia.

Se ciò non avesse fermato gli Alleati, il piano prevedeva l'invio di altri 3 500 kamikaze con 5 000 barche suicide Shin'yō e i sottomarini e i cacciatorpediniere rimanenti. Infine, se gli Alleati fossero riusciti a sbarcare con successo sull'isola giapponese, ad affrontare gli invasori sarebbero rimasti appena 3 000 soldati che avrebbero difeso l'isola fino all'ultimo. Vicino a Nagano furono scavate delle grotte che, in caso di invasione, sarebbero state usate come rifugio per i soldati, che avrebbero continuato la guerra, e per l'Imperatore e la sua famiglia.

 

 

La resa del Giappone

 

 

I leader giapponesi avevano sempre creduto che la guerra si sarebbe conclusa con un negoziato. I loro piani, prima della guerra, prevedevano una rapida espansione, un consolidamento nei nuovi domini e un eventuale conflitto con gli Stati Uniti che avrebbe permesso al Giappone di mantenere almeno alcuni dei territori invasi.

Per il 1945, i leader giapponesi si trovavano in accordo sull'andamento negativo della guerra ma non sul modo migliore per concluderla. Si formarono così due schieramenti: il primo era favorevole ad un'iniziativa diplomatica per persuadere Joseph Stalin, leader supremo dell'Unione Sovietica, a fare da mediatore tra gli Alleati e il Giappone; il secondo schieramento, più estremo, era favorevole a continuare la guerra, combattendo un'ultima decisiva battaglia con gli Alleati e infliggendo loro così tante perdite da costringere i loro nemici ad offrire termini di resa meno duri.

 

Alla fine di gennaio del 1945, ai giapponesi giunse un'offerta di pace. Tali propositi, inviati attraverso sia i canali britannici che americani, furono raccolti dal generale Douglas MacArthur in un dossier di quaranta pagine e consegnato al Presidente Roosevelt il 2 febbraio, due giorni prima della Conferenza di Jalta. Dai rapporti, il dossier assicurava la posizione di comando dell'Imperatore, possibilmente come figura fantoccio del governo americano, ma fu respinto da Roosevelt che, seguendo la politica alleata dell'epoca, avrebbe accettato solo una resa incondizionata. Inoltre, quest'offerta fu respinta duramente dai membri militari del governo giapponese.

Nonostante la resa fosse una cosa impensabile per i Giapponesi, essa avvenne grazie a tre eventi ravvicinati ed all'essere riusciti a sventare un colpo di stato dei militari..

 

Rispettivamente il 6 e il 9 agosto 1945, gli americani sganciarono bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki. In realtà l'obiettivo originario era Kokura e non Nagasaki, ma quel giorno le condizioni di visibilità e problemi col carburante portano a ripiegare su quest'ultima.

Dopo aver sganciato la bomba atomica ad Hiroshima, a tarda giornata, giunse in Giappone il messaggio del Presidente Truman, il quale annunciava il primo uso di una bomba atomica e prometteva:
« Ci stiamo ora preparando a colpire rapidamente e completamente ogni impresa produttiva che il Giappone possiede in ogni città. Noi distruggeremo i loro porti, le loro fabbriche e le loro vie di comunicazione. Non ci possono essere errori; distruggeremo completamente la capacità bellica del Giappone. Per risparmiare il popolo giapponese dalla totale distruzione annunciata nell'ultimatum di Potsdam, il 26 luglio. I loro leader prontamente rigettarono l'ultimatum. Se non accetteranno ora i nostri termini dovranno aspettarsi una tal pioggia di rovine dal cielo che non si era mai vista sulla Terra... »
Inizialmente, alcuni si rifiutarono di credere che gli Stati Uniti avessero costruito una bomba atomica. L'Esercito e la Marina giapponesi avevano il loro programma nucleare militare indipendente, pertanto il Giappone era a conoscenza di quanto una bomba di questo genere fosse difficile da realizzare. L'ammiraglio Soemu Toyoda, il Capo dello Staff Generale della Marina, affermò che, anche se gli Stati Uniti ne avessero creata una, non potevano averne molte altre. Gli strateghi americani, avendo anticipato una reazione come quella di Toyoda, decisero di sganciare una seconda bomba poco tempo dopo la prima, per convincere i giapponesi che gli Stati Uniti ne avevano una grossa scorta.

 

Sempre il 9 agosto 1945, l'Unione Sovietica lanciò un'invasione a sorpresa della colonia giapponese in Manciuria (Manchukuo), in violazione del Patto nippo-sovietico di non aggressione. Questa invasione fu determinante per la resa del Giappone.

Infatti, questo "doppio shock" dell'atomica e dell'invasione ebbe immediati e profondi effetti sul Primo Ministro Suzuki e il Ministro degli Esteri Togo Shigenori che affermavano che il governo doveva concludere la guerra una volta per tutte. Tuttavia, la leadership dell'Esercito Imperiale fece un passo troppo lungo, sottostimando molto la scala dell'attacco. Con il supporto del Ministro della Guerra, Anami, si preparò ad imporre la legge marziale alla nazione, per impedire a chiunque di proseguire verso la pace.

Poco dopo le 11:00, giunsero delle notizie da Nagasaki, sulla costa ovest di Kyushu, le quali affermavano che la città era stata colpita da una bomba nucleare (chiamata dagli Stati Uniti "Fat Man"). A seguito di ciò, Suzuki, Togo e l'ammiraglio Yonai erano favorevoli ad accettare le richieste di Potsdam, mentre i generali Anami, Umezu e l'ammiraglio Toyoda insistevano ancora nel chiedere tre condizioni differenti da quelle di Potsdam: che il Giappone gestisse il proprio disarmo, che il Giappone processasse da sé i propri criminali di guerra e che non vi fosse un'occupazione straniera.

 

Il gabinetto si incontrò alle 14:30 del 9 agosto e spese la maggior parte del giorno discutendo sulla resa. Quando i Sei Grandi ebbero concluso l'incontro, né Togo né Anami avevano ottenuto la maggioranza delle opinioni.

Anami riferì agli altri ministri del gabinetto che, sotto tortura, un pilota americano di B-29 aveva riferito ai suoi carcerieri che gli Stati Uniti possedevano 100 bombe nucleari e che Tokyo e Kyoto sarebbero state colpite nei "prossimi giorni". Il pilota, Marcus McDilda, stava mentendo. Egli infatti non era a conoscenza del Progetto Manhattan e semplicemente disse ciò che pensava i giapponesi volessero sentirsi dire purché cessassero di torturarlo. La menzogna, che lo fece classificare come prigioniero di alta priorità, probabilmente lo salvò dalla decapitazione. In realtà, gli Stati Uniti avrebbero avuto una terza bomba pronta solo per il 19 agosto e una quarta lo sarebbe stata a settembre. La terza bomba probabilmente avrebbe dovuto essere usata su Tokyo.
L'incontro del gabinetto si aggiornò alle 17:30 senza trovare un consenso.

 

I due attacchi gemelli, la bomba atomica e l'invasione, spinsero l'Imperatore Hirohito ad intervenire e ad ordinare ai Sei Grandi di accettare le condizioni che gli Alleati avevano stabilito per porre fine alla guerra nella Dichiarazione di Potsdam.

 

Suzuki suggerì che si dovesse rigettare la proposta e insistere per garantire il sistema imperiale. Anami ritornò sulla sua posizione iniziale, rifiutando un'occupazione del Giappone. Togo disse poi a Suzuki che non vi erano speranze di ottenere condizioni migliori e Kido convenne con la volontà dell'Imperatore che il Giappone si arrendesse. In un incontro con l'Imperatore, Yonai parlò delle sue preoccupazioni circa il crescente disordine civile:
« Penso che i termini siano inappropriati ma le bombe nucleari e l'entrata sovietica nella guerra in cui ci troviamo, in un certo senso, sono segni divini. In questo modo non dobbiamo dire che dobbiamo chiudere la guerra a causa di questioni interne. »
 

Nella notte del 12 agosto 1945, il maggiore Kenji Hatanaka, assieme al tenente colonnello Masataka Ida, Masahiko Takeshita (cognato di Anami) e Inaba Masao, con il colonnello Okitsugu Arao, il Capo della Sezione degli Affari Militari, parlarono al Ministro della Guerra Korechika Anami (il Ministro degli Esteri era "la figura più potente in Giappone dopo l'Imperatore stesso"), chiedendo da fare tutto ciò che poteva per impedire che fosse accettata la Dichiarazione di Potsdam. Siccome avevano bisogno del suo supporto, Hatanaka e gli altri ribelli decisero che non avevano scelta che continuare il piano e tentare un colpo di stato.

Fu così attuato un colpo di Stato per impedire la resa del Giappone, ma fallì dopo alcune peripezie.

 

Hirohito rivolse un discorso radiofonico registrato alla nazione il 15 agosto. Nel discorso alla radio, chiamato Gyokuon-hōsō ("Voce radiodiffusa del gioiello"), lesse l'Editto imperiale sulla resa, annunciando alla popolazione la resa del Giappone.
La reazione pubblica al discorso dell'Imperatore fu disparata - molti giapponesi semplicemente lo ascoltarono, quindi andarono avanti con le loro vite come poterono, mentre alcuni ufficiali dell'Esercito e della Marina scelsero di suicidarsi piuttosto che arrendersi. In una base a nord di Nagasaki, alcuni ufficiali dell'Esercito, inferociti alla prospettiva di arrendersi, spinsero sedici avieri americani fuori dalla prigione della base e li sventrarono con la spada, uccidendoli. Una grande e piangente folla si radunò di fronte al Palazzo Imperiale a Tokyo, con i pianti interrotti, di tanto in tanto, dal rumore di uno sparo quando gli ufficiali presenti si suicidavano.
Le forze del Giappone combatterono ancora contro sovietici e cinesi e convincerli a cessare il fuoco e arrendersi fu molto difficile. L'ultimo combattimento aereo dei caccia giapponese contro i bombardieri da ricognizione americani ebbe luogo il 18 agosto. L'Unione Sovietica continuò a combattere fino ai primi di settembre, prendendo le isole Curili.


Il 28 agosto, iniziò l'occupazione del Giappone da parte del Comandante supremo delle forze alleate. Il 2 settembre, a bordo della nave da battaglia statunitense USS Missouri, si tenne la cerimonia di resa, nella quale ufficiali del governo giapponese firmarono l'Atto di resa giapponese, che poneva ufficialmente fine alla Seconda guerra mondiale. I civili e i militari alleati allo stesso modo celebrarono la Giornata della Vittoria sul Giappone o V-J Day, la fine della guerra. Tuttavia, alcuni comandi militari e soldati isolati, appartenenti a delle remote forze giapponesi sparse su tutto il territorio asiatico e su alcune isole del Pacifico, rifiutarono di arrendersi per mesi e anni dopo, fino agli anni 1970.

 

Lo stato di guerra tra gli Stati Uniti e il Giappone ufficialmente si concluse quando venne attuato il Trattato di San Francisco, il 28 aprile 1952. Il Giappone e l'Unione Sovietica formalmente dichiararono di essere in pace quattro anni dopo, quando firmarono la Dichiarazione Congiunta sovietico-giapponese del 1956.

 

 

Altre informazioni a favore dell'impiego della bomba atomica

 

I sostenitori del bombardamento, sebbene ammettano che la classe dirigente civile in Giappone mandasse con cautela e discrezione comunicati diplomatici fin dal gennaio 1945, successivamente all'invasione di Luzon nelle Filippine, fanno notare come gli ufficiali militari giapponesi fossero unanimemente contrari a qualsiasi negoziazione prima dell'utilizzo della bomba atomica.

Mentre alcuni membri della classe dirigente civile utilizzarono canali diplomatici segreti per dare vita ad una negoziazione di pace, non potendo da soli negoziare una resa o addirittura un cessate il fuoco, il Giappone, in quanto Monarchia Costituzionale, avrebbe potuto intervenire in un accordo di pace solo con il consenso unanime del governo giapponese, il quale era dominato dai militari dell'Esercito Imperiale e della Marina Imperiale, tutti inizialmente contrari a qualsiasi accordo di pace. Si sviluppò così uno stallo di tipo politico tra i capi giapponesi militari e quelli civili, che vedeva i militari sempre più determinati a combattere, nonostante i costi e le scarse probabilità di vittoria. In molti continuarono a credere che il Giappone potesse negoziare termini di resa maggiormente favorevoli continuando ad infliggere numerose perdite alle forze nemiche, così da portare a termine la guerra senza un'occupazione del Giappone o un cambiamento di governo.

Lo storico Victor Davis Hanson evidenzia l'aumentata resistenza giapponese, benché futile in retrospettiva dato che era sempre più chiaro che l'esito della guerra non poteva essere rovesciato dalle potenze dell'Asse. La battaglia di Okinawa mostrò questa determinazione nel combattere a tutti i costi. Più di 120.000 giapponesi e 18.000 statunitensi vennero uccisi nella più sanguinosa battaglia del teatro del Pacifico, solo 8 settimane prima della resa del Giappone. In realtà, ci furono più morti nella battaglia di Okinawa che nei primi istanti seguenti lo scoppio delle due bombe atomiche.

Quando l'Unione Sovietica dichiarò guerra al Giappone l'8 agosto 1945, e portò avanti l'operazione Tempesta d'Agosto, l'Esercito Imperiale Giapponese ordinò alle sue mal equipaggiate e indebolite forze in Manciuria di combattere fino all'ultimo uomo. Il maggiore generale Masakazu Amanu, capo delle operazioni al Quartier generale imperiale, dichiarò che era assolutamente convinto che le opere difensive, iniziate all'inizio del 1944, potessero respingere qualsiasi invasione Alleata delle isole giapponesi con perdite minime. I giapponesi non si sarebbero arresi facilmente a causa della loro forte tradizione di orgoglio e onore. Molti seguivano il codice dei Samurai e avrebbero combattuto fino alla morte del loro ultimo uomo.

Dopo aver realizzato che la distruzione di Hiroshima fu causata da un'arma nucleare, la classe dirigente civile ottenne maggior forza per la sua opinione secondo cui il Giappone doveva riconoscere la sconfitta e accettare i termini della Dichiarazione di Potsdam. Anche dopo la distruzione di Nagasaki, l'Imperatore Hirohito in persona dovette intervenire per porre fine all'impasse nel gabinetto.

Secondo alcuni storici giapponesi, i capi civili che caldeggiavano la resa videro nei bombardamenti atomici la loro salvezza. L'esercito si rifiutava incrollabilmente di arrendersi, così come i militari del gabinetto di guerra (siccome il gabinetto funzionava per consenso unanime, anche un solo contrario poteva impedire l'accettazione della dichiarazione). La fazione per la pace prese quindi i bombardamenti come nuovo argomento per imporre la resa. Koichi Kido, uno dei più stretti consiglieri dell'Imperatore Hirohito, dichiarò: «Noi del partito della pace fummo aiutati dalla bomba atomica nel nostro tentativo di porre fine alla guerra». Hisatsune Sakomizu, il capo segretario di gabinetto nel 1945, definì i bombardamenti «un'opportunità d'oro data dal cielo al Giappone per porre fine alla guerra».

Secondo questi e altri storici, la classe dirigente civile pro pace fu in grado di usare la distruzione di Hiroshima e Nagasaki per convincere i militari che nessuna quantità di coraggio, abilità e combattimento impavido poteva aiutare il Giappone contro il potere delle armi atomiche. Akio Morita, fondatore della Sony e ufficiale della marina giapponese durante la guerra, conclude anch'egli che fu la bomba atomica e non i bombardamenti convenzionali dei B-29 a convincere l'esercito giapponese ad accettare la pace.

I sostenitori dei bombardamenti fanno inoltre notare che l'attesa della resa giapponese non era un'opzione priva di costi: a causa della guerra, i non combattenti morivano in tutta l'Asia a un ritmo di circa 200 000 al mese. I bombardamenti incendiari avevano ucciso più di 100.000 persone in Giappone dal febbraio 1945, direttamente o indirettamente. Quel massiccio bombardamento convenzionale sarebbe proseguito prima di un'invasione. Il blocco sottomarino e le operazioni di minamento dell'Operazione Starvation avevano sensibilmente ridotto le importazioni giapponesi. Un'operazione complementare contro le ferrovie giapponesi stava per prendere il via, isolando le città dell'Honshu meridionale dal cibo che cresceva in altre parti del Giappone.

 Questo, combinato con il ritardo nei rifornimenti di assistenza degli Alleati, avrebbe potuto risultare in un maggior numero di vittime per il Giappone, a causa di carestia e malnutrizione, rispetto a quello che si ebbe con gli attacchi. «Immediatamente dopo la sconfitta, alcuni stimarono che 10 milioni di persone erano probabilmente destinate a morire di fame», notò lo storico Daikichi Irokawa. Nel frattempo, in aggiunta agli attacchi sovietici, vennero programmate delle offensive per settembre nella Cina meridionale e in Malesia.

Gli statunitensi fecero una previsione sulla perdita di soldati nella prevista invasione del Giappone, anche se il vero numero di morti e feriti stimati è soggetto a qualche dibattito e varia a seconda delle stime dalla persistenza e affidabilità della resistenza giapponese e secondo che si consideri che gli statunitensi avrebbero invaso solo Kyushu nel novembre 1945 o invece che si sarebbe reso necessario un successivo sbarco nei pressi di Tokyo, previsto per il marzo 1946. Si parla comunque di milioni di morti tra i Giapponesi.

Comunque, queste stime vennero fatte usando informazioni che sottostimavano di molto la forza giapponese che venne raccolta per la battaglia di Kyushu, in numero di soldati e kamikaze, per almeno un fattore tre. Molti consiglieri militari sostennero che lo scenario peggiore poteva coinvolgere fino a un milione di vite statunitensi, tenendo anche conto di un'eventuale accanita resistenza da parte dei civili (fra i quali era stato diffuso un programma di lotta in caso di invasione con qualsiasi mezzo, da armi da fuoco a canne di bambù) e lotta partigiana fanatica contro gli invasori.

Oltre a ciò, la bomba atomica velocizzò la fine della seconda guerra mondiale in Asia, liberando centinaia di migliaia di cittadini occidentali, compresi circa 200.000 olandesi e 400.000 indonesiani (Romusha) dai campi di concentramento giapponesi. Senza contare che le truppe giapponesi avevano commesso atrocità contro milioni di civili (come l'infame massacro di Nanchino), e l'anticipata fine della guerra impedì ulteriori spargimenti di sangue.

I sostenitori evidenziano inoltre un ordine dato dal Ministero della Guerra giapponese il 1º agosto 1944. L'ordine riguardava l'esecuzione di tutti i prigionieri di guerra Alleati, che erano oltre 100.000, se una invasione del Giappone avesse avuto luogo (è anche probabile che, considerato il precedente trattamento giapponese dei prigionieri di guerra, se gli Alleati avessero atteso affamando il Giappone, i giapponesi avrebbero ucciso tutti i prigionieri di guerra Alleati e i prigionieri cinesi).

Rispondendo all'argomentazione per cui l'uccisione di civili su vasta scala era immorale e un crimine di guerra, i sostenitori dei bombardamenti hanno sostenuto che il governo giapponese aveva dichiarato la guerra totale, ordinando a molti civili (compresi donne e bambini) di lavorare in fabbriche e uffici militari e di combattere contro qualsiasi forza invadente. Padre John A. Siemes, professore di filosofia moderna all'Università Cattolica di Tokyo, e testimone dell'attacco atomico su Hiroshima scrisse:
« Abbiamo discusso tra noi l'etica dell'uso della bomba. Alcuni la considerano nella stessa categoria dei gas venefici ed erano contrari all'uso sulla popolazione civile. Altri erano dell'opinione che nella guerra totale, come era portata avanti dal Giappone, non c'era differenza tra civili e soldati, e che la bomba stessa fu una forza effettiva che tendeva a porre fine allo spargimento di sangue, avvertendo il Giappone di arrendersi evitando quindi la distruzione totale. Mi sembra logico che colui che sostiene la guerra totale in principio non possa lamentarsi della guerra contro i civili. »

Inoltre, alcuni sostenitori dei bombardamenti hanno evidenziato l'importanza strategica di Hiroshima, come base della II Armata giapponese, e di Nagasaki, come principale centro di produzione delle munizioni.

Alcuni storici hanno anche sostenuto che gli Stati Uniti desideravano porre fine alla guerra rapidamente per minimizzare le potenziali acquisizioni sovietiche di territorio controllato dai giapponesi, ragion per cui inoltre a volte si sostiene che il bombardamento atomico -soprattutto per quanto riguarda Nagasaki il 9 agosto, dato che il giorno prima, l'8 agosto, la Manciuria era stata invasa dall'esercito russo- sia stato il primo atto della guerra fredda: oltre ad arginare la loro espansione, il bombardamento sarebbe stato così una dimostrazione di forza nei confronti dei sovietici ed un monito a livello militare. Gli americani, superati dai russi nella Battaglia di Berlino agli inizi di maggio, non sarebbero ancora arrivati secondi.

Infine, tutte le alternative, anche teoriche, per la fine della guerra senza l'uso di armi atomiche comportavano un numero di morti tra i civili giapponesi molto superiore a quello causato dalle bombe atomiche, d'altronde i classici bombardamento e la conquista di avamposti lo avevano ben dimostrato.

 

Il metro di valutazione è ovviamente quello del 1945, all'epoca fu necessario l'uso della bomba atomica e ritenuto accettabile, oggi invece si lascerebbero morire 100 volte più persone pur di non usarla.
 

 

 

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