La parola di un esperto vale più di quella degli altri

 

<< Il bello di internet è che si possono trovare informazioni su qualunque argomento, che dicono tutto ed il contrario di tutto. Il brutto è che la maggior parte di queste informazioni sono inattendibili e su internet gli incompetenti e gli esperti vengono messi sullo stesso piano. >>

 

Non è vero che tutte le opinioni hanno la stessa importanza. Se si fanno affermazioni importanti si ha diritto a dire solo quello che si può dimostrare, e l'opinione di un esperto in materia vale molto più di quella degli altri, così come vale di più una opinione supportata da fonti serie.

E no, Facebook, youtube ed i blog non sono una fonte seria. E no, non basta parlare ripetutamente di qualcosa per autodefinirsi esperto. Su internet chiunque è libero di diffondere qualsiasi informazione senza alcun controllo sulla sua veridicità. E paga molto più diffondere una cosa falsa che una cosa vera. Non a caso la prima regola di internet è: "tutte le notizie sensazionalistiche pubblicate su internet sono false fino a prova contraria".

La diffusione dell'ignoranza e del populismo, unita ad una crescente anarchia culturale, ha stravolto il concetto di giusto e sbagliato, ha cominciato a produrre situazioni abominevoli sulla diffusione di informazioni che è riuscita ad arrivare perfino in politica. Il risultato inevitabile? La disinformazione di massa, spesso su temi importanti, e aspre lotte per imporre opinioni ed informazioni provenienti da persone che non sono esperte del campo di cui parlano.

Riportiamo da qui http://tagli.me/2014/01/30/salvate-il-soldato-scienza/ un articolo che ben evidenzia ed approfondisce questa situazione.

 

 

Qualche tempo fa, in un regno lontano, gli idraulici facevano gli idraulici, i medici facevano i medici e i ricercatori facevano i ricercatori. Quando qualcuno non capiva qualcosa, non riusciva a spiegarsi qualcosa andava a chiedere a qualcuno che ne capiva di questo argomento, che fosse esperto, che avesse studiato. Gli esperti erano ammirati e riveriti e quello che dicevano era oro colato. Era una sorta di gratificazione per le persone che avevano passato la vita sui libri o ad analizzare dati. Era un riconoscimento giusto al loro lavoro.

Tempo fa quando un bambino chiedeva cosa erano quelle scie nel cielo il papà rispondeva normalmente che erano la condensazione dell’acqua dei motori. Ora ci sono padri che, dopo essersi laureati alla prestigiosa Università di Youtube con specializzazione presa su Facebook, rispondono al povero figlio che sono scie chimiche e che ci stanno avvelenando tutti.

Da qualche anno a questa parte, infatti, probabilmente per un diffuso e malinteso sentimento di par condicio per il quale tutti possono dire e pontificare su tutto, questo idilliaco sistema che si fondava sul merito è andato a farsi friggere. E così su quotidiani, su blog di giornali famosi o su riviste di dubbia reputazione si è iniziato a dare spazio a antivaccinisti, sciachimicari, undicisettembrini, e chi ne ha più ne metta – spesso con la giustificazione aberrante di dare voce a tutte le campane.

Ecco, per la scienza, e comunque per tutte le scienze esatte (inclusa la Storia) il dare voce a tutte le campane è – mi si consenta la citazione, ancorché greve – una cagata pazzesca. Le campane non hanno tutte lo stesso valore: l’opinione di uno scienziato nella scienza vale più di quella di Pino il salumiere o Gino il meccanico (con il massimo rispetto per Pino e Gino, che ne sapranno più degli scienziati riguardo alla macellazione di un bel bue o a come si sostituisce la guarnizione di una testata, due cose tra le tante di cui ignoro completamente qualsiasi passaggio). Specie se certe campane parlano di aria fritta senza portare alcuna prova tangibile o scientifica.

Attenzione, scopo di questo scritto non è sancire il principio di autorità nella scienza, concetto ridicolo. Ma almeno sottolineare quanto il metodo sia fondamentale per un’operazione basilare, che solo negli ultimi anni ha assunto sfumature di presunzione: distinguere il vero dal falso. Perché avere un’invasione di bufale non fa bene a nessuno, specie quando queste bufale servono ad abbassare il quoziente intellettivo del nostro paese.

La Scienza necessita di prove: il metodo scientifico di Galilei si basa su osservazioni, esperimenti, ipotesi, risultati e conclusioni. Sarò più chiaro ancora: un dannato video di youtube non è una prova.

Un’analisi chimica di un campione raccolto chissà come in Tagikistan e spacciato come residuo di scia chimica non è una prova. Soltanto sostenere che esistono metodi alternativi alla sperimentazione animale non è una prova. Il semplice affermare di poter curare malattie incurabili con la propria urina, non è una prova.

Ad aggravare, e non di poco, la situazione si è messa di mezzo la meravigliosa categoria dei “ricercatori indipendenti”, un termine che nasconde una verità sconvolgente: questi ricercatori nove volte su dieci hanno la stessa competenza del sottoscritto che parla del dadaismo o dell’esegesi biblica. Alcuni (non tutti) ostentano diplomi di quinta superiore fieramente appesi al muro della propria casa; altri (ancora meno) una laurea presa chissà come (esasperazione dei docenti, di solito: gravissima carenza dell’organizzazione “a nastro trasportatore” della nostra università) con il minimo dei voti dopo 9 anni di onorato cazzeggio.

Strumenti fondamentali del ricercatore indipendente sono i canali Youtube e i blog, dal quale pontificano di tutto ciò che gli viene in mente. Ovviamente senza prove. Ovviamente infangando gli altri ricercatori , bollati come “miserabili al servizio delle multinazionali”.

È gravissimo, e vi prego di convincervi, che questi “ricercatori indipendenti” in qualche trasmissione (Mistero, Voyager) e in certi giornali di disinformazione libera, abbiano non solo diritto di parola, ma siano considerati degli esperti mondiali del campo (un campo, peraltro, che non esiste: essere esperti in scie chimiche o in correlazioni vaccini-autismo equivale ad essere esperti di puffologia o di unicorni volanti). Oltretutto, senza il minimo contraddittorio.

Ora, nonostante io ritenga che la (abusatissima) frase di Voltaire “Non condivido la tua idea, ma darei la vita perché tu la possa esprimere” sia una vaccata immensa nel campo scientifico, il diritto di parola non può essere (purtroppo) negato a nessuno. E non è certamente il diritto di parola ad essere il problema. Di complottisti ne sono sempre esistiti, di “ricercatori indipendenti” anche.

Sono una categoria fastidiosa, certo; soprattutto adesso che grazie ad internet e ad altri canali hanno palcoscenici mondiali (nel nome dell’Auditel). E non si sa per quale motivo riescano a scampare dalle sacrosante querele per procurato allarme, truffa o altri reati vari (tipo diffamazione, dato che nei loro blog fogna si insultano scienziati e non solo).

Ma queste derive del pensiero si devono in qualche modo combattere. Lo so che è antipatico, ma dobbiamo iniziare a diventare una “contromassa critica”. Dobbiamo invece smettere di vergognarci, o sentirci in imbarazzo, quando qualcuno di noi ha studiato più di qualcun altro.

Iniziamo dal nostro piccolo: con buone maniere, con garbo, ma iniziamo a far notare ai nostri contatti su facebook quali sono le proteste fondate da quelle infondate, quali i veri scandali e quali le mistificazioni. Il Soldato Ryan è stato salvato dai suoi compagni d’arme: perché il Soldato Scienza non potrebbe essere salvato da un qualcosa di simile?

 

 

 

Confondere le opinioni con i fatti

 

Prendiamo spunto da uno scritto di Patrick Stokes per descrivere, in modo riassuntivo, una situazione molto diffusa su internet.

Sono sicuro che avrete sentito l’espressione ‘ognuno ha diritto alla propria opinione’. Forse l’avrete detta voi stessi, magari per bloccare una discussione o per portarla a conclusione. Bene, quando si parla di dimostrare qualcosa o di fare affermazioni importanti, questo non è più valido. Non avrete più diritto alla vostra opinione: avrete diritto solo a ciò che potrete provare.
Il problema con l’assunto “ho diritto di avere la mia opinione” è che, sin troppo spesso, è utilizzata per difendere convinzioni che avrebbero dovuto essere abbandonate. Diventa un’abbreviazione per “io posso dire o pensare quello che voglio” e continuare a contrastare in modo irriverente chi la pensa in modo diverso. E questa attitudine porta alla diffusa falsa equivalenza tra esperti e non esperti.


Innanzitutto, cos’è un opinione? L'opinione non è un fatto, non si basa sulla conoscenza certa, si tratta di qualcosa di soggettivo che parte da gusti e preferenze e che generalmente sfocia nella credenza personale o in una idea.
Il problema è che qualche volta implicitamente consideriamo che le opinioni siano indiscutibili nella stessa maniera dei fatti. Probabilmente questo è uno dei motivi (non dubito ce ne siano altri) per cui degli entusiastici dilettanti ritengono di aver titolo a non essere d’accordo con esperti qualificati di settore e che i propri punti di vista debbano essere “rispettati”.
Se “Tutti hanno diritto ad avere la propria opinione” significa esclusivamente che nessuno ha il diritto di vietare alla gente di pensare e di dire quello che vogliono, allora la frase è vera, seppure abbastanza banale. Nessuno può vietarti di dire una cosa falsa, indipendentemente da quante volte questa supposizione sia stata smentita.
Ma se “diritto ad un’opinione” significa “avere il diritto che i propri punti di vista siano trattati come seri candidati per la verità” allora la frase è chiaramente falsa.
Le persone confondono spesso il fatto che la propria opinione non venga presa seriamente con il non aver diritto di avere o di esprimere quelle opinioni o confondono il perdere una discussione con il perdere il diritto di discutere.


Più in generale, la gente non capisce la differenza fra opinioni e fatti, li considera equivalenti e con lo stesso diritto a essere discussi.
Una opinione personale generata dall’ignoranza su un tema non merita di essere discussa in modo scientifico.
Inoltre, la frase “ognuno ha la propria opinione” viene spesso usata perché chi la usa non ha argomenti per ribattere il suo interlocutore che porta dei fatti, quindi vi si nasconde dietro per paura di mettere le proprie credenze in discussione.
Gli ignoranti si dovrebbero astenere dal parlare di cose che non sanno e dovrebbero evitare di atteggiarsi a esperti, il problema è che gli ignoranti "ignorano di ignorare".
Quindi, la prossima volta che sentite qualcuno dichiarare di aver diritto alla propria opinione, chiedete perché ritiene che sia così.

 

 

 

Google e Youtube non sono titoli di studio

 

 

Google e Youtube non danno automaticamente accesso ad informazioni corrette, ma semplicemente garantiscono immediato accesso ad una marea di fesserie, che purtroppo vengono prese come informazioni attendibili solo perché per l'appunto escono su Google o Youtube.

Sintetizziamo qui di seguito questo articolo  che ben evidenzia gli estremi di questa situazione:

 

Oggi si ha a che fare con l’ignoranza che dilaga in quella che molti erroneamente definiscono “l’era dell’informazione” solo perché esistono i computer e internet.

Di cosa stiamo parlando? La parte incontaminata della rete ha sfornato la definizione “Università di YouTube” per identificare l’origine del metodo messo a punto da pazzi e paranoici che propinano ai poveri e ignari utenti di Internet le più folli teorie del complotto usando controversi video di YouTube come “prova”. Non a caso esiste la pagina Facebook “YouTube non è un titolo di studio” e il concetto si può applicare anche al motore di ricerca Google, dato che come YouTube garantisce un accesso diretto ad una marea di… fesserie, per non dire altro.

I frutti delle Università di YouTube e Google sono ben apprezzabili soprattutto tra i giovani della fascia d’età compresa tra i 18 e i 30 anni (esattamente, questi individui possono votare).

Al diavolo gli studi scientifici, la metodologia sperimentale, la logica, il concetto di base di onere della prova, la peer review e le opinioni dei veri esperti! Grazie agli studenti dei prestigiosi atenei sopra citati (Google e Youtube), la verità sulle forze oscure che controllano il mondo è a portata di mano: basta un click per scoprire che l’uomo non è mai andato sulla Luna, che la Sperimentazione Animale è inutile, che l’11 settembre è stato un inside job americano, che gli aerei di linea irrorano scie chimiche per ucciderci, che tutto va secondo i piani del New World Order o NWO (Nuovo Ordine Mondiale), che le case farmaceutiche ci tengono intenzionalmente nascoste le panacee capaci di sconfiggere cancro e AIDS, che i grandi leader mondiali sono alieni rettiliani, etc.

Cosa succede quando qualcuno, colpevole del grave reato/peccato di razionalità, chiede prove concrete? Studenti e apprendisti rispondono dando il povero malcapitato dell’ignorante (da quale pulpito!) e lo invitano ad informarsi esclusivamente su internet e più nello specifico dove dicono loro, perché… perché chi la pensa diversamente è colluso, pagato dagli alieni per fare il disinformatore full time.

La vera disinformazione, ossia la loro, interessa anche altri settori e non si limita alle teorie più pazze della rete: basta discutere un qualsiasi argomento con uno studente di tali atenei e state tranquilli che prima o poi tirerà in ballo dal Web fonti mai verificate a favore della sua teoria. State attenti, perché il loro arsenale è vastissimo e se necessario possono dimostrarvi che la Terra è piatta… basta cercarlo su Google. Siete stati informati.

 

D'altronde è anche vero che già anni fa varie persone facevano notare come questo fenomeno coinvolge non solo gli aspiranti complottisti ma una vasta gamme di persone.
Se c’è una cosa che l’essere umano non sopporta è il non conoscere: l’ignoranza ti fa sentire piccolo, indifeso, e soprattutto spaventato.

Il mondo di internet è pieno di persone che non sopportano né accettano di essere piccoli e di non essere in grado di fare la differenza; odiano chi è al potere ed accusano lui di ogni loro fallimento; cercano in ogni modo di attribuire al potente le colpe di ogni cosa, anche le più fantasiose storielle.
Perchè io non sono un granello di sabbia. Io POSSO FARE LA DIFFERENZA, magari scrivendo su internet. Non c’è niente di più difficile, al mondo, che ammettere di non contare nulla.

Così nascono bufale improponibili come le scie chimiche, le torri gemelle abbattute dagli americani, il tubo Tucker ma soprattutto nascono i profeti: gente che non propone mai un nulla ma attinge dal bar sport presente in ogni città, quello dove ci si trova a parlar male del governo.

Questi profeti del nulla hanno la capacità del caccapupù elitario: ovvero dicono banalità sconvolgenti (i politici rubano, i gay sono uguali a noi, gli immigrati non sono tutti cattivi, le donne devono essere uguali agli uomini, l’erba è meglio del cemento, la pace è meglio della guerra, la CIA fa cose segrete, i giornalisti sono faziosi, i gattini sono teneri, le veline sono sceme, la cacca puzza, l’acqua è bagnata).
Vendono queste verità come elitarie, raccogliendo un gruppo di persone attorno a loro e dicendo “noi sappiamo la verità, ma ci perseguitano e vogliono chiuderci la bocca”.

Così fanno finta che.
Fanno finta di essere importanti, di conoscere, di sapere, e soprattutto fanno finta di credere, perché se c’è una cosa di cui abbiamo disperatamente bisogno è quello di credere in qualcosa o qualcuno. Da quando abbiamo smesso di credere al papa robot crediamo ad ogni puttanata elitaria. I no global, i wannamarchisti, i tuckeristi, i grillini, i travaglisti, i codicedavincisti, gli sciachimisti, gli scientologysti. Si tratta di una “cerchia d’eletti” che ha scelto di credere, non di ascoltate la ragione trasformando il ragionamento deduttivo in induttivo: non più “siccome X è 1, allora credo che” bensì “siccome credo 1, allora è X”.
 

Si tratta di persone che credono.
Avere fede in qualcosa implica la cecità totale, l’assoluta mancanza di obiettività o di possibilità di dibattito. (E ricordate sempre questa frase quando avete a che fare con uno di loro)

 

Questa situazione, che è presente da anni su internet, peggiora di anno in anno, come evidenziano articoli recenti come questo: http://diegozilla.blogspot.it/2014/02/si-stava-meglio-con-il-56k.html che riassumiamo come segue.

 

Sono passati svariati anni dall’apertura della prima pagina web, e dieci anni dalla creazione di Facebook. Oggi, la nostra esistenza reticolare nel mondo è fatta di bufale, di minorati mentali che girano video con migliaia di visualizzazioni, di scie chimiche, di complottisti geotaggati e di like che se vuoi puoi anche comprarli.

L’innovazione sociale del web oggi si misura in base a quanti si bevono le bufale che vengono diffuse, o con quanta dose di cinismo serve per ridere di fronte a un nuovo fenomeno da baraccone del web.
Non stiamo usando il web per diffondere delle figate fatte per essere delle figate. Usiamo il web per diffondere spazzatura, in un cinico, postmoderno, sarcastico web/mondo, dove tutta questa spazzatura fa il giro su sé stessa e diventa una figata.

La bufala via web è un cerino acceso che viene lanciato nella pozza di benzina sociale contemporanea.
La bufala, che nasce come goliardica, incendia emotivamente un mondo reale fatto di esasperazione, ricerca di un colpevole per il proprio malessere, neo strategia della tensione ben manipolata dai media, malcontento e ignoranza belluina. Ignoranza che ogni tipo di dispositivo tecnologico amplifica a dismisura. Le notizie saranno anche false, ma generano scazzi reali. La violenza che le vittime delle bufale esprimono nei commenti è violenza vera.

E tu, amico mio, ebbro dei click che salgono e dei like a pioggia, non ti sei fermato nemmeno per un momento a riflettere sulla ricaduta sociale di quello che stai facendo. Quello che fai tu è prendere malignamente per il culo dei portatori di handicap. Sì, ho detto proprio: portatori di handicap.
L’handicap è nel non essere in grado, con due ricerche su Google, di verificare le notizie e capire se si tratta di una bufala oppure no. L’handicap è l’evidente gap cognitivo di cui soffre la nuova ondata di gente su internet.
(Non sono io a essermi inventato il concetto di handicap digitale, lo ha coniato Nicholas Negroponte del MIT di Boston.)
Quello che fai tu è circonvenzione di incapace. Dove l’incapacità della vittima è sia cognitiva che tecnica. Dove il tuo profitto è nei tuoi contatti che salgono e nei like che ottieni.

Una società civile tende a difendere i soggetti più deboli. Siamo abituati a ragionare in termini non digitali, difendendo e proteggendo i portatori di handicap fisici, disagi mentali e difficoltà di apprendimento. Bisogna trasferire questo concetto anche al mondo digitale dal momento in cui, in modo molto rapido, la società si è trasformata in social. Siamo costantemente connessi.
Il sociale, il pubblico è diventato social. Vivi lì, ti relazioni tramite una piattaforma, quello che accade in quello spazio ha conseguenze dirette sulla tua realtà fisica ed emotiva. In ambiente social, in contesto digitale, i soggetti più deboli possono farsi ancora più male che in ambente reale.


Aver sottovalutato il massiccio uso di smartphone e similari, e la trasformazione da sociale a social ha portato a delle conseguenze orrende come la legittimazione assoluta del sarcasmo. Sarcasmo e non ironia.
C’è differenza, anche se molti di quelli che usano il sarcasmo credono di essere ironici.
L’ironia è una sdrammatizzazione positiva, il sarcasmo è nocivo, maligno e secondo gli psicologi è il frutto di una prolungata frustrazione.
Il web e i social sono un tempio in onore del commento sarcastico. Della presa per il sedere pungente, della critica di rinterzo. Quindi, i creatori di bufale e gli handicappati digitali che ci cascano diventano delle star. Chi volendo, chi suo malgrado.
La gente non scende in strada urlando in preda al panico per colpa delle bufale, questo no. Però, se spostiamo il concetto di ordine pubblico alle piattaforme social, la vera e unica piazza contemporanea, è evidente quanto sia poco goliardico l’effetto della bufala.

L’ideatore della propaganda nazista una volta ha detto: "Ripetete una bugia cento, mille, un milione di volte e diventerà una verità."
Con le condivisioni, i rimandi, e la possibilità di diffondere e ripetere il contenuto senza dover raggiungere la fonte originale, è impossibile tenere traccia dell’estensione dello scherzo goliardico della notizia-bufala. Si stanno creando mille realtà dove quel contenuto è percepito come vero, ed è diventato una verità incontrovertibile. Le bufale, nel secondo o nel terzo cerchio di diffusione virale creano delle certezze che nessuna ricerca su Google potrà mai minare, delle convinzioni che nessuna discussione potrà mai chiarire.

E, mi dispiace, ma non si può sempre archiviare la cosa dicendo: è un problema loro. Visto che siamo tutti costantemente interconnessi è un problema anche nostro. O meglio, è un problema della nostra esistenza internettiana nel mondo che grazie a te, non è affatto come dovrebbe essere.

 

 

 

CEIFAN
Centro di Indagine sui Fenomeni Anomali
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